«Possumus?» Forse sì, forse no
Prima di cadere sulla politica estera, il governo Prodi è andato avanti e, alla fine, ha elaborato un progetto che regolamenta le unioni civili. I rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica non erano mai giunti a un livello di criticità così alto. Si consolida la strategia ruiniana dell’intervento diretto della Cei sulla scena politica. Una strategia ad alto rischio.
Possumus?, come titola la copertina di questo numero di Confronti. Nel senso che, a pochi giorni dalla sua crisi, il Governo era riuscito a proporre al paese un progetto di legge sulle unioni civili. D’altra parte il voto del senatore Giulio Andreotti che ha contribuito a far cadere il governo Prodi, potrebbe spiegarsi proprio come una «manovra» vaticana tesa ad affossare definitivamente i Dico e tutto quello che gli assomiglia. Non crediamo nelle tesi complottistiche ma non crediamo proprio che in politica estera Andreotti sia così distante da D’Alema. No, il vecchio senatore a vita non ha bocciato il ministro degli esteri, ha bocciato il governo. E vi sono fondate ragioni per ritenere che lo abbia fatto tendendo lo sguardo Oltretevere, alle inquietudini e alle ansie dei suoi tanti amici in Vaticano.
Vedremo, quindi, che fine farà la navicella dei Dico nelle tempestose acque della politica italiana. Certo, il testo è il frutto di faticose mediazioni e più di un compromesso ma, a nostro avviso, infine era un progetto di legge decente e civile che offriva importanti garanzie alle coppie di fatto, etero ed omosessuali. Una legge che tutela delle persone, e che per questo nulla toglie ad un fondamentale istituto sociale – e per qualcuno anche religioso – come il matrimonio.
Mai la Conferenza episcopale italiana si era esposta con tanta determinazione contro un provvedimento di legge e mai aveva alzato il tono della polemica sino a questi livelli. Neanche nel 1974, ai tempi del referendum sulla legge sul divorzio, e nel 1981 in occasione di quello sull’aborto. In quelle occasioni la Cei lasciò che formalmente fosse il partito dei cattolici, la Democrazia cristiana di Amintore Fanfani e di Arnaldo Forlani, a gestire politicamente la battaglia politica prima e referendaria dopo. E alla fine la sconfitta non fu, direttamente, della Chiesa cattolica italiana, ma di un partito e della sua galassia associativa. Tutto questo molti anni fa, in un sistema politico assai diverso da quello attuale. Ma da quindici anni, in assenza della Dc e quindi di una mediazione partitica, la Cei ha scelto la strada dell’autorappresentazione dei propri valori e dei propri interessi. La presidenza di Camillo Ruini ha rafforzato e radicalizzato questa scelta: scettico sull’autorevolezza morale del centrodestra e pregiudizialmente diffidente nei confronti del centrosinistra, il cardinale ha rotto gli indugi e ha compiuto il grande passo che, meno di un anno fa, lo ha portato al successo facendo fallire, nel giugno 2005, il referendum sulla legge per la procreazione medicalmente assistita. Come un generale orgoglioso delle sue vittorie, il cardinale Ruini ha ritenuto di avere un mandato ancora più forte e pieno per la realizzazione della sua strategia dell’autorappresentazione senza mediazioni partitiche: Udeur e Udc, Nuova Dc e Margherita, teodem e teocon facciano pure il loro gioco ma sia chiaro – questo è stato il messaggio del cardinale Ruini in occasione del dibattito politico sui Dico – la Cei scenderà direttamente nel campo di battaglia, con le sue bandiere e le sue truppe. I rischi di questa strategia sono altissimi, e il primo e più grave è l’apertura di un contenzioso sul sistema di relazioni tra lo Stato e la Chiesa di Roma: l’uno e l’altro «indipendenti e sovrani» – come recita il Concordato – significa rimarcare una linea che delinea il confine dell’uno e dell’altra. Oltrepassarla equivale a destabilizzare un equilibrio di per sé precario. Nessuno ha il diritto di mettere a tacere il cardinale Ruini o la Cei: una democrazia laica vive del confronto tra diverse visioni ideali e culturali, anche quando si fa vivace. Il problema sorge quando lo Stato pretende di definire e interpretare, ad esempio, l’etica cattolica; o quando la Chiesa cattolica ritiene di dover definire una norma di legge dello Stato che tocchi problemi etici. Il sistema complessivo dei rapporti tra Stato e Chiesa cattolica regge solo se si rispetta quel confine e, lasciando a Dio ciò che gli appartiene, si riconosce la legittimità del governo di Cesare. L’altro rischio è che, se passasse i Dico, a perdere non sarebbe un partito ma la Chiesa cattolica stessa, che di questo tema ha fatto una bandiera. E più di qualcuno, laico o chierico, sinceramente e radicalmente cattolico quanto gli attuali vertici della Cei, se ne è perfettamente reso conto.
A nostro avviso, il Non possumus solennemente gridato, su mandato di Ruini, dall’Avvenire del 6 febbraio e, a seguire, l’annuncio di una direttiva vincolante in coscienza i cattolici impegnati in politica, sono andati oltre quel limite consensualmente stabilito proprio nel Concordato. Non sappiamo se sia vera la voce secondo la quale il vicepremier Francesco Rutelli avrebbe a lungo «mediato» con la Cei, ricevendo qualche assicurazione sul fatto che le reazioni dei vescovi sarebbero state prudenti e misurate. Se la mediazione fosse davvero riuscita la sua candidatura a sostituire Prodi – un giorno, forse lontano ma forse no – sarebbe stata inarrestabile.
Non è andata così e oggi Rutelli appare in difficoltà, mentre Rosy Bindi e Romano Prodi – i «cattolici adulti» che hanno scelto di andare avanti con coraggio sulla linea del mandato ricevuto dagli elettori – possono vantare il successo politico di essere riusciti a presentare un progetto sulle convivenze. La crisi di governo rischia di azzerare l’intero processo. Ma intanto, oggi ed a futura memoria, tanto di cappello alla coerenza di chi ha avuto il coraggio, comunque, di dire possumus.
Paolo Naso
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