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La scuola o ritorna al futuro o si spegne

Il ministro della Pubblica istruzione Gelmini ha deciso di assestare alcuni colpi mortali proprio all’unico pezzo «riformato» della nostra scuola, quello dell’infanzia ed elementare, da tutti riconosciute come tra le più qualificate al mondo: maestro unico, dimezzamento del tempo formativo, con l’abolizione di fatto del tempo pieno e tempo prolungato solo a chi se lo vuole pagare, e 50mila insegnanti in meno.

Da oltre un mese – e questa volta non per un rito dettato dal calendario annuale – si sta parlando e discutendo del nostro sistema scolastico, reclamandone efficienza e richiedendogli qualità: ne hanno bisogno i nostri ragazzi, si dice; non può farne a meno una società che è già nel domani, si dice.

Ma è chiaro per tutti che il motivo del contendere non è l’efficienza d’una azienda o la qualità d’un prodotto di consumo? Qui si tratta di efficienza e qualità di saperi e di conoscenze; di qualità e efficienza di processi formativi e dell’educazione. Se un sistema delicato e complesso – come quello scolastico – ne fa difetto, allora non c’è che da riformarlo: cioè rivederne la struttura e rintracciare l’intero percorso.

Disegnare un grembiule e infilarlo a un bambino, mettere una cifra accanto a (o invece di) un giudizio, rimettere al suo posto un esame, usare il voto di condotta come deterrente, presenziare a un alzabandiera e cantare un inno: sono dettagli, ritocchi che non toccano una struttura. Non sono una Riforma, non una sua parte né un suo inizio.

L’attuale sistema scolastico italiano (o, più opportunamente, il «sistema nazionale di istruzione e formazione») poggia saldamente su un primo segmento a prova di riforma – la scuola dell’infanzia ed elementare – da tutti riconosciuta come tra le più qualificate al mondo; il segmento successivo – la scuola media – galleggia da oltre quarant’anni in una situazione informe e indistinta (pochi hanno rilevato come l’indagine Ocse indichi il momento più debole del nostro sistema scolastico proprio intorno ai 15 anni); la parte conclusiva del percorso di studi – la scuola superiore – resta ancora oggi ferma a Gentile, cioè a 85 anni fa. Presuntuosamente e drammaticamente ferma.

In questo contesto, ecco la sorpresa dell’agosto-settembre 2008, quando il ministro della Pubblica istruzione decide di assestare alcuni colpi mortali all’unico pezzo «riformato» della nostra scuola: torni il maestro unico e quindi si rinunci ai saperi ampi e integrati del modulo a tre docenti su due classi («La scuola deve tornare a insegnare a leggere, scrivere e far di conto», 31 agosto); si dimezzi il tempo formativo: 24 ore mensili di scuola in meno, tempo pieno abolito, tempo prolungato solo a chi se lo vuole pagare; si faccia a meno di 50.000 insegnanti; si chiudano le scuole dell’obbligo con un numero di studenti inferiore a 200: e via alla chiusura in 1.103 comuni, con un conseguente pendolarismo infantile di massa… Tutto questo in forza d’una dichiarata operazione contabile («Il maestro unico è un modo per tagliare la spesa», 8 settembre) che poi si configura come ben altro: una ferita letale a un modo di lavorare plurale e coordinato; la fine d’una metodologia didattica validata sul campo; stop alla crescita e all’ammodernamento delle conoscenze.

Proprio un arretramento massiccio dell’efficienza e della qualità dell’insegnamento.

Non soddisfatta, la ministra Gelmini sta pensando di mettere mano a quel poco che c’è della restante scuola italiana. Le intenzioni, anche qui bellicose («Adesso inchiodo anche le medie!», 11 settembre), sono in parte già in cantiere: 12.000 insegnanti della scuola di specializzazione (Ssis) che non potranno mai insegnare; altri 37.000 docenti da «tagliare»; decine di migliaia di precari che non potranno più fare quello per cui si sono preparati («Una delle ipotesi è trovare loro un posto nel turismo», 9 settembre). E per gli studenti: non più per tutti l’obbligo scolastico nella scuola fino a 16 anni; un percorso selettivo che riduce le opportunità di successo per i più deboli: disabili, ammalati, immigrati, poveri.

