L’Unione, le rane e il Re Travicello
Dopo cinque anni, pare che gli italiani siano davvero stufi del governo Berlusconi. Ma il problema è che lo schieramento di centrosinistra sta facendo di tutto per perdere, esaltando le divisioni interne e indebolendo la leadership di Prodi.
A poche settimane dalle elezioni politiche c’è un rovello del quale non riesco a liberarmi: un pensiero fastidioso che viene alla mente ogni volta che appare un sondaggio o che interviene un leader dell’Unione, quest’ampia coalizione di centrosinistra che comprende i no global di Caruso e i no Pacs di Mastella, i petali cattolici della Margherita e le spine laiche della Rosa nel pugno. Le previsioni dicono che potrebbe vincere le elezioni del 9 e 10 aprile. Non stupisce: la politica mediatica di Berlusconi ha vinto alla grande cinque anni fa ma, sulla lunga distanza, ha mostrato la sua intrinseca debolezza. Tutto ruotava attorno al premier, ai suoi interessi, alla sua squadra, alla sua personalità. Il berlusconismo delle barzellette in politica interna e delle pacche sulle spalle in quella estera ha fatto il suo tempo e non emoziona più. La fiducia devozionale nel premier è scemata, così come la capacità di attrazione della sua politica dell’ottimismo e del buon senso antico: le citazioni della mamma o della zia suora così come l’aura di uomo che si è fatto da solo e del perseguitato politico sembrano avere stancato anche molti dei suoi incantati proseliti della prima ora. Finita la telenovela, il risveglio è stato brusco e molti italiani oggi si sentono più insicuri e più esposti alle grandi sfide economiche e sociali di cui si parla ogni giorno: l’aumento del costo della vita, la mancanza o la precarietà del lavoro, la crisi del sistema scolastico ed universitario. In una parola cresce la coscienza di un declino del «sistema Italia». Il Grande Cambiamento non c’è stato e, in più di qualche caso, il premier sembra incartarsi con le sue stesse mani, sventolando dati e progetti faraonici, paragonandosi a Napoleone e ancora meno umilmente a Gesù. Di tutto questo gli italiani, crediamo, ne hanno a sufficienza e ad aprile potrebbero davvero votare per un cambiamento.
Dov’è, allora, il problema? È nel fatto che il centrosinistra sta facendo tutto quello che può – ma proprio tutto – per ridurre il proprio supposto vantaggio nei sondaggi (e sappiamo bene che i voti veri, poi, sono un’altra cosa); per esaltare le sue divisioni e per indebolire la sua leadership. Nelle primarie del 16 ottobre, Romano Prodi aveva conseguito un risultato eccezionale e non previsto: quattro milioni di italiani erano andati a votarlo per esprimergli fiducia ed assegnargli un mandato chiaro ed esplicito: sei il capo dell’Unione, batti Berlusconi e governa tenendo a bada i tuoi rissosi partner. Dal giorno dopo si è aperta una competizione lacerante e fastidiosa nella quale, come la rana di Fedro, ogni partito si è gonfiato per mostrarsi grande e potente. Ma, diversamente dalla favola, a furia di gonfiarsi non è scoppiato. È scoppiato però lo spirito di coalizione, quello che dovrebbe unire e raccordare le diverse anime culturali e politiche che la compongono. In questo clima, molti elettori potranno votare l’Unione per rassegnazione più che per elezione, più per stanchezza di Berlusconi che per convinta adesione al programma di Prodi.
Nel frattempo si gioca a centro campo. Rutelli non perde occasione per smarcarsi dalla sinistra della coalizione come fa anche Casini nei confronti dei suoi alleati di centrodestra. Oggi i poli sono due ma se, il 10 aprile, Forza Italia registrasse una sonora sconfitta e la sinistra dell’Unione una modesta affermazione, non ci stupiremmo se rinascesse un polo di centro neodemocristiano. Basta con il bipolarismo, con le teorie anglosassoni sull’alternanza: smaltita la sbornia maggioritaria in molti pensano a un sano ritorno all’antico centrismo, un po’ conservatore e un po’ innovativo, un po’ di destra e un po’ di sinistra, un po’ cattolico e un po’ laico. Un po’ e un po’, senza scontentare troppo né la destra né la sinistra dell’elettorato. Sarebbe il peggiore degli scenari, un ritorno all’antico moderatismo Dc in un momento in cui c’è, al contrario, bisogno di grandi scelte e di grandi innovazioni: l’Europa, il Mediterraneo, l’economia globalizzata, la grande sfida che viene dall’Oriente non consentono un’azione politica col freno tirato, mediata tra mille interessi politici ed economici. In questo scenario, ancora prematuro ma non improbabile, ogni progetto di partito democratico – un grande soggetto costruito attorno alla fusione di Margherita e Ds – appare lontano ed irrealistico. E infatti se ne parla molto poco e con grande imbarazzo. Prima ci si deve contare e capire se conviene davvero.
Alle urne, quindi. Sapendo che l’Unione, se vincerà, avrà una grandissima responsabilità. L’attesa di cambiamento è alta: dalla scuola alla sanità, dal lavoro alle pensioni, dall’orribile leggina sulle droghe approvata in extremis per fare un favore a Fini alle politiche dell’immigrazione. Il buongiorno si vede dal mattino e nei Cento giorni Prodi, se sarà lui a vincere, dovrà segnare una svolta e far valere la sua premiership. Altrimenti, di nuovo come le rane di Fedro, farà la fine del re Travicello.
Paolo Naso
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