Qualche pensiero ed un saluto
L’editoriale di Paolo Naso che, con questo numero, lascia la direzione di Confronti. Uno sguardo a questi anni nei quali è stato direttore, così intensi e complessi. Un augurio a Gian Mario Gillio, il nuovo direttore della testata.
È questo il mio ultimo editoriale che firmo come direttore di Confronti, dopo quindici anni di lavoro in questo ruolo e, complessivamente, diciotto nella redazione della rivista. Non sta a me fare il bilancio di questa avventura, la più lunga ed importante della mia vita professionale. Mi limiterò solo a qualche considerazione strettamente personale, ripensando a questi anni così complicati e così importanti, tanto difficili da apparire quasi indecifrabili.
Sono arrivato a Confronti nel luglio del 1989, alla vigilia della caduta del muro di Berlino, in un tempo di eccezionali cambiamenti politici. Trovai una redazione forte, appassionata, impegnata nel lancio della nuova testata che sostituiva Com Nuovi Tempi. Un mensile al posto di un quindicinale, meno movimento e più riflessione, non solo ecumenismo ma anche dialogo interreligioso, fede e politica ma anche cultura e spiritualità: queste le linee editoriali di allora, perseguite con l’idea che la scommessa fosse tutta da vincere; Confronti nasceva con molte idee ma pochi mezzi e nulla garantiva che la nuova testata potesse sopravvivere ai grandi cambiamenti editoriali, politici e culturali di quegli anni.
La politica era spesso in prima pagina. I grandi cambiamenti internazionali, infatti, avevano importanti ripercussioni interne, soprattutto nell’ambito della sinistra. Il giornale aveva sempre avuto una vocazione «plurale»: al suo interno convivevano anime politiche diverse, ognuna di esse a suo modo eterodossa rispetto alla posizione dei principali partiti della sinistra. Chi era socialista avvertiva il disagio – talvolta il disgusto – per le vicende interne a quel partito. Chi era democristiano – e qualcuno lo era o lo era stato – guardava frustrato ed impotente alla dissoluzione del patrimonio del cattolicesimo democratico e popolare, a vantaggio dei famosi comitati d’affari. Chi era comunista (Pci) vedeva i rischi del rapporto privilegiato che quel partito intendeva stabilire con i vertici della Chiesa cattolica a scapito dell’attenzione al dissenso, al mondo delle Comunità di base, alla teologia della liberazione, alle voci teologiche fuori dal coro. Chi faceva riferimento alla nuova sinistra sentiva la frustrazione per la scarsissima attenzione che questi partiti esprimevano nei confronti del mondo delle fedi, quasi considerandolo una patologia politicamente non rilevante e comunque fastidiosa. Anche chi si ritrovò impegnato nelle neonate formazioni ambientaliste, avvertiva la difficoltà a «far passare» i contenuti propri dell’elaborazione di un cristianesimo critico rispetto ai vertici, ecumenico, aperto alla sfida dell’incontro con le altre confessioni, attento ai temi etici.
Nei numeri di quegli anni si trova una fotografia nitida di quel travaglio, vere e proprie mappe della disgregazione e della ricomposizione del sistema politico italiano.
Il dato che emerge, rileggendole, è che nella sostanza il rapporto tra questa testata e le diverse sinistre italiane (compresa quella democristiana), pur mai negato, è sempre stato complesso ed articolato. Certamente lo fu dopo l’89, negli anni caldi della nascita del Pds, della diaspora socialista, della sfaldatura democristiana.
