La sfida di un benessere «più etico»
Come ci spiega il presidente nazionale di Legambiente in questo intervento, sono ancora una volta i paesi poveri a pagare il prezzo più alto per il degrado ambientale del pianeta. È sempre più evidente, infatti, l’intreccio tra peggioramento dello stato dell’ambiente e aumento di povertà e malattie. I cambiamenti climatici sono il problema numero uno e i paesi ricchi devono assumersi le proprie responsabilità.
C’era un tempo in cui la difesa dell’ambiente era vista da molti come una preoccupazione «da ricchi», come un lusso incompatibile con l’esigenza dello sviluppo, soprattutto nel Sud del mondo. Nel 1972, quando uscì nelle librerie di mezzo mondo I limiti dello sviluppo, un rapporto scritto da ricercatori del Mit di Boston in cui si diceva per la prima volta che l’inquinamento, la dissipazione delle risorse e la crescita demografica avrebbero portato in breve al collasso degli ecosistemi, più di uno ci vide il tentativo di negare il diritto all’emancipazione dei paesi poveri.
Oggi idee così non hanno quasi più seguaci, e a partire dall’Earth Summit di Rio de Janeiro la comunità internazionale ha cominciato a prendere coscienza che sono proprio i paesi poveri a pagare i prezzi umani e sociali più alti per il degrado ambientale. In particolare negli ultimi anni, da quando i mutamenti climatici legati all’aumento dell’effetto serra sono diventati una realtà, l’intreccio tra peggioramento dello stato dell’ambiente e aumento della povertà e delle malattie è divenuto quanto mai evidente. L’Africa è il luogo del mondo dove il circolo vizioso tra degrado dell’ambiente e aumento della povertà si manifesta con la massima virulenza. Dove fa parte dell’esperienza quotidiana di milioni di persone, dove è ormai «coscienza sociale» di intere comunità: dalle popolazioni rurali, che meglio di qualsiasi studio o ricerca costatano «sul campo» quanto sia stretto e diretto il rapporto tra fenomeni ambientali come «el Niño» e la desertificazione e l’aumento del numero di malati di malaria cerebrale, fino ai responsabili del parco del Monte Kenya – uno degli ecosistemi più «miracolosi» e preziosi del pianeta – che registrano l’incremento continuo della pressione antropica causata dall’«invasione» di migliaia di profughi ambientali in fuga dalle terre inaridite del nord.
Secondo il Programma Ambiente delle Nazioni Unite, già oggi nel Sud del mondo il numero dei profughi ambientali ha superato quello delle vittime di guerra. Parafrasando il titolo di un celebre libro di trent’anni fa che diede inizio all’ambientalismo politico – The Closing Circle, in italiano Il cerchio da chiudere, di Barry Commoner – si può dire che il problema più assillante dell’umanità, quello che dovrebbe comparire in cima all’agenda dei responsabili politici di tutto il mondo, è «rompere il cerchio»: rompere il circolo vizioso tra crisi ambientale, povertà, malnutrizione, malattie. Per «rompere il cerchio» serve una svolta nella quantità e nella qualità del governo dei processi globali. Occorre che sia sconfitta l’equazione tra globalizzazione e omologazione, che tutti i paesi a cominciare dai più ricchi si facciano carico delle loro responsabilità per fenomeni come l’aumento dell’effetto serra. I cambiamenti climatici sono oggi il primo nemico dell’umanità e la prima, la più importante sfida che ci impone di riconvertire l’economia e la società ad un rapporto non distruttivo con l’ambiente che persegua un’idea di benessere più moderna e completa, che non trascura i bisogni materiali ma abbraccia anche l’etica, la qualità del vivere, la ricchezza delle relazioni sociali, il rifiuto della guerra e della violenza.
Come concordemente affermato da gran parte della comunità scientifica, fino al più recente Rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc), il nesso diretto tra mutamenti climatici e modello energetico è pressoché una certezza, pertanto le dinamiche già in atto possono essere fermate solo se saranno modificati comportamenti individuali e collettivi e nelle politiche pubbliche, a partire dall’uso delle risorse energetiche. La poderosa crescita dei consumi energetici (il 25% solo negli ultimi 10 anni), trascinata dallo sviluppo economico dei paesi asiatici, ha portato a una crescente competizione sulle energie fossili e al di là dei limiti fisici di queste risorse – un problema che pure esiste – la disponibilità e la garanzia degli approvvigionamenti sta già determinando forti tensioni e aperti conflitti. Gli obiettivi da perseguire per evitare – nell’arco dei prossimi venti o trenta anni – eventi catastrofici e irreversibili sono ben oltre quelli, pur così difficili da raggiungere, del Protocollo di Kyoto. Le emissioni climalteranti superano del 20% quelle del 1990 e i paesi sviluppati devono tagliare di almeno il 20% le emissioni entro il 2015, e del 30-35% entro il 2020, per arrivare all’80% entro la metà del secolo. Da parte loro i paesi cosiddetti in via di sviluppo devono attuare un radicale disaccoppiamento tra i tassi di crescita economica e i trend delle emissioni di CO2. Obiettivi senza dubbio non facili, che solo un governo forte, multilaterale, lungimirante dei processi di globalizzazione può perseguire dando risposte adeguate sia alla domanda di sviluppo e di benessere dei paesi del Sud del mondo che alla necessità, non meno decisiva, che tale sviluppo sia sostenibile in termini climatici e ambientali. Uso del suolo, energia, acqua, biodiversità, qualità dell’aria devono essere regolati con rigore e nella consapevolezza che i beni ambientali sono beni scarsi ma comuni e che mai, per questo, devono essere trattati come merci. L’urgenza di ridurre le emissioni assegna oggi all’Occidente una speciale responsabilità nello sforzo per cambiare i modi di produzione e di consumo di energia: spingendo sull’efficienza energetica, spingendo sulle nuove fonti rinnovabili, spingendo per favorire uno sviluppo a bassa intensità di materie prime e di energia anche nei paesi che diventano i nuovi grandi attori dell’economia mondiale.
Roberto Della Seta