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La Consulta islamica: prove generali

Il 7 marzo si è tenuta la prima riunione dell’organismo di rappresentanza del mondo musulmano italiano. Approvato un documento che condanna nettamente il terrorismo e ogni forma di strumentalizzazione della religione ed esprime dubbi sull’utilità delle scuole islamiche, perché rischiano di ghettizzare la comunità musulmana.

Dopo l’inattività, che dura dalla sua istituzione (il 30 novembre 2005), la Consulta islamica, creata dal ministro dell’Interno Pisanu, è diventata finalmente operativa con la sua prima riunione, che è avvenuta il 7 marzo scorso in presenza del ministro stesso. Questo primo incontro ha dimostrato – qualora fosse stato necessario – quanto sia composito ed eterogeneo questo organo e quanto siano contrapposte le aspettative dei suoi membri circa la questione dell’integrazione della realtà islamica nel tessuto sociale italiano, perché è questo l’intento e lo spirito con il quale questa squadra è stata formata.

L’anima laica e quella religiosa di questa consulta si sono subito messe in mostra, con proposte di lavoro diverse e, in alcuni tratti, anche in netta contrapposizione. La prima, espressione del mondo dell’associazionismo laico musulmano, ha presentato un documento contro il terrorismo e per la decisa volontà di favorire lo sviluppo di un islam italiano rispettoso delle leggi dello Stato e aperto alla cultura italiana.

In linea generale, il documento, approvato da undici membri su sedici, condanna senza mezzi termini il terrorismo e ogni forma di strumentalizzazione della religione; esprime, inoltre, dubbi sull’utilità delle scuole islamiche, perché rischiano di ghettizzare la comunità musulmana.

Il documento dei «laici» entra anche nel merito delle questioni legate alla pratica religiosa. I suoi firmatari chiedono al ministro di introdurre norme di controllo sulle attività di culto, come ad esempio che il sermone del venerdì nelle moschee venga fatto in lingua italiana e non araba; avanzano l’idea di affidare allo Stato la facoltà di abilitare gli imam delle moschee: proposte, ovviamente, discutibili perché intaccano palesemente i principi della libertà religiosa garantiti dalla Costituzione italiana. Chi accetterebbe mai, giustamente, che spetti allo Stato l’approvazione dell’idoneità di un prete, un pastore o un rabbino?

L’intervento diretto dello Stato nella gestione delle attività di culto, proposto dal documento in questione, è stato probabilmente il motivo per cui alcuni componenti della Consulta non hanno votato a favore del documento. Si tratta dei membri che si identificano con l’anima «più religiosa» della comunità, che ruota intorno alla vita delle moschee. L’Ucoii (Unione delle comunità e delle organizzazioni islamiche in Italia), la sigla più visibile di questa realtà, oggetto di discussione e polemiche, è rappresentata nella consulta dal suo presidente. Essa ha presentato alla prima riunione con Pisanu un documento proprio, che nelle sue linee generali si richiama alla necessità di integrare i musulmani nella comunità italiana, accennando alla tuttora irrisolta questione dell’Intesa con lo Stato. Alcune delle sue proposte come, ad esempio, la creazione di banche islamiche appaiono decisamente fuori centro e prive di ogni realismo; altre ancora, invece, non in linea con i principi della laicità dello Stato. La richiesta più discutibile, tuttavia, è quella dell’introduzione dell’ora di religione islamica nella scuola pubblica. Questa idea, se venisse accettata, oltre a intaccare il carattere laico e civico di un’istituzione pubblica quale è la scuola, porterebbe alla creazione di forme di comunitarismo religioso all’interno della scuola stessa, compromettendo così lo sviluppo di una sana società multiculturale e multireligiosa, i cui protagonisti saranno le nuove generazioni formate in gran parte dalla scuola pubblica. Il modello da istituire sarebbe, semmai, quello dell’insegnamento, nella scuola pubblica, di una materia che tratti la storia e il credo delle religioni: cristiana, buddhista, sikh, baha’i, animista e via dicendo. Ma su questa questione il dibattito è ormai avviato.

Ora, fatte alcune doverose considerazioni in merito alle proposte avanzate durante il primo incontro della Consulta e a prescindere dai documentati presentati e dalle modalità con le quali ciò è avvenuto, bisogna sottolineare un dato importante: abbiamo assistito ad una sorta di «prove generali» della Consulta. Si tratta di prove che servono a perfezione la qualità di un lavoro lungo e difficile di tessitura di rapporti solidi e sinceri tra la comunità islamica da una parte e lo Stato e la società italiana dall’altra.

La speranza è che queste prove generali non rimangano tali e che questo organo possa continuare il suo impegno a prescindere da chi sarà il prossimo ministro dell’Interno in questa nuova legislatura. Una legislatura che speriamo possa dare vita alla tanto attesa legge sulla libertà religiosa, che potrebbe risolvere tante questioni legate alla pratica di culto non solo per i musulmani ma per tutte le comunità di fede presenti nel paese.

Mostafa El Ayoubi

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