La minaccia nucleare sul mondo
Il test nucleare sotterraneo compiuto dalla Corea del Nord il 9 ottobre ha allarmato anche perché l’arma micidiale è in mano ad un regime dispotico che sostiene di essere pronto ad interrompere la sua corsa militare solo in cambio di sostanziosi aiuti economici occidentali. Tuttavia le Potenze (Usa, Russia e Cina soprattutto) che accusano Pyongyang in questi anni hanno bypassato il Trattato di non-proliferazione nucleare e continuato ad armarsi. Solo un disarmo totale di tutti i paesi salverà il pianeta.
Nel «club» dei paesi che hanno armamenti nucleari è entrato, indesiderato, un nuovo membro, la Corea del Nord: infatti, il 9 ottobre alle 10,36 (ora di Pyongyang) è stata effettuata un’esplosione nucleare sotterranea, della magnitudo – pare – di 4,9 gradi della scala Richter. Annunciando l’evento, gli organi di stampa ufficiali del paese che ha fatto il grande salto hanno precisato: «Il risultato è stato ottenuto con conoscenza e tecnologie autoctone al cento per cento, un grande passo avanti verso la costruzione di una grande, prosperosa e potente nazione socialista».
L’annuncio dell’esplosione – la cui fondatezza è stata rilevata dagli esperti della Corea del Sud, della Cina e del Giappone, anche se non unanimi sono le valutazioni sulla potenza dell’ordigno; ed anche se si sospetta qualche bluff – ha provocato reazioni allarmatissime sia in Oriente che in Occidente. Tra l’altro il Giappone, che ne ha i mezzi tecnologici ed economici, potrebbe ora pensare di dotarsi di un’arma simile, per rintuzzare le provocazioni del «caro leader», Kim Jong Il, che nel luglio scorso aveva fatto lanciare missili che erano caduti vicino alle isole nipponiche. Ma l’allarme è stato motivato, soprattutto, dal fatto che il regime di Pyongyang è nelle mani del figlio del «presidente eterno» Kim Il Sung, deceduto nel ‘94, ed al quale – come in una dinastia dove il re ritiene di avere poteri assoluti ed insindacabili – egli è, appunto, succeduto. Ed è anche, in realtà, tenuto a rispondere all’establishment militare nord-coreano.
Tutte le missioni internazionali – necessariamente parziali, perché il regime impedisce libertà di movimento; ma sufficienti per farsi una pur approssimativa idea della realtà – ribadiscono da anni che gran parte dei venti milioni di nord-coreani (certo, non la nomenklatura!), soprattutto nelle campagne, deve affrontare situazioni durissime e, spesso, fame e carestia, dovute al dissesto provocato da piani economici surreali e al dirottamento delle poche risorse esistenti verso l’esercito e per l’acquisizione di armamenti moderni e, finalmente, nucleari. In tale contesto Kim Jong Il avrebbe lanciato la sua sfida, indiretta a Pechino, e diretta a Seoul, Tokyo e Washington: o ci date sostanziosi aiuti economici, alimentari e tecnici, oppure noi continueremo ad armarci, fino alle estreme conseguenze. Pyongyang ha anche precisato che prenderà «concrete contromisure» se proseguiranno le pressioni statunitensi, e ribadito che «eventuali sanzioni saranno interpretate come un atto di guerra».
Le proteste contro la Corea del Nord sono certamente motivate; ma hanno un piede d’argilla. Infatti, in prima fila a protestare vi sono quei paesi – Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna – che hanno il diritto di veto nel Consiglio di sicurezza dell’Onu e che, anche, e da decenni, si sono dotate di armi nucleari (nell’insieme, possiedono circa 27.000 testate atomiche). Vi sono, poi, India, Pakistan e Israele che, ufficialmente o no, hanno l’arma nucleare. La leadership nord-coreana (e iraniana) si domanda, e spinge la propria gente, sollecitata da un’insistita propaganda, a domandarsi: «Ma perché alcune nazioni hanno il diritto all’arma nucleare e noi no?».
Nel 1970 venne firmato il Trattato di non-proliferazione nucleare (Tnp) che proibisce agli stati firmatari «non-nucleari» di procurarsi armamenti nucleari, e agli stati «nucleari» di fornirgli tecnologie nucleari. Inoltre, il trasferimento di tali tecnologie deve avvenire solo per scopi pacifici e sotto il controllo dell’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica). La Corea del Nord, che aveva sottoscritto il Tnp, ha ritirato la sua firma nel 2003. Il Trattato chiedeva poi, alle Potenze nucleari, di diminuire progressivamente il loro arsenale fino a svuotarlo del tutto.
La Rete italiana per il disarmo ha condannato il test nucleare di Pyongyang, notando però: «La causa scatenante della proliferazione nucleare è il mancato rispetto degli impegni assunti dalle Potenze nucleari firmatarie del Tnp. La proliferazione globale di armi atomiche è aumentata drammaticamente proprio perché le cinque Potenze nucleari non hanno ottemperato ai loro obblighi di disarmo. Anzi, hanno varato programmi per lo sviluppo di nuove armi nucleari. Il segretario generale uscente dell’Onu, Kofi Annan, ha dichiarato: “Più aumentano gli arsenali delle Potenze nucleari, più questi paesi insistono che le armi atomiche sono essenziali alla loro sicurezza nazionale, e più altri paesi riterranno necessario dotarsene, per la propria sicurezza nazionale”(...). Perciò la Rete chiede al governo italiano di farsi portavoce, in seno alla Nato, delle proposte già avanzate dal governo della Norvegia e dal parlamento del Belgio, affinché si inizino subito seri negoziati per porre termine alla politica del nuclear-sharing (diffusione nucleare) che vede dispiegate armi nucleari sul territorio di paesi non-nucleari [Italia compresa!] in contrasto con la lettera e lo spirito del Tpn».
Una martellante campagna mondiale – che unisca persone animate da passione civile, da fede laica, o da motivazioni religiose – è necessaria per spingere i membri vecchi e nuovi del «club atomico» ad imboccare la strada della totale distruzione degli armamenti nucleari. Meta quasi utopica, e tuttavia senza alternative se si vuole salvare il pianeta, l’unico che abbiamo, dall’accidentale, o deliberata, apocalisse. In tale contesto, bene ha notato il 10 ottobre il Pontificio Consiglio della giustizia e della pace: «Fin dalla creazione dell’Onu la comunità internazionale ha compiuto diversi passi di ordine legale e politico per controllare la proliferazione nucleare, per proibire le altre armi di distruzione di massa e per porre limiti all’uso di armi con sproporzionati effetti letali. Tuttavia, la meta di un disarmo completo e generale non ha visto progressi sostanziali». E, entrando più direttamente sul caso nord-coreano, il segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese, Samuel Kobia, ha scritto ai capi delle nazioni: «Un test nucleare compiuto da un nuovo stato nel 2006 non è solamente una nuova minaccia regionale alla sicurezza del mondo… Una non-proliferazione verificata è una misura necessaria per ristabilire la fiducia in un sistema internazionale che l’ha dissipata nei primi sei anni del nuovo secolo».
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