Italiano · English

Partito democratico. Ma è proprio necessario?

Dopo essersi presentati nella lista Uniti nell’Ulivo in diverse occasioni (elezioni europee del 2004, regionali del 2005 – anche se non in tutte le regioni – e politiche del 2006, ma solo alla Camera dei deputati), Quercia e Margherita sembrano ormai avviate verso la costruzione del Partito democratico. Ma le differenze tra le due anime restano molte, specie sui temi della laicità. Riusciranno a trovare una sintesi? Ma soprattutto: dov’è l’utilità di trasferire all’interno di un partito le differenze e le tensioni che già esistono – e di certo non diminuiranno – all’interno dell’Unione?

Archiviato con un bel No a tutto tondo il referendum sulla riforma costituzionale, si torna a discutere del Partito democratico (Pd). In realtà ad oggi nessuno sa che cosa sarà e, proprio per dare forma a questa «cosa», è stata istituita una «cabina di regia» che dovrà definirne contenuti, strategie, statuto, simbolo. Al momento si conosce però l’intenzione generale che anima questo progetto: concludere quel convulso processo parallelo che ha portato il Pci ad evolversi in Pds prima e Ds dopo, e la Dc a sfilacciarsi in diverse formazioni politiche, la più rilevante delle quali è stato il Partito popolare poi confluito nella Margherita. In generale, quindi, il Pd sarebbe la formula politica che, unificando Quercia e Margherita, dovrebbe offrire una «casa» grande e moderna agli elettori di centrosinistra.

Per quanto grande, però, si sa sin d’ora che questo nuovo palazzo della politica non accoglierà i partiti neocomunisti (Rifondazione e Comunisti italiani) né altre formazioni minori come l’Udeur di Mastella o l’Italia dei valori di Di Pietro; se ne tengono ben alla larga i Verdi; lo criticano sin d’ora i radicalsocialisti della Rosa nel pugno: più o meno un terzo del Centrosinistra non entrerà nella nuova «casa».

D’altra parte, la fiduciosa ipotesi che sostiene il progetto del Partito democratico è che l’unificazione delle maggiori forze del centrosinistra possa avere una capacità d’attrazione di un elettorato genericamente progressista ma fluttuante, incostante, insofferente nei confronti di apparati di partito troppo stretti e rigidi.

Da qui, probabilmente, anche la scelta di un nome – Partito democratico – che evoca molto ma dice decisamente poco. In un sistema democratico è ovvio che un partito debba essere democratico: qualificandosi come tale esprime una ridondante ovvietà. Se si insiste su questo nome è perché si vuole richiamare un particolare modello politico. E il partito democratico per eccellenza è quello americano: per intenderci, quello di Thomas Jefferson e di Franklin Delano Roosevelt, di John Kennedy e di Bill Clinton. Un nome non è mai casuale: Forza Italia si chiama così perché esprime un’idea populistico sportiva della politica; chiamarsi Lega Nord significa rivendicare uno specifico etnico geografico, per quanto improbabile e mitologico possa essere.

L’area d’opinione che il Pd intende coprire, in molti paesi dell’Europa si raccoglie nei partiti liberali o laburisti: nel primo caso a sottolineare la rilevanza della libertà individuale e del mercato; nel secondo a richiamare la centralità politica del «lavoro». Eppure la scelta fatta in Italia è un’altra: Partito democratico, come negli Usa. Evidentemente quel modello attira e convince. È doveroso, allora, precisare qualche tratto specifico del Democratic party degli States: in primo luogo il carattere non ideologico e la capacità di rappresentare interessi e soggetti diversi se non addirittura antagonisti.

