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L’ombra del campanile: italiani ed assassini

Quando si ipotizzava che a compiere la strage di Erba fosse stato Azouz, il tunisino padre del piccolo Youssef, molti hanno gridato contro «gli islamici». Grideranno ora contro «i cattolici italiani»? Le generalizzazioni sono sempre sbagliate: in ogni religione e popolo vi è brava gente ma, anche, qualche assassino. È stato forse l’odio verso l’«altro», verso il «diverso», ad ottenebrare la ragione dei coniugi Romano, una famiglia, formalmente, «normale», «dei nostri».

L’efferata «strage di Erba» – i coniugi Romano, Olindo e Angela Rosa, che l’11 dicembre, nella cittadina comasca, massacrarono Raffaella Castagna, il figlioletto Youssef, la mamma Paola e la vicina Valeria Cherubini – ha suscitato costernazione in tutt’Italia, e provocato moltissimi commenti. Ma è forse utile anche per noi tornare sull’argomento.

«Una coppia di cattolici italiani ammazza per odio la moglie e il figlio di un musulmano». Se venissimo a sapere che un quotidiano egiziano o libanese (peggio ancora se inglese o francese) avesse titolato così un articolo sulla tragedia di Erba, proveremmo certamente rabbia per una generalizzazione insopportabilmente ingiusta. Eppure moltissime volte leggiamo sui nostri giornali «Islamico uccide la fidanzata», «Musulmano sorpreso a rubare in un supermercato»: dunque, suggerendo implicitamente che tutti i musulmani sono assassini, o ladri. Ma, se ai nostri orecchi stride violentemente quell’ipotetico titolo sui «cattolici italiani assassini», perché non ci ribelliamo per le generalizzazioni razziste contro i musulmani (e comunque contro qualsiasi altro gruppo sociale, religioso o nazionale)? Perciò non può non provocare disgusto il fatto che, basandosi su evanescenti dicerie, pochi minuti dopo la scoperta della strage di Erba già si indicasse il colpevole nel «musulmano» e si precisasse che Azouz Marzouk, il tunisino marito di Raffaella e padre di Youssef, era un manigoldo uscito anzitempo di galera grazie all’indulto del governo Prodi. Due particolari («tunisino» e «indulto») che davano le ali alle vibranti proteste di alti esponenti di Alleanza nazionale e della Lega.

La verità è che – statisticamente – sotto ogni latitudine, e a prescindere da etnia, religione e paese, ogni tanto qualche persona compie tremende atrocità. Perché?
Già due secoli fa il pittore spagnolo Francisco Goya insegnava che «il sonno della ragione genera mostri». Questo, ci pare, è avvenuto anche ad Erba, dove i coniugi assassini – sempre che fossero in possesso delle loro facoltà mentali – dall’opinione pubblica locale erano considerati gente «normale», «perbene», cresciuta all’ombra del campanile, una famiglia con tutti i crismi: «dei nostri», insomma. Gente, anche, a quanto si dice, profondamente legata alla «nostra identità», costernata al pensiero che le «nostre tradizioni», anche quelle religiose, venissero manomesse dagli immigrati.

Non sappiamo quando la ragione dei coniugi Romano si sia addormentata; quando abbiano pensato che era giusto uccidere un bambino perché con i suoi pianti «disturbava» Angela intenta a guardare la televisione; quando abbiano deciso che bisognava «purificare» il condominio dalla presenza di sangue «impuro». Sì, qualche brandello di «spiegazione» l’hanno data. Ma l’enigma rimane. Forse la signora fu sconvolta dall’idea di non poter avere figli, accompagnata da un’invidia devastante perché «quella lì», la moglie italiana del «bastardo» tunisino, era riuscita a partorire quel meraviglioso Youssef? Forse, nutriti da anni di odio per gli stranieri diffuso a piene mani anche da certe aree politiche e da certi giornali, i Romano si erano convinti che spettava loro l’onore e l’onere di iniziare a «fare pulizia»? In un’Italia dove – senza suscitare reazioni immediate, pubbliche, forti delle gerarchie ecclesiastiche e dei vertici del suo partito politico – un alto esponente leghista può dire che proverebbe disagio se sapesse che un musulmano viene sepolto vicino a lui (perché «cattolico»?), si deve pur sapere che parole come queste corrodono le fondamenta del vivere comune e, in alcune persone, contribuiscono magari a far balenare possibili e tremende azioni «preventive».

La madre dell’assassina – l’ha detto in tv – aveva litigato con la figlia, o questa con lei; ma, religiosamente, giuridicamente, e socialmente, tanto la famiglia d’origine di Angela, che quella costruita con Olindo, erano «a posto». Dietro le quinte, invece, tra i due ceppi covava un profondissimo rancore sotterraneo. Come mai, in famiglie «normali» – monogamiche, uomo/donna, indissolubili?

La cronaca nera ci dice che alcuni responsabili di atroci fatti di sangue provengono da famiglie formalmente irreprensibili, o tali almeno se viste dal di fuori, perché talvolta le pareti domestiche nascondono violenza, vergogna, silenzi carichi di astio, sepolcri imbiancati. Del resto, il rapporto Eures-Ansa 2006 su «L’omicidio volontario in Italia» – diffuso a metà gennaio – afferma che negli ultimi anni i delitti nelle famiglie sono diminuiti (dai 1.695 del ’90 si è passati ai 601 di due anni fa), ma precisa anche che nel 2005, su dieci omicidi avvenuti nella sfera familiare, sei sono stati commessi tra le mura domestiche.

Solo persone – quali che siano – unite insieme da un amore responsabile e mite, possono sperare di costruire, per sé e per i loro cari, un’oasi che disseta, e aiuta a percorrere il deserto del mondo per concorrere a farlo fiorire. I timbri, le formalità, le sacralità, le etichette valgono zero se al di sotto non vi è amore vero, e apertura alla solidarietà. Chissà, se i coniugi di Erba avessero visitato i terrificanti campi-profughi del Darfur, in Sudan, forse la loro ragione non si sarebbe addormentata.

Guardando dall’esterno, e senza presumere di capire tutto, ci pare che la chiusura agli «altri», ai «diversi», sia stata il gorgo mortale in cui è naufragata l’umanità dei Romano. Ma un simile gorgo può sempre inghiottire ciascuno e ciascuna di noi, se non sappiamo amare con un cuore grande.

La Redazione

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