La svolta dell’89 coincise con quella che alcuni sociologi cominciarono a chiamare «la rivincita di Dio»: l’onda lunga e potente della secolarizzazione, infatti, sembra rallentare e il tema delle fede, finito sempre di più ai margini del dibattito culturale e politico, tornava prepotentemente in campo. Giovanni Paolo II riempiva le piazze di giovani, i movimenti evangelical crescevano a ritmi impressionanti, il fondamentalismo islamico si candidava a soggetto politico di primo piano, quello ebraico diventava uno dei protagonisti del conflitto mediorientale; in Russia, nei Balcani, in India, nello Sri Lanka nascevano o si rafforzavano partiti confessionali che proponevano una strategia politico religiosa del tutto non immaginabile solo qualche anno prima. I numeri di Confronti furono un osservatorio attento di questo fenomeno mondiale: ne cogliemmo subito la grande valenza sociale, culturale e politica, al punto da farne l’asse principale della nostra linea editoriale. Molte critiche si possono fare al nostro lavoro di quegli anni, ma non quella di aver pubblicato un giornale provinciale ed angusto, disattento rispetto ai grandi processi mondiali.
Parte del problema sulla scena pubblica mondiale, le religioni dovevano essere anche parte della soluzione: mentre si consolidavano le reti ecumeniche sui temi della pace, della giustizia e della salvaguardia ambientale – la prima Assemblea ecumenica europea si celebrò a Basilea proprio nel 1989 – sugli stessi temi si realizzavano i primissimi incontri a carattere interreligioso. Un primo grande incontro interreligioso voluto da Giovanni Paolo II si era celebrato ad Assisi nel 1986, e lo spirito di quell’evento – che pure aveva avuto dei limiti – continuava a soffiare e ad animare nuove analoghe iniziative.
Anche di questo sui numeri di Confronti di quegli anni si trova un puntuale riscontro: diventa costante una sezione dedicata all’ebraismo, si inizia a dedicare grande attenzione all’islam e alle altre comunità di fede. Sfogliando le annate si trovano le prime inchieste sull’islam in Italia, le polemiche sulla costruzione della moschea, le prime interviste ai suoi imbarazzati leader ancora non consapevoli della rilevanza culturale e politica che la loro comunità avrebbe assunto. Fu in quegli anni Novanta che Confronti mise a fuoco il tema del pluralismo religioso in Italia, sino ad allora negato, sottovalutato o ridotto alla presenza ebraica ed a quella valdese. Ed invece, tra i primissimi, iniziamo a parlare dei pentecostali e dei testimoni di Geova, dei buddhisti e degli induisti, dei sikh e dei mormoni, dei bahà’i e così via. In Italia, all’ombra della cupola di San Pietro.
Ma in virtù del consueto pendolo tra «fede, politica e vita quotidiana» che orienta Confronti – sin dal sottotitolo della rivista – a metà degli anni Novanta matura una grande attenzione alla ricostruzione della destra italiana. C’è il fenomeno Lega Nord; poi, nel 1993, il passaggio dal Msi ad Alleanza nazionale e la candidatura di Fini a sindaco di Roma; infine, la calcolata «discesa in campo» di Berlusconi. Il giudizio della testata su questa rivoluzione che avrebbe cambiato il sistema politico fu allarmato quanto netto. A rileggere quelle pagine, però, emerge che il criterio di valutazione non fu ideologico quanto piuttosto culturale. Di questa destra scrivevamo di temere il suo trasformismo, la sua vena xenofoba e razzista, la celebrazione demagogica e populista dell’antipolitica. All’indomani della sua seconda vittoria, nel 2001, scrivemmo che segnava la sconfitta culturale del centrosinistra, incapace di cogliere e orientare i grandi cambiamenti che erano intervenuti nella società italiana. In dieci anni l’Italia era cambiata: la scoprivamo più superficiale, più divisa, più affamata di quelle briciole di effimero che il berlusconismo dispensava attraverso le sue (e le altre) televisioni. Senso dello Stato, senso del dovere, responsabilità individuale, spirito di servizio, solidarietà suonavano come parole vuote di fronte alla retorica del «nuovo», del «moderno», del «funzionale». Confronti sceglie la battaglia culturale e martella sul tema dei valori della politica, quelli profondi, costituzionali, radicati nella storia della democrazia italiana, europea ed occidentale.
