Italiano · English

Per una cittadinanza a misura di due generi

Nonostante i recenti drammatici fatti di cronaca, i dati Istat confermano che è proprio la famiglia il luogo in cui si consuma il 65% dei maltrattamenti e delle violenze fisiche, sessuali e psicologiche su donne e minori. Per evitare da una parte i rabbiosi rigurgiti razzisti e dall’altra la rassegnazione all’impotenza, occorrerebbe promuovere una politica laica, di sostegno e prevenzione, contro ogni genere di sopruso nella sfera privata e in quella pubblica, contro ogni giustificazione religiosa o identitaria di discriminazioni nei confronti della autodeterminazione delle donne.

Il suo nome in apertura di ogni giornale, di ogni programma televisivo, di ogni dibattito più o meno urlato; il ricordo privato del suo sguardo fermo, del suo sorriso gentile, affettuoso, della sua confidenza: contrasti, visioni sfalsate su piani diversi. Così al suo funerale: la grande folla composta, le autorità, più in là curiosi vocianti e, intanto, sulla scalinata, la corsa della sorella che ci raggiunge sola e nell’abbraccio chiude il dolore e le parole. Ancora: donne e uomini evangelici, valdesi, intorno alla Parola predicata (non alla bara della loro sorella in fede che non c’è più) ospitati in una grande basilica cattolica.

Contrasti fertili, quando raccontano la complessità della vita.

Lo squallore violento delle baracche abusive di Tor di Quinto è una faccia della tragedia, il retroscena culturale delle terribili parole pronunziate dal giovane romeno arrestato: «Verificate! Non le ho fatto violenza». Concezione brutalmente sessista della violenza su una donna seviziata e assassinata in una buia stradina romana, foss’anche solo per rubarle la borsa. «Cara Giovanna – scrive Elena Ribet nel dibattito aperto in rete dalla rivista Noidonne con lo slogan “Stop al femminicidio” – tu sei stata uccisa da un maschio perché eri una donna, libera di tornare a casa la sera da sola, senza guardie del corpo, forse senza paura; la tua libertà è stata punita».

C’è però un’altra faccia dello stesso contesto di degrado e miseria: è l’assunzione di una responsabilità ad alto rischio da parte di una donna rom, il suo grido d’aiuto, la rivelazione del corpo in un fosso, l’accusa. Lei, col suo volto sconosciuto, è per noi il fattore-speranza di questa storia di ingiustizia e di morte che toglie a tutti noi, cittadini e governanti, il diritto di dirci innocenti.

Mentre scrivo queste righe, è in preparazione a Roma, con una serie di assemblee aperte presso la Casa internazionale delle donne e un vivace sito internet, la manifestazione nazionale «contro la violenza maschile sulle donne», manifestazione di sole donne per marcare la connotazione sessuata di questa forma di violenza vistosamente in crescita nel nostro paese, ma non solo.

Violenza in crescita: ma, nonostante i numerosi casi drammatici, non sono le strade la scena privilegiata. Sono invece le famiglie, anzi spesso la famiglia, quella esaltata, blandita, codificata, l’italico modello di buon costume, chiuso su se stesso, sui propri interessi e affetti e pregiudizi; la famiglia che la gerarchia cattolica continua a «sacralizzare» come unico rimedio ai mali del mondo.

Su questo versante i dati Istat relativi al 2006 (25.000 donne tra i 16 e i 70 anni intervistate da gennaio ad ottobre) sono invece decisamente allarmanti: oltre il 65 per cento dei maltrattamenti e delle violenze fisiche, sessuali e psicologiche su donne e minori avvengono in ambito famigliare; inoltre il «sommerso» è elevatissimo, sia per la tendenza diffusa tra le donne, soprattutto al sud, a non riconoscere come stupro un rapporto ottenuto con la forza dal partner o marito, sia per la paura, spesso giustificata, di subire ritorsioni nel caso di denuncia dello stesso per percosse o altri maltrattamenti.

Va incoraggiata una politica per le famiglie? Certo. Purché sia per la pluralità delle famiglie, da quelle basate sul matrimonio a quelle «di fatto», quelle italiane e quelle immigrate, famiglie senza appartenenza religiosa e famiglie di fedi diverse, conosciute nella loro ricchezza e diversità: una politica laica, di sostegno e di vigilanza, contro ogni genere di sopruso nella sfera privata e in quella pubblica, contro ogni giustificazione religiosa o identitaria di discriminazioni nei confronti dell’autodeterminazione delle donne. Per famiglie che assumano con serietà il compito di educare le nuove generazioni all’esercizio di una cittadinanza attiva, responsabile, riconosciuta e costruita a misura di due generi.

Negli ultimi decenni molto è stato scritto dalle teoriche della differenza sessuale a proposito dell’universo simbolico segnato dalla differenza di genere e, per le donne, nutrito da nuove pratiche di reciproco riconoscimento. In questo orizzonte relazionale, la conflittualità non è cancellata, ma può essere assunta e governata. I contrasti e la complessità delle relazioni umane possono diventare terreno fertile di progetti, di democrazia inclusiva, di visioni di una nuova storia.

Ricordo un’antica parola biblica, una promessa del Signore che in tempi amari di rabbiosi rigurgiti razzisti, ma anche di rassegnazione diffusa all’impotenza, può riscaldare il cuore e interrogare l’intelligenza: «Non temere… Io spargerò il mio Spirito su ogni persona. I vostri figli e le vostre figlie saranno profeti, i vostri vecchi faranno dei sogni, i vostri giovani avranno visioni» (Gl.3,1).

Così è scritto nel libro di Gioele ed è una parola di vita.

Franca Long

← Rubrica "La nota stonata". Il neoliberismo è nudo | Tra informazione e realtà →

Website Design · HyperTextHero