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La legge è uguale per tutti?

In Italia essere di religione islamica costituisce già di per sé un elemento di sospetto, in qualche modo un indizio di reato. In tempi di psicosi da terrorismo, i mezzi di informazione sono sempre pronti a considerare il musulmano un “presunto colpevole”, ribaltando i principi del garantismo così solennemente proclamati. Ma anche quando poi viene accertata l’innocenza, si tende a non dare la notizia o comunque a darle pochissimo rilievo.

Le polemiche sorte all’inizio del mese di febbraio intorno alla vicenda dell’immigrato marocchino assolto, in primo grado, dal reato di terrorismo dal Gup di Milano Clementina Forleo hanno costituito un altro capitolo della difficile storia della lotta al terrorismo islamico in Italia. Un fenomeno che non cessa di turbare fortemente il quieto vivere della collettività in tutto il mondo e soprattutto in quello occidentale. E l’11 settembre è stata una pagina drammaticamente centrale di questa storia. La lotta al terrorismo di matrice islamica è diventata da allora un elemento fondamentale dell’impegno politico e giudiziario.

Le vicende giudiziarie che hanno visto protagonisti in negativo immigrati di origine islamica a partire dall’inizio del 2002, hanno sollevato una questione di vitale importanza per un sistema democratico come quello italiano. Ovvero, l’equilibrio tra sicurezza nazionale e stato di diritto.

In effetti, diversi sono stati i processi che hanno coinvolto, in questi ultimi anni, immigrati musulmani accusati di svolgere attività collegate al terrorismo. Tuttavia molti di questi processi non hanno portato a nulla di concreto che possa dare una vera svolta contro il male del terrorismo internazionale. Tra il 2001 e il 2003 il numero degli arresti di sospetti terroristi è passato da 33 a 71 casi. Eppure, dal settembre 2001 fino ad oggi, numerose indagini svolte a tappeto in diverse parti del paese non hanno prodotto un solo ritrovamento significativo di armi o un sequestro di esplosivi destinati ad attentati. E spesso le prime verifiche processuali hanno confutato il lavoro degli investigatori, smentendone talvolta l’attendibilità e riducendone significativamente la portata. In qualche caso si sono verificati persino evidenti manipolazioni delle fonti di prova. Come è avvenuto nel caso dei tre curdi iracheni arrestati nel marzo 2002 perché accusati di preparare un attentato con il cianuro, a Roma. La prova che ha inchiodato i tre malcapitati immigrati è stata un’intercettazione ambientale fatta il 20 febbraio dello stesso anno registrata nella sala di preghiera di via Gioberti a Roma. Il verbale dei carabinieri citava una conversazione in italiano nella quale si parlava di cianuro e di diverse vie della capitale. Nove mesi dopo (il 19 novembre) i tre curdi iracheni venivano liberati per non aver commesso il fatto. Il dato clamoroso è che nessuno di loro parlava italiano, come invece risultava dal verbale della registrazione; e nella conversazione intercettata, che era in arabo, nessuno aveva parlato di armi o di veleno.

E non si tratta di un caso isolato. Nell’aprile 2004 sono stati scarcerati gli 11 marocchini arrestati nel febbraio 2002 con l’accusa di preparare un attentato contro l’ambasciata americana a Roma. Anche in quel caso le prove a carico degli imputati sono risultate “inattendibili” e “confuse”.

E ancora, nell’ottobre 2002 sono stati arrestati tre pescatori egiziani ad Anzio (provincia di Roma). I tre immigrati sono stati assolti dal reato di terrorismo e scarcerati nel maggio dell’anno scorso.
Questi singolari casi non dimostrano ovviamente che in Italia non ci possono essere frange estremiste legate al terrorismo internazionale, che possono seminare terrore come hanno fatto a New York, a Madrid e altrove. Sono tuttavia casi che alimentano forti dubbi su come spesso viene fatta la lotta al terrorismo. Sono stati casi che hanno riscaldato la cronaca creando una forte psicosi tra la popolazione. Psicosi che spesso deforma la percezione della realtà da parte della gente. Tanto è vero che quando tutti questi presunti terroristi sono stati liberati, pochi mezzi d’informazione ne hanno parlato; e non come fatto clamoroso, ma come semplice fatto di cronaca.

In Italia, le garanzie procedurali sembrano essere “a geometria variabile”, orientabili politicamente a seconda del tipo di reato di imputazione: massima garanzia per imputati eccellenti (protagonisti della politica, della finanza ecc); garanzie azzerate per la devianza marginale legata all’emarginazione sociale come nel caso di tanti immigrati (soprattutto quando essi vengono accusati di appartenere alle cellule del terrorismo islamico). Chi cerca di distaccarsi da questo modo di percepire la legge, si espone ai linciaggi mediatici e alle ispezioni del ministro Castelli.

L’unica “colpa” che ha avuto il giudice Forleo è quella di avere rispettato l’articolo 3 della Costituzione, che afferma che la legge è uguale per tutti senza distinzione di razza o di religione. Ha semplicemente applicato la legge senza farsi influenzare dal comune sentire politico secondo il quale la lotta al terrorismo deve essere fatta con qualsiasi mezzo, anche “violando” la legge e comprimendo lo stato di diritto.

In base al giustificato allarme terrorismo, l’iter giudiziario spesso viene sorpassato. In questi anni il ministro dell’Interno Pisanu ha espulso per via amministrativa personaggi sospettati di essere una minaccia alla sicurezza nazionale. Lo ha fatto rimandando a “casa” numerosi immigrati, dichiarando pubblicamente che erano decisioni “eccezionali”, frutto di un potere eccezionale che avrebbe usato con parsimonia e responsabilità. Ma in uno stato democratico è sostenibile attribuire ad un uomo solo il potere di sospendere lo stato di diritto?

Pisanu ha chiesto l’espulsione del presunto terrorista, Mohammed Daky, scarcerato dal Gup Forleo, violando così persino la discutibile legge Bossi-Fini, che non consente l’espulsione di chi è accusato di terrorismo. Ma la cosa più grave è che il ministro vuole rimandare l’imputato nel suo paese d’origine, il Marocco, dove è prevista la pena di morte per questo tipo di reato. Ben strana concezione della democrazia e dei diritti umani!

Mostafa El Ayoubi

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