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SPECIALE DOPO-ELEZIONI. La traversata del deserto

Vi sono due modi, per chi è di sinistra, di rapportarsi ai risultati delle elezioni politiche del 13-14 aprile.

Il primo è quello di sentirsi schiacciati dalla vittoria berlusconian-leghista, e dunque rassegnarsi alla disperazione, oppure imboccare la via dell’abbandono di ogni impegno – considerato inutile o velleitario – politico, sociale e culturale per cambiare un paese sfasciato che si affida di nuovo, pur avendone non esaltante esperienza, all’antico pifferaio.

L’altro modo, invece, è quello di prendere atto della situazione; di cercare di comprendere le ragioni, e le dinamiche, prossime e remote, della nostra disfatta; di fare, ove occorra, una severa autocritica; di non rassegnarsi allo status quo; e, infine, di equipaggiarsi per la lunga traversata del deserto che ci sta di fronte.

Naturalmente, passate le emozioni e le analisi superficiali, si dovranno scavare a fondo le ragioni che hanno spinto la maggioranza della gente a votare a destra; si dovrà riflettere sulla strategia veltroniana che, pur portando il PD ad una bella e assai significativa affermazione, non ha però conseguito una vittoria, almeno al Senato, producendo così due effetti «collaterali», per opposte ragioni, tremendi: il trionfo del Popolo della libertà da una parte, e la cancellazione della Sinistra dall’altra. E la stessa Sinistra – o, meglio, la galassia delle sinistre – dovrà chiedersi come potesse ritenere sensato e realistico presentarsi all’elettorato con diversi partiti e diversi candidati premier, senza riflettere sul fatto che ciascuno di essi avrebbe rosicchiato voti all’altro, innescando una generale ecatombe, e la scomparsa (in parlamento) dell’altro, ma anche del proprio schieramento. Un vero harakiri, i cui effetti deleteri diverranno a mano a mano più evidenti.

Proprio perché la sconfitta è stata così aspra, grande è il rischio che essa porti a deporre ogni speranza di riscatto, abbandonando il campo della battaglia per ritirarsi a vita privata, o a leccarsi le ferite. Comprendiamo questi sentimenti ma, crediamo, occorre contrastarli risolutamente. Il 40% del paese si è riconosciuto nel Pd, nell’Arcobaleno e negli altri partiti di sinistra; dunque, vi è un grande potenziale umano su cui contare. Se abbiamo perso le elezioni (e questo rimane un dato di fatto ineliminabile), non abbiamo perso tutto.

Per reagire, e per proseguire, bisogna però attrezzarsi per i tempi lunghi; la rivincita, se ci sarà, non sarà domattina. Dobbiamo tutti sapere che ci attende una traversata – una lunga traversata – nel deserto, un deserto pieno di insidie. Perciò bisogna radicarsi nel territorio, parlare con la gente, ascoltarla parlare, parlarle, esporre con pazienza le proprie idee, accogliere obiezioni e proposte; bisogna continuare e rafforzare (questo è il compito proprio dei media e, nel suo piccolo, di una rivista come la nostra) il lavoro culturale, i dibattiti, i luoghi e i forum di informazione e di approfondimento, per mostrare le enormi contraddizioni e le lacune della destra, e per dare ragioni convincenti delle nostre propose ideali, culturali e programmatiche.

Su un punto, ci sembra, sarà soprattutto necessario riflettere per quel che ci riguarda, e vigilare per quello che farà il nuovo governo di Berlusconi III: sulla laicità dello Stato. Su questo tema ci siamo soffermati in vista delle elezioni, su questo tema insisteremo ora, e negli anni di questa legislatura. Vi sono molti segni che fanno intravedere la disponibilità del governo di centrodestra a impedire leggi che sui temi «eticamente sensibili» prevedano normative spiacenti al Vaticano e alla Conferenza episcopale italiana. E vi sono segni che indicano la remissività della nuova maggioranza parlamentare a concedere ulteriori privilegi alla Chiesa cattolica in cambio di un’ampia benedizione ad un governo che cercherà di farsi accreditare come difensore della civiltà cristiana.

Ci attende un grande lavoro, un impegno difficile, una traversata rischiosa. Impresa impossibile, da soli, contro la marea montante del berlusconismo e del leghismo; ma affrontabile se, come le carovane nel deserto, ci muoveremo uniti. Non è tempo di scoraggiarsi ma, al contrario, di impegnarsi con maggior determinazione per le idee nelle quali crediamo, per l’Italia che vogliamo costruire, per l’Europa che vogliamo creare, per il mondo giusto e solidale che vogliamo edificare.

Luigi Sandri

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