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Qualcosa di extraparlamentare

di Adriano Gizzi

Onestamente, peggio di così non poteva proprio andare. Nessuno si faceva troppe illusioni, si era capito che tirava una brutta aria di destra, ma bisogna ammettere che complessivamente è andata molto al di là delle più pessimistiche previsioni. Di quei 19 milioni di italiani che nel 2006 avevano votato per l’Unione di Prodi, era prevedibile che questa volta una parte sarebbe rimasta a casa o avrebbe annullato la scheda. Ma che il rapporto di forza passasse dal sostanziale pareggio di due anni fa (49,8% a 49,7%) a un 54,8% di tutte le forze dell’ex centro-destra contro il 41,6% di tutte le forze dell’ex Unione non era ragionevolmente immaginabile. Certo, analizzando attentamente i flussi di voti in termini assoluti e non percentuali – e considerando che quasi tutta l’astensione viene dal campo progressista – ci si può consolare pensando che in realtà la distanza fra i due vecchi schieramenti è un po’ meno netta di quei 13 punti percentuali che oggi sembrano così drammaticamente irrecuperabili.

Il fatto però è che non si può continuare a ragionare con la logica del 2006, molto semplicemente perché quei due blocchi – centro-destra e centro-sinistra – non esistono più. E questo non solo perché all’interno di ciascuno dei due vecchi schieramenti si sono create divisioni che hanno portato a presentare all’elettorato sei diverse proposte politiche in concorrenza tra di loro (concorrenza che, data la legge elettorale, significava di fatto «mors tua vita mea» e in tre casi su sei – Sinistra arcobaleno, la Destra e Partito socialista – in termini parlamentari è stato letteralmente così), ma anche perché le posizioni e le prospettive politiche dei diversi partiti sono cambiate parecchio in questi ultimi mesi; e ancor più stanno cambiando ora, alla luce dei risultati elettorali. Se si continuerà a votare con questa legge – o, a maggior ragione, se Berlusconi deciderà di introdurre il sistema uninominale maggioritario all’americana – i tre partiti che oggi sono stati esclusi dal Parlamento continueranno probabilmente a restarne fuori anche domani. Dal momento che almeno i due partiti maggiori (Pd e Pdl, che assieme hanno più di tre quarti dei seggi) non hanno alcun interesse a introdurre una legge elettorale proporzionale alla tedesca (dove non esiste il «ricatto» del voto utile), è decisamente improbabile che le Camere possano votare una legge che favorisca proprio i partiti che oggi non vi sono rappresentati.

Per quanto riguarda il Partito democratico, si può dire che l’uscita dal Parlamento delle forze che hanno dato vita alla Sinistra arcobaleno gli consente oggi di fare in modo più semplice, e con meno remore, ciò che altrimenti sarebbe stato forse un po’ più complicato e «doloroso»: staccarsi in modo ancor più netto e definitivo da questa sinistra che considera radicale e massimalista (e che da oggi è persino extraparlamentare), compiendo una marcia di avvicinamento verso l’Udc. Il partito di Casini, a sua volta, sta prendendo atto del fatto che il divorzio elettorale da Berlusconi è anche un divorzio politico e si renderà sempre più conto che non ha senso continuare a orbitare in un’area politico-culturale – quella del centro-destra, appunto – che l’ha voluto «espellere» perché – come infatti si è poi dimostrato – riteneva di non averne bisogno per vincere le elezioni. A questo punto, il rapporto di forza tra i due nuovi campi sarebbe più equilibrato: 43% (stando ai risultati di queste elezioni) per la nuova alleanza Pd-Idv-Udc e 46,8% per la maggioranza attuale Pdl-Lega. Una distanza ragionevolmente colmabile, soprattutto nella prospettiva di proporre – chissà – magari proprio Casini come candidato premier alle prossime elezioni del 2013, in contrapposizione a Fini (a meno che Berlusconi, a quel punto quasi settantasettenne, non decida di correre per la sesta volta…). Ma accanto a questa strategia di avvicinamento all’Udc, già messa in atto in questi giorni, il Pd potrebbe anche puntare su una fine anticipata della legislatura, magari provando a convincere la Lega nord a fare il ribaltone, come nel lontano 1994. In realtà però questa carta è molto più rischiosa da giocare; ma soprattutto è davvero difficile che un’operazione del genere riesca.

La cosa che mette più tristezza è vedere che all’indomani delle elezioni la preoccupazione maggiore del Pd sia quella di tornare al più presto al governo e quella di molti esponenti della Sinistra arcobaleno sia invece di tornare al più presto in Parlamento. Se la Presidenza del Consiglio per gli uni e i seggi parlamentari per gli altri non sono più (ammesso che lo siano mai stati) un mezzo per raggiungere i propri obiettivi politici, ma diventano un fine in sé, verrebbe quasi da pensare che in fondo queste sconfitte se le siano anche un po’ meritate. Certo, magari però gli italiani non si meritavano altri cinque anni di Berlusconi… ma ne siamo proprio così sicuri?

Quando si perde, è inevitabile che comincino a «volare gli stracci». I quattro partiti della Sinistra arcobaleno – chi più chi meno – sono in preda a un riflesso identitario che li spinge ad archiviare in tutta fretta l’esperimento unitario per ritornare ognuno al proprio nido rassicurante, aggrappandosi ai vecchi simboli e alle vecchie bandiere. Ma «ritirarsi ora in una casa più piccola – ha osservato giustamente il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, di Rifondazione comunista – serve solo se si è frammento di ceto politico. Ci si salva solo sfidandoci a fare una sinistra di popolo, grande e nuova».

E per costruirla occorrerebbe andare ben oltre quei quattro partiti, le loro classi dirigenti e i loro iscritti, che pur rappresentando una parte importante del «popolo di sinistra» certamente non lo esauriscono. In ogni caso, i risultati delle elezioni amministrative si possono considerare quasi «confortanti» per la Sinistra arcobaleno, dimostrando che mediamente c’è un altro 3% di elettori che l’ha votata solo alla Regione, alla Provincia o al Comune, preferendo per Camera e Senato il «voto utile» (utile si fa per dire, dati i risultati) al Partito democratico. Tanto per fare qualche esempio: alle regionali in Friuli la Sinistra arcobaleno ha preso il 5,7% (quasi tre quarti dei voti presi separatamente dai vari partiti cinque anni fa); in Sicilia ha sfiorato il 5%, più o meno in linea con il risultato delle altre volte in quella regione a dir poco «difficile»; alle provinciali di Roma ha preso il 5,7%, a Massa Carrara l’8,7%, ad Asti il 4,8%... insomma, non si può certo parlare di «successo» per questo cartello elettorale, però sapere di essere virtualmente più vicini al 6% che al 3% dovrebbe suggerire ai suoi dirigenti e ai militanti di prendersi almeno una pausa di riflessione prima di prendere la decisione di affossare definitivamente la Sinistra arcobaleno, affossando così la speranza di alcuni milioni di persone. Compresi quelli che magari non l’hanno votata proprio perché appariva troppo limitata alle vecchie tradizioni ideologiche dei partiti aderenti e, allo stesso tempo, un ben poco convincente cartello elettorale.

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