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La politica della paura

Se la Sinistra arcobaleno ha peccato di idealismo provando a difendere le ragioni dei diritti e della solidarietà e dando così l’impressione di non farsi carico delle paure dei ceti più popolari, il Partito democratico si è mostrato altrettanto ingenuo pensando di poter competere con la destra nella sfida di una robusta politica dell’ordine e della sicurezza. Tra l’originale e la copia sbiadita, gran parte dell’elettorato ha preferito il primo giudicandolo più «leggibile», credibile ed efficace.

Come ampiamente annunciato, i primi provvedimenti del governo Berlusconi sono stati centrati sui temi della sicurezza e dell’immigrazione irregolare (secondo qualcuno; secondo altri dell’immigrazione punto e basta). Nelle intenzioni del premier e dei suoi alleati non si tratta di due problemi distinti ma della stessa questione: da mesi il «basso continuo» dell’azione politica del centrodestra ha teso a dimostrare che la diffusa insicurezza percepita da tanti cittadini è causata dai flussi clandestini di manodopera extracomunitaria e che l’immigrazione irregolare produce necessariamente criminalità. Caso tipico di questa equivalenza, i rom. Poco importa che all’incirca la metà di questa comunità – 70mila persone – siano cittadini italiani, ormai stabilizzati e sedentari; poco importa che la maggioranza degli altri 80mila siano cittadini rumeni e quindi titolari del diritto alla libera circolazione delle persone garantito dalle normative vigenti dell’Unione europea: nella percezione comune i rom sono tutti stranieri, «extracomunitari» e pericolosamente inclini alla delinquenza. Corollari: meno immigrazione, meno criminalità; più immigrazione, più insicurezza.

Attorno a questo tema e a queste equazioni è nata una vera impresa politica, costruita sull’agitazione della paura, sull’individuazione di un capro espiatorio responsabile della crisi sociale, del degrado urbano, dell’insicurezza dei nostri figli. Come sappiamo bene questi concetti sono diventati senso comune ed hanno contribuito alla secca sconfitta della Sinistra arcobaleno che ne contestava la fondatezza e che, al contrario, affermava la strategia dell’integrazione e dell’inclusione sociale degli immigrati.

Ma la politica «della paura» ha fatto breccia anche in ampi settori dell’elettorato del centrosinistra moderato che, pur assumendo la centralità della questione sicurezza, provava a declinarla insieme all’accoglienza e alla solidarietà. Il bilanciamento non ha funzionato: nel tunnel della paura non c’è spazio per ragionamenti equilibrati e complessi; è il luogo oscuro in cui tutti sono nemici e nel quale l’unica difesa è l’attacco. Insomma se la sinistra «radicale» ha peccato di idealismo provando a difendere le ragioni dei diritti e della solidarietà e dando così l’impressione di non farsi carico delle paure dei ceti più popolari, il Partito democratico si è mostrato altrettanto ingenuo pensando di poter competere con la destra nella sfida di una robusta politica dell’ordine e della sicurezza. Tra l’originale e la copia sbiadita, gran parte dell’elettorato ha preferito il primo giudicandolo più «leggibile», credibile ed efficace.

Legittimata dal voto, la «politica della paura» ha iniziato a produrre i suoi frutti avvelenati: le ronde padane, le esaltazioni neofasciste, le violenze contro i «diversi» che sporcano la città – vedi l’omicidio del povero Tommasoli a Verona – i raid camorristici contro i campi rom, gli sgomberi brutali e rumorosi a dimostrare che finalmente si inizia a fare sul serio. Uno spettacolo orribile, incivile e cattivo che, comprensibilmente, ha messo in allarme l’Unione europea.

A quel punto abbiamo assistito a un’incredibile giravolta: gli stessi giornalisti, gli stessi politici, gli stessi opinionisti che sino al giorno prima soffiavano sul fuoco della repressione, della tolleranza zero e del nuovo ordine nazionale costruito nella repressione dell’immigrazione irregolare, hanno iniziato a dispensare moralistici sermoni contro la violenza, l’intolleranza e la violazione delle leggi democratiche. Apprendisti stregoni che, dopo aver costruito il mostro ed acceso la miccia della paura, gridano al fuoco ed invocano i pompieri.

Fatto è che la campagna elettorale è finita e in molti, anche nella maggioranza di governo, si rendono conto che le magliette antiislamiche di Calderoli, le passeggiate con i maiali nei cantieri delle moschee e persino le ronde padane non bastano più. Per carità, saranno sempre utili a tenere alta la tensione e a determinare un clima di precarietà e di paura tra gli immigrati, ma in molti riconoscono che saranno ben poco efficaci nella definizione di una strategia di lungo periodo.

Il rovello dei nuovi ministri e della maggioranza che li sostiene è che risulta sempre più evidente che l’Italia ha bisogno di immigrati e che la Bossi-Fini non risponde a questa esigenza. D’altra parte questa maggioranza non può certo mettere mano alla riforma di una legge voluta e ideata da personalità politiche così centrali in questa legislatura. E allora? Una soluzione all’italiana: faccia feroce e mano lassista, tolleranza zero ma con molti ma e molti se. Ed infatti già si parla di «regolarizzazione» per colf e badanti che dimostrino di avere già un lavoro. E poi verranno gli operai dell’edilizia e gli addetti all’agricoltura, o il personale qualificato già formatosi in Cina o in India. Non si parlerà mai di sanatoria ma, di fatto, si regolarizzeranno centinaia di migliaia di presenze. Senza troppo rumore, passo passo, senza un quadro d’insieme di diritti e di doveri, senza nulla concedere alle politiche di integrazione e di inclusione sociale.

È la vecchia strada dell’immigrazione senza integrazione, dell’accettazione senza accoglienza. Meglio questo che le ronde, le molotov e gli insulti razzisti, dice qualcuno anche nel centrosinistra parlamentare, tanto più in questo clima di «opposizione costruttiva» che si sta delineando. Non siamo d’accordo. L’intera esperienza europea dimostra che l’immigrazione non è una variabile temporanea – usa e getta – del mercato del lavoro. Oggi mi servi e puoi stare, domani se non mi servi ti rimando a casa. Insomma, stando in Italia nessun immigrato potrà mai progredire nei diritti e nell’inclusione sociale. Ma questa strategia, cinica e furba, farà sì che l’Italia venga esposta a una immigrazione irregolare sempre più disperata e sempre meno qualificata; non potendo entrare regolarmente si continuerà ad arrivare clandestinamente e con una aspettativa così bassa da incentivare atteggiamenti rischiosi e pericolosamente contigui con la linea della marginalità sociale e della collusione con la criminalità organizzata. E allora attenzione alle furbizie, anche perché esistono norme e convenzioni internazionali di cui non possiamo fare carta straccia. Attenzione anche perché, da Bruxelles e con occhi sempre più preoccupati, l’Europa ci guarda. Attenzione perché, a furia di dire «tolleranza zero», qualche ragazzotto con la testa rasata e vuota potrebbe crederci sul serio.

Paolo Naso

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