Referendum: la «scommessa» cattolica
La mobilitazione di una parte del clero cattolico italiano per far fallire i referendum in materia di procreazione medicalmente assistita ha raggiunto livelli paragonabili a quella su divorzio e aborto, che veniva alimentata proprio dalla frustrazione ricorrente di non veder tradotte in norma positiva i suoi princìpi morali.
Almeno nei suoi vertici episcopali, la Chiesa cattolica italiana appare unita nella battaglia a favore della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita. Con un impegno, uno zelo, un richiamo alla disciplina, sconosciuti in qualunque altro campo e su qualunque altro tema. Mobilitazioni ecclesiali cattoliche ce ne sono state e ce ne sono tante, sulla pace, sulla solidarietà, sull’accoglienza, contro la legge Bossi-Fini sull’immigrazione o a favore del finanziamento delle scuole non statali. Ma in nessun campo come in quello bioetico sembra, dai toni usati e dalla vastità della mobilitazione, che sia in gioco qualcosa di irrinunciabile, indiscutibile, imprescindibile.
Si dice che è in gioco la vita e la dignità dell’uomo. Eppure, c’è un’asimmetria che non convince, rispetto a tutti gli altri temi nei quali pure la vita e la dignità dell’uomo sono in ballo. Col linguaggio tecnico dei moralisti, viene da chiedersi perché, nella dottrina cattolica, solo in campo bioetico la norma alla quale si viene richiamati è di tipo «deontologico» (in parole semplici e forse un po’ banali potremmo tradurre con «senza se e senza ma») e in tutti gli altri ambiti della convivenza umana si è invece andato affermando un approccio di tipo «teleologico», un approccio che giudica le azioni in rapporto al fine, soppesa il rapporto tra fine e mezzo, pondera tra i diversi valori in gioco, consapevole della complessità dei problemi.
Difficile fondare questa asimmetria sulla Parola evangelica: che semmai è radicale ed eloquente sul piano sociale («Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote», recita il Magnificat), mentre tace quasi del tutto sulla vita prenatale. Perfino sul piano dell’etica familiare, Gesù condanna il divorzio, ma salvando l’adultera distingue nettamente tra etica e diritto. La stessa tradizione, su questi temi, come è noto è variegata, complessa, sfumata. E sul piano sacramentale nessuno (finora) ha mai battezzato un embrione…
Insomma, andrebbe approfondita e studiata questa recente (e, in questi termini, nuova) «mistica» dell’embrione. A prima vista, sembrerebbe frutto dell’incontro e della contaminazione tra un’antica concezione sacrale della vita e della sua trasmissione e la modernissima ideologia dei diritti dell’uomo, accentuata da un sacrosanto pregiudizio a favore degli ultimi, dei deboli, degli indifesi. E tuttavia, nei modi nei quali essa si esprime, non si può non vedervi anche la tradizionale fatica cattolica a distinguere (che maritainianamente non significa separare) il piano dell’etica da quello del diritto. È come se la bioetica dovesse rappresentare l’estremo baluardo di resistenza di questa identificazione. È come se alla logica della secolarizzazione (che non è necessariamente relativismo, ma certamente pluralismo e complessità) ci si fosse rassegnati in qualunque campo dell’esistenza umana associata, quasi alla condizione di resistervi quando si tratti di regolare (sul piano giuridico) aspetti legati alla vita e alla morte, alla sessualità, alla generazione, alla famiglia. Forse, in questa resistenza, vi è come l’estremo sussulto dell’antico potere temporale che si difende: è come se la Chiesa cattolica provasse una forma di vertigine nel vedere non tradotte in norma positiva i suoi princìpi morali. Così fu per il divorzio ed oggi è per la legalizzazione delle convivenze. Così fu per l’aborto ed oggi è per la procreazione assistita. Poi, col tempo, ci si adatta. Siamo uomini e donne di poca fede, verrebbe da dire, incapaci di credere che si possa camminare sulle acque, timorosi di essere inghiottiti tra i gorghi della secolarizzazione, se privati del solido terreno di una cristianità che è regno di questo mondo.
Giorgio Tonini