Ma Dio non si fa arruolare
L’uccisione di Nicola Calipari, colpito dal cosiddetto “fuoco amico” in circostanze ancora non chiarite, mentre stava portando in salvo la giornalista Giuliana Sgrena appena liberata, ha provato ancora una volta che, anche se tutte le guerre sono “sporche”, forse questa lo è più di altre. Inoltre il tentativo statunitense di giustificare il conflitto con la necessità di far trionfare il “Bene” contro il “Male” sta finendo per danneggiare gravemente l’immagine del cristianesimo nel mondo.
I primi giorni di marzo hanno confermato—se ancora ce ne fosse stato bisogno—quanto la guerra in Iraq sia, a dir poco, inutile. Una guerra “sporca”, senza né vincitori né vinti, dominata dal fuoco, anche da quello “amico”.
Prima, il rapimento che ci ha toccato più da vicino, quello di Giuliana Sgrena, e la sua liberazione, mentre la Aubenas rimane sequestrata. Poi, il colpo più tragico, l’uccisione di Nicola Calipari, mentre riportava Giuliana a casa. Una uccisione, a tutt’oggi, veramente inspiegabile.
Nonostante le incertezze, qualche riflessione è possibile e forse utile. La prima non può non riguardare la guerra stessa. Se tutte le guerre sono “sporche”, come sostengono molti pacifisti, questa lo è più delle altre. A cominciare dal suo “falso” inizio: Saddam era, sì, un dittatore, ma le armi di distruzione di massa che avrebbero dovuto giustificare l’intervento non si sono mai trovate. Mentre le vittime sono aumentate, da tutte le parti, giorno dopo giorno. Per gli alleati—fra cui anche noi italiani—un nuovo Vietnam, mentre gli Usa, di giorno in giorno, cercavano di accreditarsi come il “Bene” destinato a combattere il “Male” del mondo. Con l’avallo di non si sa bene quale Dio.
Ecco, allora, un’altra riflessione. A rimetterci è anche l’immagine del cristianesimo nel mondo. Non soltanto nell’area geografica dell’islam, se è vero, come è vero, che il “Bene” che Bush pretende di rappresentare è un bene cristiano, come il suo Dio. Un rischio gravissimo per una immagine che, al contrario, dovrebbe essere rappresentata, ad esempio, dagli ultimi che diventano primi e dalla “beatitudine” dei poveri. Le varie chiese cristiane non possono non essere imbarazzate per questa rappresentazione distorta. Non sanno come reagire: generalmente ricorrono ad appelli piuttosto convenzionali a favore della pace. Appelli poco convincenti, soprattutto se non indicano con il nome e cognome coloro che quella pace offendono.
Imbarazzo, come è ovvio, anche nel campo della politica. La stessa sinistra all’opposizione non sa bene come regolarsi e si divide sulla richiesta di ritiro immediato delle forze militari italiane in Iraq. Non tutta l’Unione segue le precise richieste di Prodi, mentre l’intervento deciso dell’Onu da molti auspicato appare come soluzione più teorica che pratica, date le scarse forze di cui l’Onu in concreto dispone.
In discussione la stessa democrazia, nonostante il risultato positivo delle elezioni irachene. La democrazia è esaltata da tutti, ma tutti sanno anche che non la si può “esportare”. Le elezioni non risolvono problemi antichi e radicati, come, ad esempio, la conflittualità fra sciiti e sunniti. Ci vorrà molto tempo e molta sincerità da tutte le parti. Senza contrabbandare per pace quei rari momenti nei quali non si sentono nuovi spari. Allora, bentornata Giuliana, e ancora maledetta la guerra.
Filippo Gentiloni
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