Italiano · English

L’anomalia della politica italiana

Nel nostro paese le tradizionali differenze e divisioni tra destra e sinistra sono molto più complesse, «trasversali» e imprevedibili rispetto a quanto accade negli altri paesi occidentali. Per esempio, su temi importanti come la difesa della laicità e l’autodeterminazione dei singoli in materia di «moral issues» il centrosinistra oggi al governo presenta al suo stesso interno posizioni molto differenziate.

Un equivoco di fondo pesa su tutte le analisi, e su tutte le aspettative e le delusioni, suscitate da quest’ultima fase della politica italiana. L’equivoco consiste nel ritenere che nel sistema politico italiano si confrontino, un po’ come in tutte le altre democrazie occidentali, uno schieramento di centrosinistra e uno di centrodestra. Non è così, anche se la larga maggioranza dell’opinione pubblica non se ne accorge neppure, sottoposta com’è da un quindicennio alla diseducazione civica quotidiana fornita da talk-shows televisivi e propaganda elettorale.

In quell’infausto 1994 in cui Berlusconi si buttò in politica per preservare le sue aziende dall’incombente dissesto e se stesso dal rischio della galera, il futuro capo della destra mise in piedi uno schieramento politico con quel che aveva a disposizione: non più del 15% del vecchio sistema politico (il vecchio partito neofascista, che ancora si chiamava Msi – un nome che intendeva richiamare, più ancora che il regime fascista degli «anni del consenso», la Repubblica sociale italiana – la Lega Nord – peraltro meno estremista di quella di oggi, fortemente europeista com’era allora, timorosa che il Meridione avrebbe impedito al Nord di partecipare alla zona euro, e dotata di un suo proprio movimento di «gay padani» – e la parte più clericale della destra Dc), cui aggiunse un proprio partito-azienda creato dal nulla con la sola forza delle sue immense risorse economiche, mediatiche e pubblicitarie.

La nascita di quell’inopinata coalizione determinò anche la nascita e le caratteristiche dell’altro polo, costituito, semplicemente, da tutto il restante 85% circa del vecchio sistema politico: cioè dalla sinistra estrema, dalla sinistra, dal centrosinistra, dal centro, dal centrodestra e anche da una destra che in altri paesi europei sarebbe considerata piuttosto radicale (se non addirittura estrema in materia di «moral issues»). Si pensi solo che in Francia Simone Veil è considerata ovvia parte della droite, mentre in Italia Domenico Fisichella, l’ex presidente di An e autore dell’«Elogio della monarchia», è un esponente del «centrosinistra»: anche senza arrivare a tali estremi, in nessun paese europeo Dini o Mastella, Bobba o la Binetti, o lo stesso neoclericale Rutelli di questi anni, sarebbero considerati di «centrosinistra».

Risultato: un cosiddetto centrodestra costituito da una destra estremista impossibilitata a realizzare la propria politica nel contesto europeo occidentale del XXI secolo, e che infatti si è dedicato, quando ha potuto governare, a curare soltanto gli interessi personali e aziendali del capo e della sua consorteria, cercando di creare consenso vellicando gli interessi dei ceti interessati soprattutto all’elusione fiscale e gratificando gli ex missini con una strisciante riabilitazione del fascismo storico e la Lega con un tentativo di sfascio della Costituzione sventato solo in extremis dal referendum; e un cosiddetto centrosinistra che è in realtà una coalizione così eterogenea da essere strutturalmente incapace di esprimere qualunque politica coerente.

Mentre negli altri paesi il centrodestra si distingue dal centrosinistra essenzialmente per una politica economica più liberista, in Italia questo aspetto ha assunto fin dall’inizio una valenza solo propagandistica. Al di là di una politica economica che ha mirato a contenere la pressione fiscale soltanto aumentando il debito (e scaricando quindi sui successori l’onere di risanare i bilanci), non una sola liberalizzazione o privatizzazione di rilievo è stata portata avanti dalla solida maggioranza parlamentare della destra al governo: un caso unico nell’Europa occidentale di questi anni. Entrambi gli schieramenti trovano però vantaggioso avvalorare il presunto liberismo della destra: gli uni per guadagnare consensi a tale prospettiva, gli altri per lucrare sulla paura di eventuali riforme in tal senso.

Per di più il centrosinistra, lungi dal riconoscere di trarre gran parte dei propri consensi da nient’altro che dalla ripugnanza di gran parte dell’elettorato – e soprattutto dei «ceti medi riflessivi» – per una destra abnorme (e spregiudicata in materia di etica pubblica), ha preteso in questi anni di rappresentarsi non come quella sorta di Cln, di alleanza necessitata e difensiva, che in realtà è, ma come una coalizione coesa, capace di modernizzare il paese sulla base di un coerente programma di riforme: di qui le grandi aspettative, e di qui anche l’ancor maggiore delusione che il governo Prodi sembra stare suscitando dopo soli sei mesi di travagliata esistenza.

La geniale trovata di una classe politica di «centrosinistra», i cui leader continuano a ritenersi furbissimi a prescindere da ogni risultato della loro performance, è ritenere che sia possibile guadagnare consensi e perfino suscitare entusiasmi trasformando l’alleanza necessitata addirittura in un partito unitario: un partito la cui identità resta indefinita in tutto, perfino nelle sue eventuali affiliazioni internazionali, ma che dovrebbe concorrere con l’alleanza berlusconiana a cristallizzare negli attuali catastrofici protagonisti il conflitto politico italiano, presente e futuro.

E, mentre in tutti i paesi occidentali le moral issues tipiche del nostro tempo acquistano sempre più un’importanza pari a quella delle questioni socioeconomiche nel determinare appartenenze e consenso in società sempre più pluralistiche, i nostri pretendono di classificarle come irrilevanti a fronte dei loro alti progetti politici. Se nell’ambito dei soggetti chiamati a costituire il futuro Partito democratico sono compresenti tutte le posizioni esistenti in materia, dalle più laiche alle più clericali, pensano di risolvere il problema evocando imprecisati «compromessi alti», la cui sostanza, par di capire, andrebbe ricercata semplicemente nella capacità di togliere loro le castagne dal fuoco, mettendo insieme il servilismo privo di ogni dignità largamente diffuso nei confronti delle gerarchie vaticane con il mantenimento del consenso dei «ceti medi riflessivi». La cui capacità riflessiva sembra alquanto sottovalutata, se un esempio di questi «compromessi alti» è quello che sembra delinearsi in tema, per esempio, di testamento biologico. Dove sembra prospettarsi una legge che riconosca agli italiani il diritto di dichiarare soltanto che rifiutano l’accanimento terapeutico: cioè che richiedono il rispetto della deontologia medica e della legge.

L’eventuale successo del referendum elettorale, non a caso bipartisan, in corso di gestazione ridurrebbe infine le possibilità di scelta degli elettori a quella fra un tale Partito democratico e il partito di Berlusconi. E per chi potrebbe votare allora un sostenitore della laicità delle istituzioni e dell’autodeterminazione dei singoli in materia di moral issues, che in ogni altro paese europeo voterebbe naturalmente per il centrosinistra?

Felice Mill Colorni

← Un anello... di una catena per Gaza | Ma Casini ha già vinto. Comunque →

Website Design · HyperTextHero