Il femminicidio e l’informazione cieca
È nata «GiULiA», la rete delle Giornaliste unite libere autonome, per dire basta alla cronaca-spettacolo e all’uso del corpo delle donne sui media e per un’informazione finalmente rispettosa delle donne. Quella che l’informazione si limita a descrivere come una serie di omicidi di donne – lamenta la coordinatrice nazionale di GiULiA – è in realtà un fenomeno ben preciso, che si chiama «femminicidio» ed è la prima causa di morte per le donne fra i 16 e i 44 anni in Italia. I media devono liberarsi da un linguaggio che spesso aggiunge altra violenza alle vittime.
Il bel sorriso di Stefania Noce. La foto in cui sventola un foglio con su scritto «Non sono in vendita», alla manifestazione del 13 febbraio di «Se non ora quando» a Catania, ha scandito negli ultimi giorni dell’anno i profili di Facebook con tristezza e sgomento. Un tam tam virtuale di rabbia e di incredulità. Studentessa di Lettere, politicamente attiva, uccisa il 27 dicembre in provincia di Catania dal suo ex fidanzato. L’ennesimo «delitto passionale» di cui sono quotidianamente vittime le donne.
«Ha ancora senso essere femministe?», si chiedeva Stefania in un articolo per il giornalino dell’Università. Da leggere sul sito del Movimento studentesco catanese, che di Stefania mantiene vivo il ricordo.
Di tutto questo non si è saputo nulla se non navigando in internet. Nei giornali i titoli sono: «L’ex confessa: l’amavo più della mia vita». «Stefania uccisa perché donna», corregge Lea Melandri sulla 27esima ora, il blog del Corriere della sera. Un fatto che ha colpito, che ancora fa discutere, trattato dai media come routine e subito dimenticato. Un omicidio di donna oggi, uno domani.
E non è certo per coincidenza che il 2012 si è aperto con la cronaca di un altro omicidio di donna: Antonella Riotino, 21 anni, uccisa in modo brutale a Putignano dal fidanzato diciottenne.
Non sono i grandi «gialli» di Yara, Sara, Melania su cui si intrattiene l’opinione pubblica oltre ogni limite. Sono i soliti omicidi di donne, per mano di partner, mariti, padri, fidanzati. Notizia cotta e mangiata. Avanti il prossimo.
Ma è ormai evidente una saturazione per questo modo di raccontare la realtà. Il movimento delle donne, in Italia, sta esprimendo un protagonismo sociale e politico che rimette tutto in discussione, pretende un cambio di passo su tutto e vuole affermare un’altra visione della società, più umana, libera, giusta. Duale. E l’informazione d’un tratto appare fuori tempo. Colpisce la distanza tra i media ufficiali (stampa e tv) dal sentire dell’opinione pubblica. E quanto più vicina sia l’informazione del web che gli stessi utenti alimentano, quanto più ricca e più utile sia alla formazione dell’opinione pubblica.
Il tappo sta saltando. Cresce l’insofferenza per un’informazione cieca. Quella che vede una serie di omicidi di donne e non coglie, né racconta, il fenomeno del femminicidio, prima causa di morte per le donne fra i 16 e i 44 anni in Italia, e tace l’allarme sociale che dovrebbe invece richiamare.
Categorie come «delitto passionale», «raptus di follia», «non sopportava di essere lasciato», sottendono una scusante. Un tempo si scusava anche il delitto d’onore, fino a che, nel 1981, non furono abrogate le attenuanti previste dal Codice Rocco.
Il modo in cui stampa e tv liquidano questi omicidi non è più tollerabile. Usare questo linguaggio è un’altra forma di violenza alle vittime. E ci offende come donne.
Il cambiamento culturale che serve è radicale e richiederà tempo, perché stratificata nel tempo è la cultura maschile dominante. Fatta anche di sessismo quotidiano, moralmente accettato perché erroneamente ritenuto non nocivo. L’informazione, anziché essere un motore di cambiamento, è lo strumento che questa cultura consolida e legittima.
Anche per questo è nata GiULiA, la rete delle Giornaliste unite libere autonome: perché non sopportiamo più la cattiva informazione e non tolleriamo più l’esclusione del nostro punto di vista.
È bastata un’idea, creare un gruppo, per vedere quanto profondo sia questo bisogno tra le giornaliste: in poco tempo oltre 500 adesioni e ne continuano ad arrivare sul sito internet www.giuliagiornaliste.it che ha scelto di stare in Globalist.it, syndication di siti indipendenti. Freelance, precarie, con lavoro stabile, di ogni regione d’Italia, insieme per difendere la nostra dignità di giornaliste dentro e fuori le redazioni e per cambiare l’informazione. E siamo state ricevute al Quirinale, cui ci eravamo rivolte per presentare il nostro Manifesto d’intenti.
Si deve voltare pagina: basta con la cronaca-spettacolo, con l’uso delle donne come corpo sui media, con l’esclusione sistematica di temi e soggetti sociali nel racconto del mondo e del Paese.
Vogliamo che tutta l’informazione televisiva, della carta stampata, dei siti, dei femminili abbia un racconto rispettoso delle donne e non inquinato da interessi oscuri. Più inchieste e meno gossip. Senza timori reverenziali verso il potere e i poteri. E vogliamo che il servizio pubblico faccia la sua parte. Di più: vogliamo che alla Rai sia assegnata, come negli anni Cinquanta, una nuova missione «storica»: quella di portare le donne e una società nuova nel terzo millennio.
