Perché nessuno parla di «ora delle religioni»?
Nel nostro paese domina un sostanziale analfabetismo religioso, un’ignoranza di cui anche la scuola non può non preoccuparsi. Ma qual è la soluzione? Creare una «balcanizzazione» delle ore di religione (dall’ora di islam all’ora di buddhismo, di ebraismo e così via) oppure favorire il confronto fra idee differenti e la riflessione critica sulla realtà? Riflettiamo su una possibile «ora di religioni» per tutti, credenti e non.
L’educazione interculturale non può non fare i conti con le religioni»: così il pedagogista Andrea Canevaro rilevava, qualche tempo fa, un’insufficienza e un’occasione. Da una parte egli fotografava la carenza d’impegno delle nostre istituzioni educative sul tema del religioso coniugato al plurale; dall’altra, il fatto che l’ormai assodata constatazione del ritorno sulla scena pubblica dei diversi nomi di Dio, del sacro, dei valori religiosi potrebbe rappresentare un ottimo incentivo, anche per la scuola italiana, in vista di un’autentica educazione interculturale.
Sta di fatto che, invece, questo oggi in Italia non sta accadendo, salvo eccezioni meritorie, per un pessimo combinato di motivi storici, culturali, politici: l’educazione interculturale, decisamente, non sta facendo i conti col pluralismo religioso. Anzi, per la verità, il fatto è che con le religioni i conti non li sta facendo – se non poco e male – neppure l’educazione in generale. I risultati sono sotto gli occhi di tutti coloro che abbiano voglia di rendersene conto: ignoranza diffusa, sostanziale analfabetismo religioso, banalizzazione e pressappochismo sulle «cose di Dio».
In questo contesto, confermando il ruolo della scuola quale avamposto privilegiato delle contraddizioni nell’odierno scenario pubblico, è scoppiato il fulmine a ciel (poco) sereno dell’intervento del cardinale Raffaele Renato Martino, presidente del Pontificio consiglio Giustizia e pace, interpretato un po’ frettolosamente come una sostanziale approvazione vaticana ad un’ora di religione per insegnare il Corano agli studenti musulmani: «Se ci sono delle necessità, se in una scuola ci sono cento bambini di religione musulmana, non vedo perché non si possa insegnare loro quella religione. Questo è il rispetto dell’essere umano, un rispetto che non deve essere selezionato». Solo un paio di giorni prima la Consulta per l’islam del ministro Pisanu aveva visionato un documento dell’Ucoii in cui, tra l’altro, si chiedeva di istituire nelle scuole l’ora di religione islamica come scelta alternativa all’insegnamento della religione cattolica (Irc).
Molte le considerazioni che l’episodio potrebbe suscitare, ben al di là della scontata messe di puntualizzazioni, precisazioni, smentite: ne scelgo tre.
La prima è relativa alla straordinaria capacità tutta italica di affrontare con nonchalance questioni serie come il crescente pluralismo degli alunni e delle loro famiglie; questioni che andrebbero affrontate con la dovuta attenzione, e – perché no? – ascoltando le ragioni di quanti da anni si adoperano per indicare la necessità di superare l’attuale situazione concordataria rispetto all’Irc. Cosa che regolarmente non avviene, a dispetto degli sforzi di non poche personalità (da Ermanno Genre a Flavio Pajer, per fare solo un paio di nomi) e associazioni (dalla «31 ottobre» al Gruppo di Vallombrosa). Le quali, da tempo, si battono, pur con accenti diversi, per una prospettiva che potremmo grosso modo definire di «ora delle religioni»: uno studio storico e/o fenomenologico di cui si sente un enorme bisogno e di cui invece nella riforma Moratti non esistono neppure le tracce.
La seconda riguarda l’opportunità che possa essere la parola di un cardinale a dare il via libera – come hanno ovviamente titolato i media – all’ora islamica a scuola. Fermo restando, ovviamente, il diritto di Martino a pronunciarsi al riguardo, non sarebbero le istituzioni statali, e in primo luogo il Ministero preposto, a dover affrontare la questione, senza attendere imbeccate o – peggio – presunti lasciapassare che, fra l’altro, ribadiscono una volta di più quanto sia precario la statuto della laicità nel nostro paese?
La terza, più di merito. Già un anno fa, in Trentino, la locale comunità islamica aveva lanciato l’ipotesi di un insegnamento coranico a scuola (a buon diritto anche in questo caso, si badi), con relative, generali preoccupazioni da parte dell’opinione pubblica, non solo locale. Se si seguisse questa traiettoria, ipotizzata anche da Martino, qualora da parte di altre comunità religiose venisse la stessa richiesta, com’è prevedibile, ci si potrebbe tirare indietro? È agevole immaginare il rischio di poterci trovare di fronte, ben presto, ad una sorta di moltiplicazione a dismisura, se non di vera e propria balcanizzazione, delle ore di religione, dall’ora di buddhismo (quale, poi?) all’ora di ebraismo, e così via… con tanti saluti alla funzione primaria e strategica della scuola (pubblica e privata): favorire il confronto fra idee differenti, lo scambio di pareri e di visioni del mondo, la riflessione critica sulla realtà che è sempre in progress. A qualcosa di simile, del resto, ha portato il modello, squisitamente comunitarista, del Canada: col pericolo trasparente di aumentare ancor più le distanze, invece di diminuirle grazie al dialogo. Non sarà il caso, finalmente, di avviare piuttosto una discussione approfondita e aperta su un’«ora di religioni» per tutti, credenti e non? Mille problemi, certo, da chi la insegnerà a che fine farebbe l’odierna Irc, ma possiamo aspettare ancora a parlarne? Già oggi, del resto, se ce ne fosse la volontà politica, potrebbe essere immaginata come uno spazio sperimentale nelle pieghe della riforma Moratti, da un lato, e come un investimento sulla nuova sensibilità sul multireligioso e sull’interreligioso che dovrebbe abitare i corsi di formazione dei docenti e i contenuti delle discipline da essi insegnate. Ma anche gli stili di insegnamento, le metodologie, i linguaggi adottati, i libri di testo…
Secondo Stefano Rodotà, che ne ha scritto mesi fa su la Repubblica, si mostra in effetti sempre più impellente ripensare la nozione di laicità nella scuola, sviluppandone i motivi che la fondano, dalla negazione del confessionalismo al rifiuto dell’intolleranza fino al riconoscimento delle ragioni delle cosiddette minoranze: «Se la scuola, come altri luoghi del pubblico, non rende possibile il confronto, allora nella società rischiano di affermarsi con prepotenza le forme di una separazione non più benefica occasione offerta a ciascuno di conservare la propria identità, ma fonte di pericolosa contrapposizione. E allora: scuole confessionali l’una contro l’altra armate, famiglie o comunità religiose il cui integralismo non è più bilanciato da uno spazio pubblico dove si incontra l’altro».
Perdere altro tempo per la nostra scuola, nel rispondere alla richiesta di informazione e di formazione in ambito (multi)religioso, diventa di giorno in giorno sempre più colpevole e preoccupante. Perché il dramma evidente – ecco un’intuizione di un altro cardinale, quasi omonimo, Carlo Maria Martini – non riguarda più la superata antinomia fra credenti e non credenti, ma piuttosto fra pensanti e non pensanti. Col più sincero augurio al nuovo Parlamento perché cominci ad accorgersene.
Brunetto Salvarani
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