Italiano · English

La carta del ministro Pisanu

Il ministro dell’Interno ha annunciato la costituzione di una “Consulta islamica”. In sé è una buona iniziativa che segue anni di grave disattenzione politica nei confronti delle questioni poste dalla comunità islamica in Italia. Tuttavia persistono molte ragioni di preoccupazione. Ad esempio sui criteri in base ai quali saranno selezionati membri della Consulta.

Siamo preoccupati. Non è una novità che in Italia esista all’incirca un milione di musulmani. Così come sappiamo da tempo che nel nostro paese sono attive delle cellule terroristiche che si richiamano ad un’ideologia islamistica. E siamo ormai abituati, infine, a registrare la propaganda islamofobica di alcune forze politiche. Il fatto è che, a qualche mese dalle elezioni politiche, attorno all’islam presente in Italia si sta levando un altissimo polverone che toglie il respiro sia ai musulmani che a quanti ritengono del tutto normale che una comunità di fede chieda il riconoscimento della propria specificità di cultura, usi e tradizioni. È una fase che tutti gli stati dell’Occidente hanno vissuto o stanno attraversando: da più tempo l’Inghilterra, la Francia, la Germania e il Belgio; più recentemente, ad esempio, la Spagna.

Il dibattito sul velo, le scuole islamiche, i cimiteri islamici, la divisione e talvolta la contrapposizione tra diverse organizzazioni non sono un accidente che colpisce improvvisamente il nostro paese: tutto è già accaduto altrove. Il problema è che, mentre altri paesi elaboravano politiche di accoglienza, integrazione e riconoscimento, in Italia si lasciava che la Lega Nord gridasse alla luna e si credeva di affrontare il problema ri-orientando i flussi migratori. Non a caso l’effetto più vistoso della legge Bossi-Fini in materia di immigrazione è stata la diminuzione di arrivi dall’area mediterranea prontamente bilanciata dall’impennata di quelli provenienti dall’est europeo. Bianchi e non neri, ortodossi piuttosto che musulmani.

Ma la “questione islamica” non coincide con quella delle immigrazioni e quindi è rimasta sostanzialmente irrisolta: nessun riconoscimento per l’islam e nessuna politica di “negoziazione” su temi di grande rilevanza sociale quali, ad esempio, l’accesso alla scuola pubblica di ragazzi che spesso non parlano l’italiano, la cappellania negli ospedali o nelle carceri, la concessione di aree cimiteriali.

E così mentre in Italia si discuteva astrattamente di radici cristiane e assai più concretamente si scendeva in piazza per difendere i crocifissi sulle pareti delle scuole di Stato, a Parigi si consolidava una strategia di integrazione attraverso il principio della rigorosa laicità dello Stato. A Londra, invece, si puntava sull’integrazione attraverso il riconoscimento delle specificità delle diverse comunità etniche e religiose; in Belgio si firmavano delle “intese” con i musulmani, così come in Spagna. Strade e strategie diverse ma tutte finalizzate a definire un sistema di relazione tra lo Stato e una comunità di fede fortemente visibile sul piano sociale e culturale come quella islamica.

In Italia da anni tutto tace. Solo negli ultimi mesi della legislatura il ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu ha ritenuto di dover attuare un proposito che, in verità, aveva annunciato da tempo: costituire una “Consulta islamica” per affrontare con una qualificata rappresentanza di musulmani italiani temi di grande rilevanza sociale sia per la comunità che per le istituzioni. Un buon proposito, forse tardivo ma comunque preferibile all’inazione di questi anni.

Non vorremmo però che alla fine, dopo aver atteso anni e anni un’iniziativa politica che delineasse una “via italiana” al rapporto con l’islam, tutto si riducesse a raccogliere al Viminale alcune personalità islamiche vicine al ministro o ai suoi consiglieri. La Consulta è una carta importante da giocare, ma sarà vincente solo se saprà essere rappresentativa delle diverse componenti dell’islam italiano che possono mostrare un certo radicamento e che con evidenza – a partire dai loro statuti – si riconoscono nei valori costituzionali. In questo senso ci preoccupa molto l’uso corrente e disinvolto dell’aggettivo “moderati” per definire coloro che vi saranno ammessi. Crediamo di capire che cosa vuol dire ma il termine è dei più infelici; tanto più quando sembra che il suo utilizzo basti a sancire l’esclusione di un organismo come l’Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia) che – piaccia o no – costituisce una componente rilevante dell’islam presente nel nostro paese. Così come preoccupa l’espulsione di imam o sedicenti tali dei quali non si dimostri che hanno commesso un reato, sia pure il più lieve. Per gli integralisti islamici non abbiamo nessuna simpatia né spirituale né politica: tutt’altro. Però in uno stato di diritto li si espelle, o li si mette in galera, solo sulla base dell’accertamento di un crimine. Come preoccupa che si parli di Consulta islamica ma non si parli più di Intese con le diverse comunità che le hanno chieste. Come preoccupa che un testo di legge nato per garantire la libertà religiosa sia stato stravolto al punto che ci auguriamo che venga definitivamente insabbiato. Preoccupati. Tuttavia convinti, signor Ministro, che lei ha una carta in mano. La giochi bene.

Paolo Naso

← Pacs, Prodi e i «cattolici adulti» | Le sfide primarie dell'Unione →

Website Design · HyperTextHero