Il cambiamento deve partire da noi e all’interno della professione. Faremo campagne di denuncia e gesti quotidiani. Il sito è la nostra voce, la nostra critica e la nostra informazione alternativa. E faremo questa battaglia per il cambiamento anche con i colleghi che condividono le nostre urgenze e la nostra battaglia di civiltà.
Alessandra Mancuso
Il sangue e i paradossi della Nigeria
Scioperi e proteste, con morti e feriti, si susseguono in un Paese dove le ingiustizie sociali sono sempre più macroscopiche: due terzi dei nigeriani vivono con meno di due dollari al giorno, mentre l’80% delle enormi risorse è in mano all’1% più ricco. E nel nord del Paese un gruppo terroristico islamico compie attentati che fanno strage di cristiani ed animisti.
L’escalation di violenza che sta squassando la Nigeria rischia di polverizzare i piedi d’argilla del gigante d’Africa. Il primo produttore di petrolio del continente (e l’ottavo al mondo) è sempre più stretto nella tenaglia di durissime proteste sociali e furore religioso. Mentre il governo (guidato dal presidente cristiano Goodluck Jonathan) resta distrattamente a guardare applicando inutili e populistiche toppe ad una situazione incandescente, come la proposta di ridurre del 25% lo stipendio dei parlamentari.
Il 65% dei 160 milioni di nigeriani vive con meno di due dollari al giorno, perché quasi l’80% delle enormi risorse del Paese è saldamente concentrato nelle mani di meno dell’1% della popolazione. Una iniqua distribuzione della ricchezza è alla base dello storico malcontento che produce violenza endemica i cui rivoli si diversificano a seconda delle convenienze del regime al potere.
Cinque giorni consecutivi di sciopero generale hanno paralizzato il Paese ad inizio gennaio (lasciando sull’asfalto almeno una quindicina di manifestanti uccisi da esercito e polizia) e convinto il presidente a ripristinare il 30% del sussidio statale per calmierare il prezzo della benzina. Il costo del carburante era infatti raddoppiato dal primo gennaio per decisione unilaterale del governo che ha giustificato la soppressione della sovvenzione statale per ridurre la spesa pubblica ed incoraggiare gli investimenti locali nel settore della raffinazione. Infatti il paradosso della Nigeria è che sebbene l’esportazione di greggio e gas copra il 95% dell’export complessivo, deve poi importare l’85% dei prodotti raffinati per le scarse capacità produttive interne. Un sistema che è andato in cortocircuito e non bastano le promesse dei soliti ricchi di investimenti nella raffinazione in grado di creare anche occupazione e sviluppo.
Ma a gettare benzina sul fuoco dell’instabilità politica si aggiungono le stragi di cristiani ed animisti nel nord-est del Paese (a maggioranza musulmana) ad opera di un gruppo terroristico islamico chiamato Boko Haram, collegato ad Al Qaeda. La situazione è andata peggiorando quando nella notte dello scorso Natale sono esplose contemporaneamente in alcune chiese cattoliche una serie di bombe che hanno provocato 49 vittime tra i fedeli riuniti per le celebrazioni. La violenza si è allargata a macchia d’olio registrando (al 20 gennaio) complessivamente un centinaio di morti.
I leader della comunità cristiana (che costituisce il 40% della popolazione nigeriana) hanno bollato gli eccidi come «una sistematica pulizia etnica e religiosa». Qualcuno di loro ha anche ipotizzato il ricorso all’uso delle armi per proteggere famiglie e proprietà dal piano dei terroristi che mira a cacciare i cristiani dagli stati federali nord-orientali, impadronirsi dei loro beni e instaurare la legge coranica. Ma nonostante le apparenze non ci troviamo al cospetto di una guerra di religione. La chiesa locale ha sempre rintuzzato facili semplificazioni ad uso e consumo dell’occidente abituato a leggere gli avvenimenti africani con occhiali che ne distorcono la reale comprensione per la mancanza di strumenti adeguati di conoscenza reale.
La setta di Boko Haram (che in lingua hausa significa «l’istruzione occidentale è peccato») fu fondata da Mohammed Yusuf, un imam dotato di grande carisma, un oratore leggendario con enormi capacità di convinzione. Le sue predicazioni mettevano alla gogna il sistema scolastico, ovvero l’istruzione occidentale con cui sono stati educati i politici nigeriani. Insomma non le solite intemerate contro il consumo di alcolici, l’ascolto della musica e gli abiti discinti. Ma un modo molto più sottile ed incisivo per criticare preparazione e selezione di una classe politica complessivamente avida, corrotta e inadeguata (o apertamente schiava delle multinazionali del petrolio) incapace di governare il Paese più popolato d’Africa.
Boko Haram crebbe nel consenso popolare in pochissimi anni fino alla svolta del 2009 quando l’esercito di Abuja (che aveva fatto finta fino allora di non vedere quanto stava avvenendo) decise un intervento armato che costò la vita a tremila militanti del gruppo fondamentalista asserragliati in una moschea. Fu il salto di qualità per i reduci per far nascere il braccio armato e guadagnare ulteriori consensi anche tra i musulmani moderati. La nuova fase coincise con la grande abilità dei nuovi leader di Boko Haram nel trasformare le rivalità etniche (che storicamente dividono le popolazioni del nord-est sfociando anche in carneficine) in violentissimi scontri di carattere inter-religioso.