Intanto, dall’America, giunge una nuova ricetta politico religiosa che in Italia – e siamo ormai negli anni 2000 – trova entusiastici estimatori e praticanti: il teoconservatorismo. È pane per i denti di Confronti che i «teocons» americani li segue da anni e ne coglie la pericolosità politica e teologica.
La tragedia dell’11 settembre diventa un vero e proprio spartiacque che sembra avvalorare la tesi dello scontro di civiltà. In quei mesi sentimmo il peso della responsabilità di difendere e rilanciare la linea del dialogo, unica via d’uscita a una crisi che potenzialmente avrebbe potuto infiammare ogni angolo del Medio Oriente e dell’Europa, degli Stati Uniti e dell’Asia. Dialogo, dialogo ed ancora dialogo. Nonostante tutto, dialogo a testa alta, senza nulla cedere sui temi della democrazia, dei diritti umani, della dignità della donna, ma dialogo e non bombe, ragionamenti e non misure xenofobe, incontri e non campagne di pregiudizio. In quel contesto nacque, ad esempio, quella «giornata ecumenica per il dialogo cristiano islamico» ormai giunta alla sua quinta edizione, che è solo la punta più visibile di una serie di iniziative interculturali e interreligiose di cui la nostra rivista è riconosciuta protagonista.
Certo sono anni di eccezionale fatica: il tamburo maggiore della grande stampa laica e dell’informazione cattolica silenzia ogni voce critica e la nostra testata avverte i limiti delle proprie forze.
Arriviamo così allo scorso anno e a quel referendum sulla procreazione medicalmente assistita che segna l’ultima svolta che vogliamo ricordare in questo personalissimo excursus: la diretta discesa in campo, con un’intenzione esplicitamente politica, del cardinale Ruini e con lui di tutta la Conferenza episcopale. «Onorevole Ruini», avevamo intitolato nel novembre del 2005, anticipando e denunciando una pericolosa involuzione del ruolo dell’episcopato italiano quasi costituitosi in partito politico.
E siamo ai giorni nostri, alle polemiche sui Dico, alla battaglia culturale e politica sulla laicità che è facile prevedere sarà il grande tema dei prossimi anni. E la voce di Confronti potrà aggiungere spunti originali a questa discussione: diremo qualcosa di laico, certo, rimarcando la distinzione di ruoli e di competenze tra lo Stato e le confessioni religiose; ma sottolineando al tempo stesso la rilevanza culturale e sociale del pluralismo confessionale che deve essere riconosciuto come un valore aggiunto della convivenza civile. Pluralismo delle confessioni religiose e all’interno delle confessioni religiose. Tanto più in una società multiculturale come ormai siamo, senza peraltro averne la preparazione e gli strumenti per governarla. Ed esattamente questo sarà uno dei test per verificare la capacità dell’attuale classe politica, sia che sieda al governo o che stia all’opposizione: promuovere pluralismo, costruire integrazione, consolidare valori civili condivisi.
Come direttore di questa testata ho avuto il privilegio di seguire questi anni da un osservatorio particolare e privilegiato: una redazione che raccoglie personalità libere e intelligenze lucide, maestri di giornalismo, collaboratori generosi, colleghi appassionati e professionali. Da questo numero lascio la mia scrivania al nuovo direttore, Gian Mario Gillio, al quale faccio i migliori auguri fiducioso che con lui Confronti potrà proseguire e progredire nella sua avventura editoriale e culturale. Sono certo che il mio rapporto con voi, lettori di Confronti, continuerà anche per il futuro ma questo articolo chiude il ciclo della mia direzione. In questi anni, quelli di internet, della free press, delle veline e dei grandi fratelli, avete continuato a cercare, comprare e leggere una rivista povera, che di colorato ha solo la copertina, che contiene articoli lunghi e non illustrati, che si concede il lusso del pensiero e della documentazione. Evidentemente voi siete particolarmente tenaci e noi siamo riusciti a guadagnare la vostra attenzione. E per questo voglio dirvi, semplicemente, grazie.
Paolo Naso
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