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L’Italia dei sogni si è svegliata

All’indomani delle elezioni regionali di aprile, il paese si trova sempre più drammaticamente di fronte alla realtà dei conti economici che non tornano. Un’Italia molto diversa dai «miracoli» che Berlusconi ci ha promesso in tutti questi anni.
L’autore è direttore della Fondazione Feltrinelli.

Il risultato delle elezioni regionali del 3-4 aprile scorsi indica un dato che pesa nel tempo lungo. Il problema non è prioritariamente il rapporto destra/sinistra, ma le linee che tanto una coalizione di destra come una di sinistra si trovano di fronte candidandosi alla guida del paese. Quando questo accadrà, se a scadenza naturale (ovvero nel 2006) o con elezioni anticipate, noi non siamo ora in grado di dirlo e comunque questo fa parte dell’imperscrutabile della politica che un mensile non è in grado di registrare. Ragion per cui ce ne asteniamo. Qualsiasi cosa scrivessimo sarebbe «gratuita». Ciò detto prendiamo il toro direttamente per le corna.

Dopo le elezioni regionali ci sono meno sogni e più scontentezza. L’Italia dei sogni è lontana, affetta dai mille conti quotidiani in cui si benedice il mese di 28 giorni e si maledice quello che ne dura 31. Improvvisamente dal sogno siamo velocemente transitati verso la realtà. Non è stato un passaggio piacevole. In mezzo si colloca l’incubo dei ceti medi terrorizzati dal restringersi dei propri livelli di benessere, l’estendersi della soglia di povertà, l’inesistenza di una reale modernizzazione. Non ci troviamo in un paese più efficiente. Ci troviamo invece in un paese a più velocità e soprattutto in una realtà caratterizzata da automatismi sociali che non confortano né delineano un futuro soddisfacente, comunque auspicabile. Siamo in un paese in cui avanza una nuova classe di ricchi.

Avanza una società ristretta di aristocrazia delle rendite, si restringono le maglie della mobilità sociale verticale. La mobilità sociale percepita è sempre più ristretta. Il numero dei suoi partecipanti cresce rispetto all’Italia del boom del dopoguerra, ma il divario e la forbice tra ceti favoriti e ceti immobili cresce. L’attesa di crescita e di avanzamento si presenta con margini sempre più ristretti. Può essere che la risposta a breve sia quella di individuare un colpevole, di considerare che su di lui ricada l’intera responsabilità di una condizione e la convinzione che sia sufficiente rimuoverlo perché il trend riprenda a salire. È una tentazione, non rappresenterebbe una reale soluzione.

L’unica cosa di cui non abbiamo bisogno è quella di credere che esista da qualche parte un «uomo della provvidenza» a cui affidarci. Non tanto perché qualcuno ha già provato negli anni scorsi a presentarsi e ad accreditarsi sotto queste spoglie senza che nel frattempo sia avvenuto alcun miracolo, ma perché noi viviamo in un contesto sempre più interdipendente e questa condizione non sollecita né maghi né apprendisti stregoni, ma politiche di sviluppo pensate e concertate. Non ci servono, perciò, individualità di spicco, ma «squadre di lavoro» capaci di proporre un progetto e di saperlo condurre di concerto in un contesto che ha l’Europa come piattaforma politica ed economica all’interno della quale collocarlo e pensarlo funzionalmente al suo futuro. Pensare che ne usciremo tirando ognuno i remi in barca, in una politica di piccolo cabotaggio che sistema gli squilibri specifici e che ammicca ai piccoli favori, non ci porterà lontano.

Ma questa condizione ne richiama un’altra. Spesso in queste settimane è sembrato che un certo trionfalismo abbia portato una parte non indifferente del fronte che è uscito vincente dal confronto elettorale a pensare che il tempo dell’incasso sia venuto, che le prospettive del domani non potrebbero che premiare la coalizione degli audaci. Può essere che accada così. Ma l’Italia del dopo 4 aprile, al di là delle politiche specifiche di area regionale si trova ancora a dover definire una politica estera, a pensare una politica mediterranea che abbia un fondamento e non solo si definisca come lungo filo spinato di frontiera, che apra il confronto con le società islamiche o arabe del vicino Oriente, che si proietti davvero all’interno di una strategia dello sviluppo dell’Europa.

L’Europa è oggi una possibilità non come progetto di cui innamorarsi, ma come scenario all’interno del quale collocarsi. Tenendo conto del proprio specifico nazionale. Ovvero: spingendo su alcuni settori di eccellenza, riequilibrando quelli che sono stati penalizzati, favorendo una strategia di sviluppo che tenga conto del quadro di composizione sociale e culturale, di competenze, di «lavori». In breve guardando alle «professioni» che compongono il mondo dei lavori in Italia.

Ancora una volta, forse con più drammaticità e con più necessità che all’inizio degli anni Novanta, ci troviamo nella condizione di imprimere un processo di modernizzazione al paese. Questo processo non è solo un fatto tecnico, è anche un dato culturale e politico.

Può essere che la condizione di fibrillazione in cui versiamo, e rispetto alla quale i risultati del 3 e 4 aprile hanno dato un segnale, testimoni dell’aumento dell’impazienza sociale, accompagnata da una condizione di maggiore solitudine. Tutto questo richiede delle risposte. Non sarà facile trovarle, e non sarà né un colpo di teatro né una trovata propagandistica che solletichi il senso comune dell’italiano (in breve la riduzione delle tasse). Occorrono risorse, e soprattutto una politica che definisca dove ha senso riversarle per favorire le linee di sviluppo, accompagnando e sostenendo delle politiche riqualificative.

Certamente la situazione determinatasi dopo la tornata elettorale modifica profondamente il quadro che aveva ereditato. Noi oggi abbiamo bisogno di prospettive, forse anche di un discorso politico duro, non consolatorio. Il domani sarà di chi saprà proporre una politica responsabile, senza prospettare paradisi. Rimettendo in discussione anche elementi significativi del proprio bagaglio simbolico, perché il profilo di una crescita governata passa anche per la riconsiderazione di parti non secondarie delle proprie convinzioni e in cui le politiche energetiche, tanto per considerare un settore non marginale su cui si giocherà una delle condizioni della crescita domani, imporranno la necessità di riconsiderare scelte fatte venti anni fa sulla scorta dell’ombra di Chernobyl sulle nostre teste.

Il nostro futuro dipenderà dalle scelte che oggi noi saremo responsabilmente in grado di prendere. Lì si giocherà il domani e su quel piano andrà valutata una possibile svolta politica di un paese che attualmente sembra privo di un profilo di crescita.

David Bidussa

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