Bisogna tener presente che la Nigeria (composta da 36 stati federali, in 12 dei quali sulla carta vige la sharia, ovvero la legge coranica) è una nazione che proprio per la sua particolare struttura è caratterizzata da profonde diversità etniche, religiose, culturali, linguistiche, in cui i fortissimi squilibri economici e sociali acutizzano le differenze. Nel nord (a maggioranza musulmana) sono stati solo i cristiani a godere dei frutti della modernità, mentre i musulmani hanno sempre rifiutato il progresso. Nel 1992 ci furono analoghe stragi di cristiani organizzate dai fondamentalisti islamici che si opponevano al progresso occidentale: il governo aspettò che la situazione degenerasse per intervenire con inusitata violenza. Del resto l’autorità centrale non si è mai preoccupata della modernizzazione del nord (a fronte di un sud a maggioranza cristiana, più ricco e sviluppato), concedendo anzi ampio potere agli sceicchi locali. Questo atteggiamento ha così favorito la nascita di oligarchie locali in forte competizione tra loro che hanno caratterizzato la gestione clientelare delle risorse petrolifere, la corruzione, ed hanno alimentato a dismisura la povertà nella stragrande maggioranza della popolazione.
Non contribuiscono a rasserenare il clima politico le accuse al presidente cristiano Goodluck Jonathan di aver violato la regola (non scritta ma sempre rispettata) dell’alternanza tra un capo di Stato cristiano ed uno musulmano. Jonathan è salito al potere dopo la morte del presidente Yar’ Aduo (di fede islamica) di cui era vicepresidente, senza quindi svolgere l’intero mandato. Per questo ha potuto far valere il suo diritto alla candidatura. Ma oggi è sempre più un uomo solo al comando: abbandonato dal suo stesso esecutivo e dagli alti vertici del potente esercito. Ed a poco è servita anche la sua denuncia che la setta di Boko Haram gode di complicità e connivenze tra le più alte cariche dello Stato.
Il gigante con i piedi di argilla rischia di disintegrarsi.
Enzo Nucci
Giovanni Franzoni - Note dal margine: il libro
Grazie alla generosità degli amici del sito «100news», abbiamo realizzato un libro elettronico (sia in versione pdf che in versione epub) che raccoglie tutti gli articoli scritti da Giovanni Franzoni per la sua rubrica Note dal margine, dall’inizio (ottobre 2007) fino a dicembre 2011. Su www.100news.it trovate un «assaggio» delle prime pagine.
Se siete interessati, potete inviare un contributo di 10 euro a Confronti e una mail a redazioneconfronti@yahoo.it e provvederemo a inviarvene una copia.
Versamenti su c.c.p. 61288007 intestato a coop. Com Nuovi tempi, via Firenze 38 – 00184 Roma.
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Da quando abbiamo lanciato la campagna per la salvezza di Confronti, sono arrivate numerose attestazioni di solidarietà e di vicinanza. Ringraziamo davvero di cuore tutti coloro che hanno voluto aiutarci in questo modo, ma anche i tanti che ci hanno fatto sentire la loro solidarietà rinnovando il proprio abbonamento, attivandone uno nuovo o anche solo acquistando una copia del nostro mensile.
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Confronti non è solo informazione di qualità su temi poco trattati dai grandi media, ma è anche una società cooperativa che da decenni fa del dialogo interculturale e interreligioso, della laicità dello Stato e del pluralismo il suo orizzonte. La cooperativa Com Nuovi Tempi e Confronti, infatti, organizzano seminari, viaggi di istruzione, iniziative culturali e di dialogo che coinvolgono persone di ogni provenienza. Da sempre ci sta a cuore il problema del conflitto israelo-palestinese e nel nostro piccolo ci sforziamo di favorire il contatto e la collaborazione fra operatori di pace e protagonisti del dialogo di entrambe le parti in causa.
Siamo una realtà piccola ma coraggiosa. Non riceviamo finanziamenti dallo Stato e ora sono state aumentate anche le tariffe per le spedizioni postali, il che ci rende sempre più costoso raggiungere i nostri abbonati.
Se volete ricevere una copia omaggio di Confronti e far parte della nostra mailing list per essere informati sulle nostre attività, scriveteci a: redazioneconfronti@yahoo.it
Non ci arrendiamo e proviamo a ripartire
Tre mesi fa abbiamo lanciato il grido di allarme e per fortuna molti di voi ci hanno ascoltato. Grazie al vostro aiuto davvero generoso, siamo riusciti a ridurre notevolmente le perdite, colmando il «buco» con cui rischiavamo di chiudere il 2011. Una situazione certamente non florida, quindi, ma che ci consente di andare ancora avanti, affrontando le difficoltà con la speranza che ci deriva dalla vicinanza e dall’affetto di tutti voi, lettori e abbonati.
Andiamo avanti! Possiamo farlo grazie a voi lettori, abbonati, amici. Il sostegno che ci avete dato in questi mesi di grande sofferenza è stato fondamentale: attestati di stima, dimostrazioni di affetto ci sono giunti al di sopra di ogni possibile immaginazione. Per esempio, un socio ha addirittura deciso di devolvere la sua intera pensione di un mese a Confronti. Sì, lo ammettiamo, abbiamo provato imbarazzo, ma questa è stata la sua decisione (si legga la sua bellissima lettera a pag. 46). Altri ancora hanno voluto anticipare l’abbonamento e regalarne uno, o più, ad amici e parenti. Insomma, siete stati davvero in tanti a voler contribuire a salvare la nostra/vostra piccola realtà editoriale: singoli, comunità di fede, associazioni, enti. L’emergenza vissuta dalla nostra rivista, nel suo male, ha fatto da miccia e acceso il detonatore, poi esploso in una rivelazione importante: Confronti è un’esperienza condivisa e apprezzata da molti. E noi, grazie al vostro affetto, ne abbiamo oggi maggior consapevolezza.