Non è, questa, una prospettiva di riforma nazionale ma il maldestro tentativo di riportarci a una scuola di un mondo che non c’è più e a scapito d’un servizio pubblico già di per sé in affanno, con il malcelato intento di rilanciare un’altra scuola («Occorre valorizzare le scuole paritarie, che sono tutte pubbliche», 31 agosto).

Insomma, non c’è orizzonte. E non può ingannare lo sbandieramento del «merito», a copertura e protezione di ogni scelta e iniziativa («La meritocrazia è la più alta forma di democrazia», 31 agosto) quando si precisa che «merito significa premiare» (ib.). Una meritocrazia premiale è una meritocrazia narcisistica ed elitaria mentre la scuola pubblica ha il compito e dovere di riconoscere il merito che c’è in ognuno; di sorreggerlo e potenziarlo; di stanarlo, là dove sembra non esserci. Senza dimenticare – mai – che anche l’impegno va riconosciuto come parte, nemmeno minima, del merito.

Che dire, a questo punto, a chi ancora crede nel lucignolo fumigante della scuola pubblica?

Intanto che si ha tutti il dovere di ricordare a chi governa il paese – e la sua scuola – che i problemi di cassa non possono soffocare il diritto al sapere di intere generazioni; che investire sul futuro non è un lusso; che solleticare il senso comune con i «luoghi comuni» (castigo-premio-severità-risparmio) può catturare consenso politico ma non preparare a una cittadinanza nuova. Di più: chi governa, sappia che ha il dovere di pensare la società come sarà tra 15/20 anni. Poi va detto che esiste ancora un futuro, a cui si può e si deve tornare. È possibile ripensare l’intero percorso scolastico – alle nostre spalle ci sono anni di lavoro e di sperimentazioni; si sta ogni giorno in mezzo ai giovani e se ne conoscono i bisogni e le attese. Teniamo ben ferma la scuola dell’infanzia e il primo ciclo di istruzione, sul cui curricolo sono pronte le nuove Indicazioni nazionali (31 luglio 2007), frutto anche della collaborazione di docenti e dirigenti in servizio. La stessa Europa ha indicato e aperto la strada per le scuole superiori (Parlamento europeo, 18 dicembre 2006), invitando a ristrutturare il curricolo scolastico e finalizzarlo alle conoscenze e competenze che non possono mancare a un cittadino attivo e responsabile: imparare a imparare, progettare, comunicare, collaborare e partecipare, agire in modo autonomo e responsabile, risolvere problemi, individuare collegamenti e relazioni, acquisire informazioni e interpretarle. È possibile, quindi, ridisegnare un curricolo di grande e attuale qualità, che esiga una profonda revisione dei programmi tradizionali, operando scelte e scansioni coerenti con le dette competenze, e che poggi sulla progressiva acquisizione dei linguaggi – matematico scientifico, letterario, storico, artistico, della modernità – e delle lingue. Un curricolo, così riformato, lo dobbiamo volere obbligatorio per tutti fino ai 16 anni: c’è solo da applicare una legge già pronta (Legge n. 296/2006).

Naturalmente tutto questo non potrà fare a meno di un corpo docente adeguatamente formato e preparato, all’Università e sul campo; con tempi e spazi di lavoro funzionali alla didattica e non alla spesa; con riconoscimento sociale ed economico effettivi, e non soltanto dichiarati. E, sopra tutto e tutti, non si può non pensare a una Guida nazionale autorevole che conosca la scuola e la ami. Un libro dei sogni? No, semplicemente la scuola della Costituzione che vuole – per tutti – un’istruzione e formazione alta e qualificata. Il cittadino-studente pensato dalla Costituzione non è quello del 1948, ma quello che la scuola pubblica deve continuamente formare per il paese che cresce e che cambia. In caso diverso, la stessa scuola pubblica italiana si spegnerà lentamente. Lentamente, ma si spegnerà.

Far ritornare la scuola italiana alla Costituzione è farla ritornare al suo futuro.

Giuliano Ligabue

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