Italiano · English

La barbarie dal volto umano

L’impiccagione di Saddam Hussein ha scatenato numerose polemiche sul tema della pena di morte. Ora il tiranno è morto, ma la democrazia irachena non ha vinto: si è solo macchiata del solito «assassinio fondatore», vecchia e mai fortunata storia che riempie di fantasmi il futuro. La guerra civile prosegue e il demone di ieri è già per alcuni il martire di oggi e di domani.

L’esecuzione di Saddam Hussein, con il suo carico di sinistri simbolismi ed esibizione dei deliri e degli eccessi del nostro tempo, dove tutto si consuma velocemente e si spettacolarizza in maniera indecente, anzi oscena, deve indurre a qualche riflessione che non sia solo legata all’esibizione del corpo del condannato e a quello che Michel Foucault, in Sorvegliare e punire, definiva lo «splendore del supplizio». Ritengo vadano affrontate alcune questioni cruciali che devono interrogarci, per non scivolare verso quella diffusa banalità che sembra aver preso tutti in questa nostra terrificante normalità dal cuore di tenebra. Si tratta di domande e questioni che non vogliamo farci e le poche risposte che riusciamo a darci rientrano tutte in quella ragionevole, levigata, insulsa logica da sondaggi televisivi, dove al massimo si cercano conferme alle nostre certezze e ragionamenti in bianco e nero. Ragionamenti che chiamano in causa acriticamente la storia, le sue narrazioni e i suoi protagonisti.

La morte di Saddam Hussein ha provocato discussioni, prese di posizioni critiche intorno alla questione della pena di morte e alla necessità di fare giustizia, di condannare il tiranno. Sono state chiamati a raccolta la forza del diritto e della verità; sono stati evocati i fragili e inquietanti scenari geopolitici precedenti il conflitto in Iraq e nel più vasto scenario mediorientale e quelli futuri, tra guerre preventive e fondamentalismi politici e religiosi.

La rassicurante visione del tiranno descritto come un «demone», o un «folle», o insomma come un «criminale» o come «l’incarnazione del male assoluto» è una delle risposte più banali che si possano dare.

Nessuno sembra, ancora, voler prendere sul serio la lezione di Hannah Arendt secondo cui i macellai della storia sono tra noi, sono del tutto simili a noi, dotati di ideologie organizzate, di un diritto esibito e sbandierato, nutrito da accordi internazionali e da giustificazioni opportunistiche, quando serve.

Ha scritto Leo Strauss: «La tirannide è un male congenito della vita politica. L’analisi della tirannide, pertanto, è antica come la stessa scienza politica». Non occorre avere grosse nozioni storico-filosofiche per rendersene conto, così come non occorre la sapienza di un Vernant per scoprire che se corre una differenza tra la visione della tirannide presa in esame dal mondo classico rispetto a quello moderno essa consiste essenzialmente nella potente macchina ideologica e tecnologica in possesso di quest’ultimo.

L’uomo con il cappotto, la sciarpa e il cappio al collo, ripescato nelle viscere della terra con aria apparentemente imperturbabile è un’immagine che trasale da un passato che sembrava rimosso, da quello scarto temporale tra i mondi e le civiltà che riaffiora sulla pelle di ogni giorno sotto forma di attentati, stragi, esecuzioni mirate: il tragico passato dei dittatori, il mai redento passato delle guerre e dell’odio. Le folle che affluivano nelle piazze inglesi, francesi, tedesche di non più di due secoli fa per assistere allo spettacolo di una condanna a morte – per impiccagione, decapitazione o ghigliottina – sentivano il fremito della propria crudeltà, l’odio e la paura del condannato, ma non si sarebbero mai sognate di deprecare il rituale con cui veniva sacrificato: esso faceva parte dell’oscura gravità di un mondo al quale sia loro che il condannato appartenevano. Guardavano e non deprecavano. Gli spettatori moderni, deprecano ma guardano, anzi non riescono a staccare lo sguardo dai patiboli che il passato continua a disseminare nella grande piazza virtuale dove tutti assistono, molti si indignano ma pochi pagano il prezzo dello spettacolo. A qualcuno è parso che sulla scena di quell’impicaggione il teatro della storia fosse precariamente e frugalmente resuscitato, come in un’ultima inaspettata immagine che chiude il film al quale nessuno – a dire il vero – si interessava più: il barbone che sopravviveva nascosto in una buca aveva ritrovato, morendo, qualcosa della sua tragica dignità di tiranno sheakespeariano che, attraverso l’odio e la morte, dà forma al proprio destino. Assassinio per assassinio, la giustizia perdeva la sua partita e l’estetica monumentale delle Guerre e delle Rivoluzioni, dei Dittatori e dei Tribunali Speciali, vinceva, ancora una volta, la propria. Eretto ed immobile, Saddam Hussein era di nuovo simile alle sue statue abbattute. La vecchia misura della legge sposa ancora la violenza della vendetta e del mito; la norma della giustizia internazionale, illuminata ma impotente, ma ancora e sempre dominata dallo «stato d’eccezione» si candida a guidare i destini del mondo prossimo venturo. La morte di Saddam deve farci mettere a fuoco la caduta della politica, la sua crisi, sfuggendo alla tentazione di ridurne l’origine a cause contingenti, indicandone, invece il significato profondo cui non è estranea la deriva della «politica dei moderni» e del potere assoluto. Di quel vero e proprio arsenale fondato sul paradigma dell’uso monopolistico del male, della forza concentrata nelle mani del sovrano, cui forme recenti di potere carismatico, o presunto tale, hanno ridato fiato.

La fase più sconcertante della storia della tirannide viene quando le sue caratteristiche antiumane e illiberali identificate nel Nemico della buona politica, appaiono non come il volto di un Avversario irriducibile e riconoscibile, ma come il volto della nostra civiltà che nella tirannide si rispecchia e si riconosce. La sua torbida fascinazione e presunta oggettività ha prodotto deliranti pretese supportate dalla tecnica politica, dalla megamacchina economica e dalle sue esigenze. Regole alle quali tutti obbediamo. Il tiranno ha il volto velato, la sua empietà è anonima, il suo odio per l’altro si mostra non nell’imposizione del silenzio, ma nella vuota e diffusa chiacchiera. La politica si sta sempre più trasformando in una somma di privatezze che si sostituiscono allo spazio pubblico, senza neppure aver bisogno del «mostro». Saddam è morto, ma la democrazia irachena non ha vinto: si è solo macchiata del solito «assassinio fondatore», vecchia e mai fortunata storia che riempie di fantasmi il futuro. Il demone di ieri è già per alcuni il martire di oggi e di domani. Laggiù, la guerra civile impazza. Quaggiù, l’audience si impenna. Signori si gira: la barbarie dal volto umano.

Ottavio Di Grazia

← L’ombra del campanile: italiani ed assassini | «Possumus?» Forse sì, forse no →

Website Design · HyperTextHero