Ma cosa è successo a tre mesi dall’allarme lanciato a inizio ottobre? Molte cose emozionanti, la più importante delle quali è stata quella di conoscere e incontrare tanti lettori, anche tra quelli più affezionati che in passato non avevamo mai incontrato. È successo, ad esempio, che alcune amiche musiciste e artiste hanno deciso di suonare e danzare per noi la sera del 6 novembre al teatro Ambra alla Garbatella di Roma, dove molti giornalisti, intellettuali e artisti hanno voluto portare la loro testimonianza di solidarietà. È successo anche che amiche e amici hanno deciso di cucinare piatti ricchi di sapori etnici per una cena di sostegno che il 26 novembre ha visto la Sala metodista di via Firenze piena, con circa 120 persone che hanno condiviso con noi momenti importanti.
Dunque il contributo di tutti voi è stato prezioso e fondamentale e il vostro sostegno non è stato speso invano. Oggi è stato scongiurato il rischio chiusura, ma le difficoltà purtroppo non sono ancora del tutto superate. Avremo ancora bisogno di voi, certamente: il giornale siete voi, siamo una cooperativa di lettori. I tempi si preannunciano sempre più bui per il nostro Paese e per l’editoria, ma se continuerete a seguirci e ad abbonarvi il nostro percorso sarà, prima o poi, in discesa.
Dobbiamo tuttavia rivolgervi delle scuse: siamo in ritardo con i ringraziamenti che vorremmo farvi giungere personalmente, ma che arriveranno ad ognuno di voi. Purtroppo questi mesi sono stati scanditi da giornate frenetiche, difficili e impegnative. Dovete concederci solamente un po’ di tempo per riuscire a testimoniare la nostra riconoscenza per quanto avete fatto. Abbiamo ricevuto molte lettere e mail che ci hanno profondamente emozionati (alcune le abbiamo già pubblicate).
Un grazie sentito vorrei rivolgerlo anche allo staff di Confronti, alla redazione, ai collaboratori che hanno lavorato senza sosta. Soprattutto voglio ringraziarli per uno sforzo significativo, quello di aver destinato lo stipendio di dicembre a copertura deficit per la Cooperativa. Un altro grazie va al Consiglio d’amministrazione (volontario) della cooperativa Com Nuovi Tempi, che ha seguito, sostenuto e dato fiducia alle scelte portate avanti dai soci lavoratori. E infine, ma non ultimo, un grazie doveroso alle nostre famiglie, che ci hanno supportati (e sopportati!) con convinzione in questi tre mesi. Il momento di crisi che attraversa Confronti purtroppo è vissuto con apprensione e paura anche da testate giornalistiche amiche che rischiano la chiusura. La rivista «Noi Donne», fondata nel 1944, che ha accompagnato intere generazioni di donne italiane, oggi è in grave sofferenza. Abbiamo da poco assistito alla battaglia per la sopravvivenza dell’emittente «Radio Beckwith», e anche il settimanale «Riforma», se i fondi per l’editoria verranno tagliati, come previsto dalla recente manovra, dovrà prendere provvedimenti. Voci importanti per il pluralismo del nostro Paese che non devono assolutamente spegnersi. Un «bene comune» da salvaguardare.
Oltre alle nostre difficoltà, abbiamo seguito con inquietudine anche le vicende che il nostro Paese sta attraversando. Oggi ci viene richiesto a gran voce, sia dal nostro governo attuale che dalle istituzioni europee, di fare sacrifici per dare nuovo ossigeno a un’Italia in crisi recessiva. Gli italiani hanno sempre avuto un cuore grande, e sono certo che nessuno ha intenzione di tirarsi indietro, ma c’è un nodo fondamentale che dev’essere prima risolto.
Come sosteneva Vittorio Foa, «il buon esempio dev’essere alla base del lavoro di ogni classe politica». Ahimè, spesso chi ci ha governato non ha tenuto conto di questo indispensabile insegnamento; e ora siamo chiamati a dare, nuovamente, il nostro contributo come cittadini. Desideriamo che altrettanto venga fatto da chi ci impone ulteriori sacrifici, in un momento già difficilissimo per molte famiglie, e chiediamo che si possa arrivare presto a quell’agognata equità fino ad ora poco attuata. L’Italia vive in precario equilibrio e l’assenza di serie politiche per il lavoro e lo sviluppo impoverisce giorno dopo giorno intere fasce di popolazione. Ci auguriamo che chi governa e governerà il nostro Paese possa fare proprio l’insegnamento di Foa, dando il buon esempio.
Gian Mario Gillio
Un governo con poca laicità e tanto Vaticano
Come sottolinea il presidente della Fondazione Critica liberale, il processo di secolarizzazione nel nostro Paese è costante, ma la classe politica continua a considerare l’Italia una dépendance del Vaticano. Con il governo Monti, gli interessi della Chiesa cattolica sono ben garantiti da posizioni di forza in molti punti chiave del potere.
Come dimostrano i dati delle nostre ricerche sull’indice di secolarizzazione (su cui Confronti tornerà in modo più approfondito il mese prossimo, ndr), i comportamenti degli italiani in questi ultimi decenni si sono resi sempre più autonomi dal giudizio della Chiesa cattolica romana. Il processo di secolarizzazione è quindi progressivo, più o meno lento ma costante e sicuro nel suo trend. A questo dato, però, corrisponde un’assoluta insensibilità o opportunismo delle classi dirigenti di questo Paese, che continuano a gestire l’Italia come se fosse una dépendance del Vaticano.
