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Radicalismi e vecchie furbizie

Il 21 febbraio l’intreccio dei soliti radicalismi e di antiche furbizie ha prodotto la crisi del governo Prodi. Ma il vero sconfitto è il senso dello Stato e di responsabilità nei confronti delle grandi sfide che il paese deve affrontare.

La caduta di Prodi sulla politica internazionale è il ritorno della vecchia e peggiore politica italiana: il radicalismo impolitico da una parte, figlio dell’idea che non esistono i sentieri stretti della mediazione parlamentare ma sempre e solo la Verità assoluta di ciò che è Giusto; l’eccezionale capacità di manovra di vecchi burattinai della politica italiana – chi se non Andreotti? – che è riuscito a mettere se stesso e la sua rete di relazioni al centro degli equilibri politici del paese. L’azione congiunta di queste due culture – massimalista l’una, spregiudicata e cinica l’altra – apre una fase di grande instabilità proprio nel momento in cui giungevano al traguardo importanti provvedimenti come le leggi sulle tossicodipendenze, l’immigrazione, la cittadinanza, la libertà religiosa, le convivenze civili; per non parlare dei grandi temi della riforma pensionistica e della legge elettorale. Piuttosto che le riforme, meglio il pantano, hanno pensato coloro che hanno fatto cadere Romano Prodi; piuttosto che piccoli passi in avanti, meglio un bel passo indietro. Più prudente e rassicurante. Peccato che tutto questo significhi una regressione sul piano delle conquiste civili e una netta sconfitta di quello che viene solennemente definito (e poco praticato) «senso dello Stato». Ma quale Stato! Siamo il paese degli egoismi campanilistici ed economici («quanto mi aumenta l’Irpef?»); degli interessi di bottega partitica e degli egocentrismi politicamente smisurati (inutile che il vicepremier D’Alema celebri la forza delle proprie truppe quando tutti sanno che generali e fantoccini sono pronti a marcare visita durante la battaglia); il paese delle invasioni di campo della Conferenza episcopale e dei messaggi trasversali dei grandi gruppi economico finanziari. Di fronte a tutto questo il «senso dello Stato» è un bene minore, buono per le parate del 2 giugno e i funerali dei prefetti antimafia.
La politica è un’altra cosa: svegliati Alice, non siamo nel paese delle meraviglie. No, non ci siamo proprio. E per questo, oggi, siamo molto, molto preoccupati.

P. N.

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