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Oggi in Spagna. Quando in Italia?

Di fronte al successo di un leader coraggiosamente laico e riformista, molti italiani sognano anche da noi una «deriva zapaterista». Corrispondente in Italia della rivista «Proceso» e dell’emittente Radio Centro, entrambe messicane, e già professore all’Università autonoma metropolitana di Città del Messico, Gutiérrez Chávez è anche autore di «Zapatero, il riformista che fa quello che dice» (Editori Riuniti) e «La Corrupción en Italia, la muerte de un régimen».

La recente e netta vittoria elettorale del premier spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero nelle elezioni del 9 marzo, grazie alla quale potrà governare il suo paese per altri quattro anni, ha avuto un importante significato sia dentro che fuori dai confini spagnoli. A livello interno, ha confermato la legittimità politica che i popolari continuavano a non voler riconoscere al capo di governo e allo stesso Psoe (i socialisti), memori degli eventi che hanno influenzato l’esito delle elezioni del 2004 (parliamo della svolta determinata dal sanguinario attentato alla stazione madrilena di Atocha [11 marzo 2004, ndr] e della grossolana manipolazione dell’informazione compiuta dall’ex premier José María Aznar nel tentativo di occultare i veri responsabili di quella strage, addossandone la responsabilità all’Eta). Sul versante internazionale, la riaffermazione elettorale del Psoe è stata senza dubbio una boccata d’aria per la sinistra del Vecchio continente, bloccando e mettendo in discussione la forte spinta a destra che fin dall’inizio del terzo millennio contrassegnava o sembrava contrassegnare la politica europea.

La vittoria di Zapatero rappresenta però molto di più. Come affermano molti analisti, le elezioni del 9 marzo hanno visto, ancor più che in passato, il trionfo del bipartitismo, uno schema politico capace di garantire, nel bene e nel male, non solo la durata di legislature e governi ma anche la loro capacità di muoversi in una cornice di grande stabilità grazie, soprattutto, all’emarginazione dei partiti minori.
Pur non avendo ottenuto la maggioranza assoluta – i socialisti avranno bisogno di qualche alleanza – l’accentuazione di questo fenomeno è evidente. Confrontando i risultati di queste elezioni con quelli del 2004 si può costatare che il Psoe e il Pp (Partito popolare) sono passati rispettivamente da 164 a 169 seggi e da 148 a 153 seggi: entrambi hanno conquistato cinque seggi, ma la distanza di voti tra loro si è ridotta dal 4,9% del 2004 al 3,5% di oggi. Questa crescita, che coincide con la forte flessione elettorale dei partiti minori, ha fatto dei due grandi partiti gli autentici padroni della politica spagnola: controllano niente meno che l’83,7 % delle preferenze elettorali. Tutti i partiti minori, tranne i nazionalisti catalani del Ciu (la terza forza politica in termini di seggi, con i suoi 11 deputati), appaiono letteralmente schiacciati da questa nuova realtà politica, al punto che la loro presenza nell’attuale parlamento spagnolo conta di fatto poco o niente.

Alla vigilia delle elezioni sembrava che i socialisti non avrebbero avuto nessun problema a vincere queste elezioni (tutti i sondaggi lo confermavano), ma non pochi spagnoli si auguravano che le sistematiche critiche del Pp, le impopolari riforme approvate dal governo, i forti interventi della Chiesa cattolica contro Zapatero e soprattutto la morte del militante socialista Isaias Carrasco, assassinato dall’Eta due giorni prima delle elezioni, potessero cambiare le carte in tavola. Non è stato così, non solo per i non pochi successi ottenuti dal governo socialista, ma forse anche per il fermo appello lanciato dalla figlia di Carrasco che, di fronte alla televisione, ha chiesto alla cittadinanza, ai politici e ai media di «non manipolare l’assassinio di mio padre. Non lo tollereremo, né io né la mia famiglia».

Non c’è stata dunque nessuna sorpresa. La maggioranza degli elettori, come era previsto, ha confermato la fiducia a Zapatero, premiandone la fermezza, la correttezza e l’aver rovesciato la perversa tendenza della politica-spettacolo, inaugurando cosi una nuova epoca in cui non solo si dice quello che si farà, ma si fa quel che si è detto. Il ritiro delle truppe spagnole dall’Iraq, la legalizzazione del matrimonio tra omosessuali, le riforme della scuola e dello Statuto autonomo della Catalogna, cosi come l’inasprimento delle leggi che puniscono la violenza di genere (contro le donne) sono solo alcune delle promesse fatte e puntualmente attuate da Zapatero: «Il rispetto delle promesse rappresenta per me l’esigenza più urgente e obbligata», aveva dichiarato nel suo discorso di insediamento nel 2004.

Essendo la Spagna una democrazia, non tutta la società spagnola si è schierata al fianco del Capo del Governo in questi quattro anni. Il Pp, la Chiesa cattolica e i settori più tradizionalisti del paese hanno aperto diversi fronti – contro i matrimoni gay, la riforma della scuola, la riforma dello Statuto della Catalogna – per opporsi alle sue iniziative. Inoltre, dopo il fallimento e l’interruzione del dialogo tra il governo e l’Eta (che ha ripreso i suoi atti di violenza, tradendo cosi il cessate il fuoco) non mancarono le critiche.

In quei giorni anche la Santa Sede si unì alla protesta. Di fronte al nuovo ambasciatore spagnolo, che gli aveva consegnato le sue carte credenziali, papa Ratzinger pronunciò un discorso così diretto e forte contro il Governo socialista che questo, il giorno dopo, fece recapitare alla Segreteria di Stato vaticana una nota di protesta, sottolineando la cornice legale che rinchiudeva tutte le sue azioni e il carattere laico e democratico dello Stato spagnolo.

Dopo la vittoria del 9 marzo le cose sembrano aver subito un cambiamento: a neanche ventiquattr’ore di distanza dal trionfo elettorale socialista, il cardinale Antonio Maria Rouco Varela, neopresidente della Conferenza episcopale spagnola, si è congratulato con Zapatero. «Le assicuriamo la nostra preghiera perché il Signore le conceda la sua luce e la sua forza per agire al servizio della pace, la giustizia, la libertà e il bene comune», scrive Rouco Varela, assicurando che i membri della Chiesa «collaboreranno sinceramente con le autorità legittime dello Stato».

Sono dunque finite le tensioni tra Stato e Chiesa cattolica? No, non lo crediamo. Si tratta di una semplice tregua che solo il dialogo sincero, aperto e costruttivo potrà rafforzare.

«Gli spagnoli hanno deciso di avviare una nuova tappa, illuminata dal dialogo sociale e politico», ha detto Zapatero, la cui vittoria elettorale, come ha scritto qualcuno, restituisce l’immagine di un popolo che sceglie il partito interessato a rendere la vita più vivibile, la televisione più guardabile, la paella più mangiabile, gli uomini e le donne più amabili in una Spagna desiderabile e rispettata.

Jorge Gutiérrez Chávez

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