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Le sfide primarie dell'Unione

Dopo il grande successo di partecipazione alle elezioni primarie del 16 ottobre, che hanno dato a Romano Prodi una maggioranza di tre quarti, il centrosinistra si trova a dover rispondere alla forte domanda di unità che gli giunge dal suo popolo.

Quasi quattro milioni e mezzo di votanti, ovvero quasi cinque volte gli iscritti dei partiti che compongono il variegato mondo dell’Unione, costituiscono il dato politicamente più rilevante della domenica delle primarie.

Code gioiose a seggi improvvisati gestiti da volontari hanno riconciliato con la politica molta gente, e ciò all’indomani del primo voto parlamentare attraverso il quale l’attuale maggioranza intende riportare alle dinamiche strettamente partitiche della «prima repubblica» la responsabilità della governabilità del paese.

La misura di questa partecipazione è la sorpresa dell’attuale congiuntura politica; anche a sinistra infatti, nelle settimane che hanno preceduto il 16 ottobre, non si comprendeva il senso di queste primarie che nascondevano l’insidia di indebolire una candidatura già decisa mostrando contemporaneamente quali e quante fossero le incrinature fra le diverse anime dell’Unione.

Il risultato invece rafforza la candidatura (e la responsabilità) di Prodi, ridimensiona le ambizioni di Bertinotti (che pure ha fatto una campagna misurata ma efficace, pubblicitariamente assai intrigante), premia la lealtà di Di Pietro, castiga Pecoraro Scanio e disillude la new entry Scalfarotto che in molte uscite televisive ha detto apertamente, ma forse in tono un po’ saccente, quello che in molti pensano del cardinal Ruini e, in genere, della gerontocrazia al potere nel sistema Italia.

Forse proprio il tempo intercorso fra la decisione delle primarie e la prima votazione parlamentare sul ritorno al proporzionale nel sistema elettorale è stato il fattore che ha cambiato di segno, fornendo un valore aggiunto all’iniziativa promossa dal centrosinistra e fortissimamente voluta da Prodi.

Tanto che oggi si ripropone con forza il tema di una lista unitaria dell’Ulivo bocciata da tutti gli apparati piccoli e grandi ma sottesa alla risposta di massa che «il popolo della sinistra», e non solo, ha dato con le schede gialle in cui significativamente mancavano i candidati di bandiera dei Ds, della Margherita, dello Sdi, dei Comunisti italiani e dei Repubblicani europei.

E se anche l’ex comunista Bondi (Forza Italia) o Fini (An) si sono accorti del significato del voto come mobilitazione popolare dal forte connotato democratico, nulla e nessuno (neppure Mastella o Pannella) può costituire alibi per un programma effettivamente condiviso.

Proprio dai due partiti maggiori non rappresentati nella scheda del 16 ottobre ci si attendono ora decisioni organiche al progetto di governo, ma prima ancora ad una battaglia elettorale in cui le insegne e le rivalità di bottega siano veramente subordinate all’obiettivo – questo sì primario – di permettere all’uomo più ricco d’Italia di godersi una tranquilla vecchiaia al sole di qualche paradiso fiscale e non sul Colle.

Con il correlato augurio alla sua maggioranza di bulgari (visto che «ascari» suscita risentimenti) di rilassarsi e magari di tornare ad assaporare il gusto di essere minoranza come quando si apparteneva alla sinistra lombardiana del Psi del primo centro-sinistra.

Su questo obiettivo minimale ma essenziale non dovrebbe essere difficile raccogliere oggi anche il consenso di Rifondazione.

Sarà così più facile anche per noi confrontarci domani, credenti dichiarati e credenti «emergenti», sui temi della laicità, dell’etica, della ricerca di senso che in questi anni di legalità precaria abbiamo tutti smarrito.

Fausto Tortora

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