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La rivolta dei carrellini cinesi

La tristissima vicenda di Milano rivela i gravi ritardi nelle politiche di integrazione. Per troppi anni si è negato che l’Italia fosse ormai divenuta un paese di immigrazione, perdendo così tempo e occasioni per avviare percorsi di integrazione. Ora, con più urgenza e più fatica, dobbiamo recuperare il tempo perduto.

Dopo i musulmani, i cinesi. Gli scontri del 13 aprile tra gli immigrati cinesi e i vigili di Milano hanno dato la stura a una nuova campagna di allarme sociale contro l’illegalità e il degrado prodotti dagli immigrati. Il sindaco di Milano ha rivendicato con orgoglio la sua determinazione a far rispettare le norme comunali sul carico e lo scarico di merci nella zona dove si concentrano gli esercizi di migliaia di cinesi da anni ormai radicati nel capoluogo lombardo. E quindi basta con camioncini e carrellini, basta con le auto in doppia fila. «Tolleranza zero contro l’illegalità». «Non possiamo riconoscere zone franche». «Anche i cinesi devono imparare a rispettare le regole e le norme della nostra comunità». E avanti. Tutte frasi ovvie, ma risibili, parziali e reticenti e quindi, al fondo, sbagliate. Persino pericolose.

Risibile che si lanci un allarme sulla legalità citando il problema del carico e dello scarico delle merci, l’utilizzo di carrellini sul suolo pubblico e il divieto di sosta delle auto. Risibile perché i problemi della (e con la) comunità cinese sono ben altri che l’occupazione del suolo pubblico o il parcheggio in doppia fila: la piaga del lavoro nero e minorile; la difficoltà della prima generazione a imparare l’italiano; i ritmi di lavoro e le condizioni di sicurezza di alcuni laboratori. Cinesi e non solo. Il tema della legalità è insomma troppo serio per svilirlo su una questione sulla quale buon senso, cultura civica e dialogo avrebbero potuto sortire ben altri effetti.

La parzialità sta nel fatto che la «tolleranza zero» si prepara e si costruisce, non si improvvisa un bel giorno con un po’ di multe, di fermi e di manganellate. La concentrazione di tante – forse troppe – attività commerciali gestite da cinesi nella zona di via Paolo Sarpi non è di ieri: è il frutto di una serie di vendite e di acquisti, di concessioni e di autorizzazioni, di comportamenti e di convenzioni. Milano è una grande città, forse la più europea delle città italiane: perché stupirsi, allora, se anche sui navigli accade quello che ben prima era accaduto ad Amsterdam o a Francoforte?

La concentrazione di negozi cinesi in un’area della città, in altre parole, non è il frutto del caso o di una invasione unilateralmente premeditata ma la conseguenza di un incontro tra domanda ed offerta. Dura, ma non è altro che la legge del mercato.

Il problema è che i processi migratori vanno governati: occorre prevedere i problemi, monitorare le situazioni, prevenire le conflittualità.

Che cosa ha fatto l’amministrazione di Milano per «moderare» e «accompagnare» processi di inserimento così repentini e di integrazione così complessi? Poco, pare. Più facile e politicamente più redditizio agitare la formula sempreverde e sempre utile della «tolleranza zero». E chi non ci sta viene accusato di collusione con l’illegalità.

E poi c’è la reticenza, l’incapacità di ammettere che in materia di integrazione degli immigrati Milano, come altre grandi città, è assolutamente in ritardo. Un ritardo politico colpevole, che si deve addebitare anche ai governi nazionali, tutti. Solo oggi, infatti, si riconosce che l’Italia è un paese di immigrazione e che deve promuovere politiche di integrazione di lungo periodo. Sino a ieri – anche negli anni del primo governo Prodi – si raccontava invece la favola bella di un’immigrazione in Italia «diversa» da quella di altri paesi europei, temporanea, reversibile, quasi accidentale.

A questa interpretazione, a lungo avallata anche dal centro-sinistra, negli anni del governo di centro-destra si è aggiunta una politica di contrasto all’immigrazione tout court. Pareva che predicando contro l’immigrazione, e ancor più veementemente contro quella irregolare, questa d’incanto sparisse e l’Italia potesse recuperare con orgoglio la sua identità occidentale, cristiana, persino celtica per chi la desiderasse. E se il centro della politica sulle immigrazioni è stato il contrasto, era assolutamente inutile e fuorviante occuparsi di integrazione. E infatti nulla si è fatto, perdendo anni preziosi e ignorando la complessità di alcuni processi. Pensiamo alla necessità di promuovere la conoscenza della lingua, di garantire l’obbligo scolastico, di favorire la partecipazione e l’inclusione sociale. Insomma di negoziare un percorso di cittadinanza consapevole e responsabile, che implica diritti e doveri. I primi stanno con i secondi, i secondi rafforzano i primi.

Oggi si annuncia una svolta alla quale partecipano direttamente associazioni di immigrati, enti locali, istituzioni: sarebbe quindi l’ora di individuare delle buone pratiche per affrontare un problema che non ha soluzioni facili o scontate ma che richiede strategie, investimenti, confronto tra le parti. Insomma una cosa seria e impegnativa, forse non meno controversa delle operazioni di polizia municipale del sindaco di Milano. Ma almeno meno tristi, propagandistiche e inutili.

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