La situazione attuale è molto preoccupante e credo che avremo davanti a noi dei mesi assai difficili. I diciannove anni della nostra ricerca quasi coincidono con la lunga «era berlusconiana», che di danni ne ha fatti molti. Il maggiore? La distruzione del senso dello Stato in questo Paese, dove si è persa anche ogni minima regola di buona educazione istituzionale. La soluzione del governo Monti è stata salutata da quasi tutti come una benedizione rispetto alla condizione in cui ci trovavamo prima. Al contrario di come molti l’hanno definito, questo non è un governo del presidente della Repubblica, perché se così fosse dovrebbe contenere tutte le voci politiche e culturali (ma così non è) e non è neanche semplicemente un governo di tecnici, perché anche solo il concetto è di per sé sbagliato. È un governo che risente di un accordo per il salvataggio in extremis del vecchio regime, già in disfacimento totale e segnato dall’entrata in scena del Vaticano che ha preso in mano la situazione.
I segni di maleducazione istituzionale si sono visti subito, fin dal giuramento, quando un ministro si è permesso persino di modificare la dizione del giuramento medesimo (nel pronunciare la formula «giuro di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della nazione», Andrea Riccardi ha omesso il termine «esclusivo», ndr), senza che il presidente della Repubblica gli facesse notare che la versione corretta era diversa. Addirittura un sottosegretario del tutto sconosciuto (Saverio Ruperto, all’Interno) ha voluto segnare la sua presenza nella ribalta politica facendosi anche il segno della croce. Allora mi auguro che, essendo un buon cittadino, quando va a messa e fa la comunione si legga subito dopo tre o quattro articoli della Costituzione italiana… tutto questo è la forma, poi c’è la sostanza chiaramente. E riguarda la presa in possesso di alcuni gangli molto forti, dove gli interessi del Vaticano sono preponderanti: i beni culturali, la scuola e la cooperazione internazionale.
Vedremo cosa succederà nei prossimi mesi, ma i segni non sono buoni. Credo che sia un governo troppo debole, che ha patteggiato troppo per la sua nascita e deve quindi pagare dei prezzi altissimi. Prezzi che, del resto, sta già cominciando a pagare. Lo scoglio principale, oltre naturalmente alla questione delle frequenze televisive, sarà l’Ici per le attività commerciali della Chiesa cattolica. Abbiamo visto l’elenco spaventoso di «hotel de charme» di proprietà del Vaticano con prezzi, fotografie e attività puramente commerciali che fanno concorrenza sleale alle altre attività commerciali. Bisogna vedere se l’entrata nel rigore comporti anche un maggiore senso dello Stato. Ma sono molto scettico su questo. Il presidente del Consiglio passato regalava a se stesso le frequenze senza neanche vergognarsi, ma sarebbe ancora più vergognoso se ora, proprio mentre ci sono settori del nostro Paese che pagano molto duramente la crisi, si confermasse quel regalo assolutamente ingiustificato.
Enzo Marzo
SOS CONFRONTI - AIUTATECI AD ANDARE AVANTI
Da quando abbiamo lanciato la campagna per la salvezza di Confronti, sono arrivate numerose attestazioni di solidarietà e di vicinanza. Ringraziamo davvero di cuore tutti coloro che hanno voluto aiutarci in questo modo, ma anche i tanti che ci hanno fatto sentire la loro solidarietà rinnovando il proprio abbonamento, attivandone uno nuovo o anche solo acquistando una copia del nostro mensile.
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Ecco gli elenchi di chi ha già sottoscritto:
Contributi «a copertura deficit» da parte dei soci della cooperativa Com Nuovi Tempi:
Giuseppe Bettenzoli, Claudio Boreggi, Giovanni Borgato, Umberto Brancia, Francesco Brocco, Daniele Busetto, Fulvio Carloni, Gianfranco Carpente, Franco Cattaneo, Tonino Cau, Anna Cavallaro, Giorgio Chinigò, Basilio Ciccarello, Nicoletta Cocretoli, Ottorino Di Francesco, Mostafa El Ayoubi, Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (FCEI), Paolo Ferrari, Giovanni Franzoni, Giuseppe Maria Gentili, Ernesto Flavio Ghizzoni, Franco Giampiccoli, Gian Mario Gillio, Evelina, Lilia ed Enrico Girardet (in memoria del cugino Giorgio Girardet), Adriano Gizzi, Elena Glielmo, Emanuela Gorelli, Wanda Gozzi, Gioia Guarna, Domenico Jervolino, Michele Lipori, Nino Lisi, Franca Long e Alessandro Mazzarella, Renato Maiocchi, Anna Maria Marino, Anna Maria Marlia e Fausto Tortora, Daniela Mazzarella, Salvatore Menna, Giorgio Monti, Paolo Naso, Paolo Paganuzzi, Carlo Papini, Giuseppe Perseo, Vera Petrosillo, Mario Peyronel, Pier Giorgio Rauzi, Piera Rella, Isidoro Rosolen, Carlo Rubini, Luigi Sandri, Dea Santonico e Stefano Toppi, Stefania Sarallo, Francesco Silvestri, Massimo Silvestri, Daniele Solvi, Aleandro Stella, Roberto Stura, Maurizia Vecchi, Oriano Zecchini.
