Italiano · English

Ma Casini ha già vinto. Comunque

Nel gioco dei tre centri che ci riserva la politica italiana dei prossimi anni, il centro più centro – quello «doc», della vecchia tradizione democristiana – ha già vinto in partenza. Comunque vadano le prossime elezioni e con qualsiasi sistema elettorale
si vada a votare.

Il 2 dicembre 2006, nella manifestazione di piazza san Giovanni a Roma, si è celebrato il funerale della vecchia Casa delle libertà (quella «a tre punte», Berlusconi-Fini-Casini, come i suoi stessi leader l’avevano definita) e a furor di popolo è stato battezzato il nuovo centro-destra di Berlusconi e Fini. In parole povere, questo significa che Berlusconi resterà ancora per un po’ il «padre nobile» della coalizione, l’unico capace di tenere uniti, oltre a Forza Italia e Alleanza nazionale, anche la Lega Nord e i tanti alleati minori: dalla Dc di Rotondi al nuovo Psi di De Michelis, dai repubblicani di La Malfa e Nucara ai repubblichini di Rauti, Mussolini e Romagnoli (la «quota nera», come li ha definiti qualcuno).

E Fini? Appena la federazione del centro-destra sarà compiuta, Berlusconi finalmente abdicherà in favore di quello che già da tempo aveva designato come successore. Dal palco di san Giovanni lo ha fatto capire in modo chiaro e visibile, presentando il leader di An come «l’alleato leale». E le battute del giorno dopo sul «vitello grasso per il ritorno del figliol prodigo» (ritorno che però «deve avvenire in tempi rapidi») hanno reso evidente a tutti che il Cavaliere è ancora in sella, forte e sicuro di sé (e del «suo» popolo, accorso ancora una volta in massa ad acclamarlo), tanto da consentirsi toni perentori e «padronali», come li ha bollati lo stesso Casini respingendoli al mittente. Ma questa volta il figliol prodigo non ritornerà. «Il mio compito non è sculettare dietro a Berlusconi», ha fatto sapere. E tornano in mente le parodie di Neri Marcorè, dove un Casini autista personale di Berlusconi sognava di invertire i ruoli, ma veniva bruscamente risvegliato dalla telefonata del capo che lo richiamava all’ordine: «Pierferdy! Stai ancora con la testa tra le nuvole? Vieni qui immediatamente!».

Ma in realtà l’ex presidente della Camera non è affatto diventato un eroe, né un «azzardoso kamikaze», come lo ha definito Giampaolo Pansa, attribuendogli addirittura «un coraggio insolito». L’unico possibile scoglio è costituito dai suoi stessi compagni di partito. Si vedrà presto se i mugugni e i mal di pancia di Giovanardi e di alcuni amministratori locali dell’Udc si tradurranno al prossimo congresso in una sconfessione della strategia del leader. Ma al momento appare improbabile.

Casini ha scelto di abbandonare una Casa delle libertà nella quale stava stretto. Non solo per ragioni nobilmente politiche, ma anche per un motivo molto più prosaico: ormai non c’era più posto per due aspiranti leader e il padrone di casa aveva già deciso il cavallo su cui puntare per il futuro. Per lo stesso motivo, al leader dell’Udc non conviene affatto entrare in un governo Prodi traballante nel ruolo di ruota di scorta, né – in nome della comune fedeltà al Vaticano – allearsi con Rutelli (con cui dovrebbe condividere una scomoda co-leadership che nessuno dei due accetterebbe). La scelta più conveniente è quindi provare a giocare in proprio, costruendo – assieme ad altri leader minori, che non gli possano fare ombra – il famigerato «Grande centro», che alcuni sondaggi accreditano di un potenziale 20-25% di voti.

In un sistema politico che spinge tutti i partiti verso il centro, all’inseguimento del mitico elettorato moderato, il cattolicissimo Casini giocherebbe così il ruolo del più centrista e moderato fra tutti i centristi moderati, in competizione con un centro-destra depurato da certi eccessi berlusconiani, guidato da Fini, e un centro-sinistra idealmente guidato da Veltroni. O magari proprio da Rutelli.

Per coronare le ambizioni dell’ex presidente della Camera, l’ideale sarebbe il vecchio sistema elettorale proporzionale in vigore fino al ’92, senza premio di maggioranza e obbligo di coalizzarsi, così ogni partito si presenta con il suo simbolo e si tiene le mani libere fino a dopo le elezioni, negoziando solo a risultati già noti. Un po’ come faceva il Psi di Craxi, che governava con la Dc ma si alleava anche con il Pci nelle amministrazioni locali delle zone rosse. Qualunque fosse la coalizione, il Psi governava sempre. È la vecchia politica dei due forni di cui parlava Andreotti. O il concetto di «ago della bilancia», che permette a una forza politica che si ponga in una posizione centrale tra due poli – il Psi rispetto a Dc e Pci, il Grande centro casiniano rispetto a centro-destra e centro-sinistra – di sfruttare questa collocazione per allearsi con il polo che ha vinto, naturalmente negoziando l’appoggio. E quanto più è determinante questo appoggio, tanto più sarà alto il prezzo: come minimo molti ministeri, ma forse – e nel caso del leader Udc ci sarebbe da scommetterci – addirittura la presidenza del Consiglio.

Comunque, anche se si andasse a votare con la legge elettorale attuale, né centro-sinistra né centro-destra (privo dell’Udc) riuscirebbero a governare da soli. Certo, uno dei due poli maggiori (magari anche solo con un 40%) otterrebbe il premio di maggioranza alla Camera, ma per governare al Senato (la cui legge elettorale non garantisce la maggioranza dei seggi neanche a chi ha il 51% di voti) avrebbe sicuramente bisogno delle truppe casiniane. Che accorrerebbero senza indugio in soccorso del vincitore, chiedendo però, a quel punto, un accordo complessivo. Sbarramenti alla tedesca, doppi turni alla francese, premi di maggioranza al partito più forte anziché alla coalizione… nessuna legge elettorale riuscirà a fermare la corsa solitaria di Casini: in ogni caso ha già vinto lui.

Adriano Gizzi

← L’anomalia della politica italiana | Libertà religiosa: finalmente la legge? →

Website Design · HyperTextHero