Il cemento del partito era e resta la capacità di fare sintesi degli interessi particolari dei vari gruppi: grandi compagnie d’affari e ceto medio, sindacato e corporazioni industriali, le donne e i giovani, i sindacalisti e gli imprenditori, gli omosessuali e le associazioni pro life, i pacifisti e gli alti gradi militari. Ovvio che, in questa prospettiva tipicamente americana, il partito – anche e forse soprattutto quello democratico – abbia un profilo incerto che si precisa solo con l’elezione alla Casa Bianca del suo leader. A quel punto, però, esso cessa le sue funzioni vitali: si mantiene come apparato in vista delle elezioni successive ma non ha alcuna seria capacità di condizionamento del presidente. Negli Usa, più o meno, funziona, ma oltreoceano l’intero sistema si fonda su un bipartitismo perfetto e «chiuso» ad altri soggetti nonché su un’ampia delega al presidente eletto. Il suo avversario sconfitto, quasi sempre esce di scena; il ricambio generazionale della classe politica, inoltre, è assai rapido. Rispetto all’Italia è un altro mondo, non necessariamente migliore, ma molto diverso e distante.

Con ogni evidenza siamo molto lontano anche dal modello europeo, che nonostante tutto è ancora segnato da sistemi multipartitici e ideologicamente ben orientati: liberali, comunisti, socialisti, socialdemocratici, popolari, democratici cristiani. Se non c’è un’ideologia a sostenere i partiti del vecchio continente c’è un tema specifico (l’ambiente per i Verdi, la laicità per la Rosa nel pugno, l’opposizione alle immigrazioni per il Fronte nazionale in Francia) o un radicamento territoriale utilizzato come fondamento identitario (Lega Nord o, con una ben più solida concezione dello Stato e dell’unità nazionale, l’Union valdotaine o la Sudtiroler volkspartei).

Al contrario il partito «democratico» è leggero, flessibile, postideologico: in questo molto distante dalla storia politica e civile del nostro paese, al punto da chiedersi se non sia un soggetto alieno, al fondo estraneo al sistema politico generato dalla Costituzione repubblicana.

I sostenitori del Pd replicano che il partito avrà una forma «italiana» e, chiudendo la fase aspra dello scontro ideologico, legherà le due grandi anime culturali del sistema politico: quella cattolico democratica e quella di ispirazione variamente socialista. Anche se chiunque dei promoter del Pd lo negherà, per quanto aggiornati e rivisti gli echi del famoso compromesso storico sono evidenti.

Suggestioni berlingueriane a parte, resta il fatto che il Pd dovrà costantemente mediare tra la sua anima «cattolica» e quella «laica»: dalla bioetica ai Pacs, dalle politiche per la famiglia a quelle per la scuola, ci sarà sempre – all’interno dello stesso partito e quindi del soggetto che dovrebbe rappresentare uno specifico «pacchetto» di interessi e valori politici e culturali – un dualismo che imporrà continue mediazioni. Su temi eticamente rilevanti e sensibili, le fibrillazioni che già oggi riscontriamo nella coalizione si trasferiranno all’interno dello stesso partito. E la «mediazione» raggiunta nel Pd dovrà essere ulteriormente «mediata» nel rapporto con le varie Udeur e Udc. Alla fine di questa catena di mediazioni – chiedo – che cosa resta?

Il Pd potrà forse essere un’unica casa, ma sarà molto agitata; un solo palazzo, molto rumoroso; un solo edificio, con molte voci. È di questo che abbiamo bisogno? Sarà davvero un passo in avanti?

Sì, rispondono i «democraticisti», perché il nuovo partito rafforzerà Prodi che finalmente avrà un «suo» partito; grazie al Pd egli avrà più potere e non dovrà sottostare alle intemperanze tra le varie querce e margherite. Sarà, ma non ci credo.

In questo Pd ci vedo troppi Rutelli e troppi Fassini; troppe segreterie di partito e troppo poca società civile, troppa Conferenza episcopale e troppo poco cattolicesimo «reale», troppe suggestioni confessionalistiche e troppo poca laicità.

Pare che il Buddha dicesse che non c’è nulla di costante, salvo il cambiamento. Aveva ragione, ovviamente, ma una strada non è preferibile solo perché è nuova. Prima di imboccarla dovremmo almeno capire dove ci porta: soprattutto dobbiamo decidere se è davvero lì che vogliamo andare.

Paolo Naso

← Libertà religiosa senza se e senza ma | «Nei nomi di Gesù» →

Website Design · HyperTextHero