totale dall’1/1/2011 al 31/12/2011: 27.974 euro
Contributo straordinario dei soci lavoratori della cooperativa (ufficio di Confronti): 10.000 euro
Contributi di autofinanziamento della campagna «per salvare Confronti»:
Luciana Alpi, American waldensian society, Rita Angelini, Associazione Passaparola, Alfonso Augugliaro, Giovanni Avena, Mustafa Cenap Aydin, Omer Mustafa Aytelin, Giovanni Bachelet e Silvia Fasciolo, Roberto Baiardi, Ida Baldazzi, Giorgio Begher e Anna Principe, Ada Bertalot, Giovanni Bogni, Irene Boreggi Chiappa, Grazia Borellini,Giuseppe Borgomaneri, Erika Braglia, Francesco Brusoni, Giancarlo Buccheri, Giorgia Caneschi, Delizia Carlisi, Edmea Carnevale, Casa Cares, Jorge Cassinelli, Chiesa battista di Marghera, Alessandra Ciavatti, Ermanno Ciocca, Sandra Ciocca, Onorio Clauser, Laura Coatto e Daniele Bouchard, Marco Coletta, Aldo Comba, Laurentia Comba, Comunità cristiana di base del Cassano (Napoli), Comunità cristiana di base di Pinerolo, Comunità cristiana di base di San Paolo a Roma, Comunità cristiana di base Villaggio Artigiano di Modena, Comunità evangelica ecumenica di Albano Laziale, Comunità metodista di via Firenze a Roma, Giovanni Concer, Silvestro Consoli e Addolorata Lorusso, cooperativa «Made in Jail», cooperativa «Syntax error», Francesco Corbo, Anna Cornini, Coro «Sacri Montis» del maestro Raimondo Pereira, Alberto Cristofari, Rino Cristofoli, Lorenza Dallapiccola, Margherita D’Aprile, Margherita Del Bene Giorni, Chiara De Palo, Augusta De Piero, Rossella De Rossi, Bahar Dik, Marcello Di Rollo, Elena Dolce e Fabio De Propris, Antonietta Domizi, Teresa Ducci, Carlo Elli, Mahmoud Salem Elsheikh, Giulio Ercolessi, Sergio Eynard, Claudia Fanti, Antonio Farris, Francesco Fasanelli, Siro Ferrari, Luigino Ferraro e Marcella Russo, Fondazione Villa Emma, Franca Forcina, Carlo Fornoni, Luisa Fratticci, Angela Maria Galuppo, Monica Gentile e Claudio Belli, Angelo Gerli, Pia Germondari, Romana Gianvenuti, Carla Gioda, Annarita Godino, Giorgio Gomel, Giuseppe Maria Greco, Mariagrazia Greco, Claudio Iacovoni, Davide Iacovoni, Istituto Tevere, Ahmet Eren Kademoglu, Alfredo Landi, Rino Leoni, Adriana Libanetti, Giacoma Limentani, Mario Lizza, Caterina Lorusso, Gloria Maccioni, Pasquale Maiolo, Germano Mandelli, Rosa Manfredi, Giovanni Manghetti, Agnieszka Masternak, Enrico Mastrofini, Roberto Mazzoleni, Mauro Mazzoni, Federica Menta, Mitzi Menusan, Carlo Meriano, Gemma Meriano, Francesca Merletti, Mario Miegge, Patrizia Mione, Angelo Montani, Antonio Muscella, Francesco Nicotra, Gianni Novelli, Opera sociale avventista (UICCA), Francesca Pacelli, Alessandro Pacetti, Silvio Palermo, Rosy Pari Laguzzi, Loredana Parpaglioni, Elena Pautasso, Marco Perilli, Alessandra Petrini, Ernesto Peyronel, Giorgio Piacentini, Francesco Piccini, Piero Pili, Vittoria Prisciandaro, Massimo Pulejo, Enrica Quattrucci, redazione di Adista, Aldo Riboni, Elena Rollo, Alberto Roncoroni, Aurora Rossi, Antonella Rosso, Marco Rostan, Mit e Gianni Rostan, Giulietta Rovera, Claudia Russo, Giulia Russo e Alessandra Petrini, Vita Russo, Renzo Sabatini e Giovanna Gagliardo, Simonetta Salacone, Amina Donatella Salina, Brunetto Salvarani, Adele Salzano, Giorgio Santelli, Cristina Santoro, Mauro Sattolo, Paola Scavalli, Mimmo e Antonella Schiattone, Luca Simoniello, Nicola Simoniello, Valentina Spositi, Dina Squarzino, Zeynep Tokac, Gabriella Toresini, Donatella Traniello, Unione delle Chiese metodiste e valdesi, Giulio Vicentini, Massimiliano Villa, Clara Vorano, Mehmet Salih Yalcin, Orietta Zamperini, Francesco Zanchini, Pietro Zanella, Kathrin Zanetti Eberhart, Luca Zevi.
totale aggiornato al 19/1/2012: 18.602,10 euro
Euro: correggere la rotta definita dalla Germania
Nel quadro in cui si trova l’Europa – spiega a Confronti il responsabile del settore Economia e lavoro del Partito democratico – insistere sull’austerità cieca e sull’ulteriore regressione delle condizioni delle persone che lavorano porta tutti, anche i Paesi cosiddetti forti, a fondo. Senza promuovere lo sviluppo sostenibile e valorizzare il lavoro, non si riduce il debito pubblico (la Grecia insegna).
Siamo in una fase di straordinari cambiamenti. Il termine «crisi» è sempre meno utile a fotografare il passaggio in corso. Siamo, in realtà, in una «grande transizione» articolata lungo quattro fondamentali assi: geo-economico e geo-politico; demografico; economico e sociale; ambientale.
