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La violenza nella testa del maschio

Il controllo e la violenza sul corpo delle donne hanno causato la morte di milioni e milioni di donne. Tacere (e disconoscere) queste cifre agghiaccianti sarebbe il segno della complicità con una mal-cultura dilagante, che ignora la violenza di genere. È necessaria una rivolta culturale dei maschi che ponga come prioritarie la riflessione e la revisione della relazione tra uomini e donne, relazione da fondare non più in termini di potere e di conflitti, ma in termini costruttivi di analisi dei problemi, di rispetto reciproco e di autocontrollo degli istinti violenti.

In Italia sono 6.743.000 le donne tra i 16 e i 70 anni che hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale nella vita; nel 2007 si possono contare 13 stupri al giorno, ma oltre il 90% delle violenze non viene denunciato (Rapporto 2007 sulla criminalità in Italia del Ministero dell’Interno).

Il fenomeno singolo e collettivo dello stupro è assai antico. Come è antico il controllo, in varie forme, sul corpo e sulla sessualità della donna da parte delle società e delle famiglie. Alcuni esempi. La prostituzione dotale, cioè il fenomeno, diffuso dall’Asia all’Africa fino alla nostra Europa, di offrire la verginità delle figlie in età da marito in cambio di gioielli o denaro per accumulare beni. La prelibazione cioè l’«assegnazione» della verginità di una donna prima delle nozze, in genere concessa ai capi. La prostituzione per riti sacri. L’usanza che la sposa avesse rapporti sessuali con tutti i maschi invitati alle nozze: parenti, stranieri, autorità religiose o civili. In alcune culture era considerato preferibile, e addirittura obbligatorio, che le fanciulle avessero rapporti con numerosi uomini, ma venivano poi costrette a una forzata fedeltà e castità dopo il matrimonio. I sacrifici umani per placare l’ira degli dèi in cui la vittima era una fanciulla vergine. E, ancora oggi, lo stupro etnico e l’imposizione di comportamenti sessuali. Il controllo e la violenza sul corpo delle donne hanno causato la morte di milioni e milioni di donne innocenti.

Queste pratiche, osservate da storici, storiche, antropologi e antropologhe, sono attestate in fonti eterogenee, come Erodoto, Sesto, Marco Polo, narratori arabi medioevali, Sacre Scritture, miti, leggende e fiabe diffuse in tutto il mondo.

Tutto ciò denota il «permanere all’interno del nostro processo di civilizzazione di moduli comportamentali stereotipati, intimamente permeati di aggressività sessuale e di violenza» (Marco Duichin, Ieropornia. Prostituzione rituale e sacrifici sessuali di fanciulle nella tradizione classica, nelle leggende e nei racconti di fiaba, Il mondo 3 edizioni). Durante l’occupazione della Germania, nel periodo maggio-giugno del 1945, l’armata Rossa si stima abbia stuprato non meno di due milioni di donne tra cui molte bambine di tredici-quattordici anni, violentate oltre un centinaio di volte a più riprese da diversi gruppi di soldati. Stupri, sevizie e femminicidi sono stati subiti da un numero imprecisato ed esorbitante di donne, dalla ex Jugoslavia al Congo, fino al Messico e alla nostra tranquilla Italia.

Tacere (e disconoscere) queste cifre agghiaccianti sarebbe il segno della complicità con una mal-cultura dilagante, che ignora il delitto di genere come violenza fatta da uomini, in quanto tali, sulle donne, in quanto tali. È necessaria una rivolta culturale dei maschi che ponga come prioritarie la riflessione e la revisione della relazione tra uomini e donne, relazione da fondare non più in termini di potere e di conflitti, ma in termini costruttivi di analisi dei problemi, di rispetto reciproco e di autocontrollo degli istinti violenti.

In un recente articolo («La violenza che si fa e non si dice», sul sito internet http://www.aprileonline.info), Lea Meandri si chiede: «Quanto contribuisce a mantenere l’ignoranza del rapporto tra i sessi una scuola che ignora corpi, sentimenti, pulsioni, sogni e incubi ereditati dall’infanzia, dai primi rapporti col mondo adulto, con la cultura dominante?». Ripartiamo quindi dalle radici delle questioni, chiedendoci anche se sia normale che i mass media elargiscano, per dirla ancora con le parole di Lea Meandri «anatomie femminili in abbondanza e a ritmo continuo, corpi esposti, offerti, sia pure virtualmente», offerti ai desideri indomabili e maschili di erotizzazione permanente, all’invidia femminile, all’imitazione, al possesso violento, all’odio, all’istinto più o meno consapevole di prevaricazione. «Perché un bambino, bersagliato da corpi femminili ammiccanti, non dovrebbe crescere con l’idea che le donne siano essenzialmente non persone, ma oggetti da comprare, consumare come le merci con cui vengono identificate? La barbarie del violentatore, dell’assassino di donne, è la stessa che le ha espulse dalla vita pubblica, che ancora le tiene lontane dai luoghi in cui si pensa, si discute e si decide sulla comune convivenza, che le vuole madri o seduttrici o comunque subalterne al sapere e ai linguaggi dell’unico sesso che si è fatto protagonista della storia».

Elena Ribet

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