Navighiamo in mare aperto, ma la rotta è incerta. È evidente il deficit di analisi e di direzione politica. Il «trionfo delle idee fallite» domina il dibattito politico. Innanzitutto, nell’Unione europea e nell’area euro. L’euro è a rischio, non per colpa degli speculatori, ma a causa delle ampie asimmetrie di competitività delle aree legate alla moneta unica. Non possono convivere a lungo, a meno di non attuare crescenti trasferimenti dai bilanci pubblici, Paesi con significativi e continuativi attivi della bilancia commerciale (Germania, in primis) con Paesi gravati da altrettanto significativi e ricorrenti deficit negli scambi di beni e servizi (Grecia, Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda). Insomma, nell’Unione europea e, in particolare, nell’area euro, le radici della rottura del precario equilibrio del ventennio alle nostre spalle non stanno nei debiti pubblici dei «Paesi peccatori», ma in un sistema squilibrato dove «i peccatori», grazie al loro indebitamento in larga misura privato, alimentavano le esportazioni dei cosiddetti «Paesi virtuosi». Il debito privato, a sua volta, veniva contratto dalle famiglie per compensare la caduta dei redditi da lavoro e l’aumento della disuguaglianza. In tale quadro, insistere sulla austerità cieca e sull’ulteriore regressione delle condizioni delle persone che lavorano porta tutti, anche i Paesi cosiddetti forti, a fondo. Senza promuovere lo sviluppo sostenibile e valorizzare il lavoro, non si riduce il debito pubblico (la Grecia insegna).
Per correggere verso l’alto i differenziali di competitività e promuovere sviluppo sostenibile e lavoro, è necessaria «più Europa». Innanzitutto, la cessione della residua e formale sovranità sulle politiche economiche ad una sede federale intergovernativa dell’area euro, legittimata sul piano democratico, per condividere e recuperare sovranità effettiva nell’arena globale. Il passaggio di sovranità è condizione necessaria per segnare la difficile transizione in corso in senso progressivo.
Noi, l’Italia, abbiamo tanti compiti a casa da fare. Ma noi non siamo la causa dei drammatici problemi dell’euro. Noi siamo la forma più acuta di difetti strutturali dell’impalcatura politica, istituzionale ed economica dell’unione monetaria: 1) l’assenza di una banca centrale in grado di svolgere la funzione di prestatore di ultima istanza ed arginare la pressione sui titoli del debito pubblico dei Paesi solvibili, ma in emergenza di liquidità; 2) l’assenza di un adeguato «Fondo salva-Stati» in grado di affiancare la Bce e di ricapitalizzare le banche in sofferenza; 3) l’assenza di un significativo bilancio pubblico per l’area euro in grado di finanziare, con risorse comunitarie raccolte attraverso l’emissione di Euro-project bonds e la tassa sulle transazioni finanziarie, investimenti nelle infrastrutture materiali ed immateriali; 4) l’assenza di un coordinamento delle politiche retributive e della tassazione per evitare la svalutazione del lavoro come via, miope, alla competitività. Le quattro lacune vanno colmate al più presto per riuscire a correggere le asimmetrie di competitività nello spazio monetario unico e sostenere una domanda interna europea sempre più debole. Soltanto così si può salvare l’euro e l’Unione europea.
Insistere sulla urgente necessità di invertire la rotta della politica economica dell’area euro non è parlar d’altro rispetto ai problemi dell’Italia. Oggi, è sempre più evidente che correggere la rotta definita dalla Germania del governo Merkel e da larga parte delle tecnocrazie di Bruxelles e Francoforte è condizione necessaria per uscire dal tunnel della stagnazione, dell’emorragia di lavoro e di perdita di imprese. Condizione necessaria, certo non sufficiente. L’Italia è in ritardo. Il «decennio perduto», infatti, oltre a essere una certezza del nostro passato, è un rischio reale per il futuro.
Per ricostruire l’Italia, come in tutti i momenti alti della nostra storia repubblicana, le forze migliori del Paese devono cooperare. La ricostruzione richiede un patto tra soggetti della politica, rappresentanze delle imprese e del lavoro e associazioni della cittadinanza attiva. In tale strategia, il Governo Monti può essere una straordinaria opportunità per mettere fondamenta condivise alla «Terza Repubblica».
Fare passi avanti significativi è difficile. Il berlusconismo non è stato un incidente di percorso e non si esaurisce con l’uscita di scena di Berlusconi. È stata un’interpretazione del sentimento profondo di una parte rilevante della società e delle classi dirigenti italiane. Per non smarrirsi e rinsecchire ulteriormente il tessuto della nostra democrazia, la bussola della partecipazione, dell’equità sociale e dello sviluppo sostenibile deve orientare il cammino.
Stefano Fassina – dicembre 2011
Il dovere di denunciare i Cie, lager legalizzati
I Centri di identificazione ed espulsione (Cie) sono delle galere, ma non lo si può dire. Le condizioni di permanenza in quei luoghi sono pessime, ma i giornalisti non possono entrare per documentarle e il governo italiano, invece di sveltire le pratiche, agisce sull’emergenza; e invece di rivedere radicalmente la politica in materia pensa di aprirne altri. L’autrice è vicepresidente del gruppo del Partito democratico alla Camera dei deputati ed è componente della commissione Difesa.
Ti arrivano addosso, ti circondano, ti dicono da dove sono scappati e dove vorrebbero arrivare, magari in Germania o in Francia, dove li aspetta un marito, un fratello, una moglie… L’Italia è in alcuni casi soltanto una terra di transito. Spesso hanno in mano un pezzo di carta con il loro nome e un po’ della loro storia e dei loro problemi. Un pezzo di carta magari scritto in italiano da qualcuno che conosce la nostra lingua e cerca di fare da tramite tra una vita e la burocrazia, tra una fuga da guerre, fame, disperazione e le leggi… Ogni Cie (Centro di identificazione ed espulsione) è un mondo a parte, ma gli uomini e le donne che ci stanno dentro, incarcerate e incarcerati spesso senza aver mai commesso un delitto, si assomigliano.
Sono stata varie volte nei Centri di identificazione ed espulsione disseminati nel nostro Paese. Sono stata a Lampedusa, a Lamezia Terme, a Palazzo San Gervasio e, da ultimo, la scorsa estate a Ponte Galeria, nella periferia di Roma. Chi non vuole – non osa! – chiamarli lager o galere non c’è mai stato dentro o forse non c’è mai passato neanche nelle vicinanze. Come chiamerebbe altrimenti un’enorme spianata di cemento dove centinaia di persone sono costrette a bivaccare giorni e giorni sotto il sole? Come definirebbe altrimenti un enorme comprensorio protetto da uomini in divisa, altissime mura e filo spinato?
Sì, certo, Ponte Galeria non è quell’ex fabbrica di laterizi passata in men che non si dica da centro d’accoglienza a Cie, ma la sensazione è sempre la stessa: quella gente, molta di quella gente, è scappata per avere una vita migliore ed è finita in cella.
Perché dalla Puglia alla Sicilia, dalla Calabria al Lazio, la disperazione di chi dev’essere identificato o di chi aspetta che venga valutata la propria richiesta di asilo, è la stessa. Così ho visto donne e uomini che non sanno che fare per intere giornate, che per mesi e mesi non sanno che ne è della loro pratica, che non sanno quali sono i loro diritti.
Non sanno che fare, né possono far nulla, ti viene spiegato, anche per motivi di sicurezza. Non possono avere una penna per scrivere perché, ti racconta chi è chiamato a sorvegliarli, potrebbero usarla per farsi del male. Non possono leggere, avere libri, perché si tratta comunque di carta buona per un incendio. Non possono studiare l’italiano perché non ci sono i fondi per pagare i mediatori o perché gli operatori non possono essere protetti in caso di eventuali disordini.
Certo, poi insieme ai disperati ci sono i cosiddetti «cattivi», quelli che sono arrivati nei Cie o nei Cara (Centri di accoglienza per richiedenti asilo) dopo aver soggiornato mesi e mesi dietro le sbarre delle nostre galere (quelle che non si differenziano molto da questi centri, ma possono essere chiamate così non soltanto perché ci assomigliano) perché accusati di reati più o meno gravi, ma… non sono ancora stati identificati. La convivenza non migliora i cattivi, peggiora i buoni. E del resto non potrebbe che essere così, viste le condizioni di permanenza in questi luoghi. Lì ci sono poi uomini e donne delle forze dell’ordine, spesso impreparati, mandati a coprire emergenze, ad assicurare turni faticosi e stressanti. Nessuna preparazione se non la sensibilità umana, che spesso c’è ma a volte no.
Abbiamo tante bombe a orologeria piazzate in molte parti d’Italia, siamo pronti a indignarci, a giustificare, a reprimere quando ci sono disordini, rivolte, quando qualcuno muore o si uccide o si dà fuoco… ma invece di fare o dichiarare quando succede qualcosa dovremmo lavorare per disinnescare le bombe. Il mio atto d’accusa, dunque, voglio lanciarlo oggi, mentre nei Cie o nei Cara si vive nella stessa disperazione quotidiana, ma senza che i media se ne accorgano.
Non possiamo dimenticare che questo esecutivo ha prolungato da sei a 18 mesi la possibilità di essere detenuti nei Cie in attesa dell’identificazione, una misura giustificata da obblighi comunitari e da emergenze umanitarie scatenate dalla cosiddetta «Primavera araba». A questo proposito voglio soltanto citare una cifra che riguarda Lampedusa: 52mila sbarchi in nove mesi! Non possiamo dimenticare che ai media è vietato l’accesso nei Centri.
Invece di sveltire le pratiche, di modificare le competenze per la valutazione delle richieste di asilo (primo intervento del giudice di pace e, in caso di ricorso, di quello ordinario che però deve ricevere il richiedente asilo direttamente in tribunale, il che comporta che questo debba essere accompagnato da almeno due poliziotti!), si agisce sull’emergenza. Invece di rivedere radicalmente la politica in materia di Cie, si pensa di aprirne altri tre, smentendo i numeri del Commissario agli Interni dell’Unione europea Cecilia Malmstrom. Su 650mila persone fuggite dalla Libia, soltanto 25mila sono arrivate in Italia.
Soltanto l’emergenza vera o dichiarata può giustificare queste galere che non possono chiamarsi così. Ma Maroni e gli altri ministri di questo brutto governo sono in tutt’altre faccende affaccendati. Se scoppieranno altre «bombe», proveranno a gettare acqua deportando uomini e donne, trasferendoli su navi nei porti. Con buona pace dei diritti e dei trattati. Denunciare ogni giorno è un impegno che dobbiamo prendere in tanti. Io continuo a farlo.
Rosa Villecco Calipari
Dare a Dio quel che è di Cesare?
