Israele-Palestina, in bilico sul baratro
La guerra civile intra-palestinese rende ancora più difficile una soluzione del conflitto israelo-palestinese, a quarant’anni dalla «Guerra dei sei giorni» e mentre perdura l’occupazione militare e coloniale israeliana della Cisgiordania. Riusciranno i «moderati» delle due Parti a far prevalere la trattativa per una pace giusta? Le condizioni per raggiungere il difficile traguardo.
Come in un gioco di specchi distorti, le incomprensioni tra israeliani e palestinesi si alimentano a vicenda mentre le ragioni reciproche sembrano annullarsi l’un l’altra. In entrambe le società i falchi hanno gioco facile e le colombe tentennano, ammutoliscono perplesse. La faida tra Hamas e Fatah nella Striscia di Gaza e la carneficina con cui il partito islamista ha sbaragliato in pochi giorni la formazione del presidente Mahmud Abbas (Abu Mazen) conferma i peggiori dubbi di ognuno. Chi ha sempre sostenuto che uno Stato palestinese non potrà mai vedere la luce per l’inaffidabilità dei palestinesi ne è ancora più convinto. Così come chi è persuaso che la mattanza della striscia di Gaza sia la conseguenza di un ritiro israeliano che, per la unilateralità con cui è stato condotto, ha indebolito la leadership palestinese di Abu Mazen e rafforzato chi, come Hamas, sostiene che con Israele non si possa parlare. Colpa degli uni, insomma, no, colpa degli altri. Indistintamente. I razzi qassam che vengono lanciati da Gaza sulla città di Sderot, intanto, terrorizzano una popolazione israeliana impotente, povera e senza i mezzi per trasferirsi (molti di essi sono immigrati etiopi ebrei venuti nello Stato ebraico per migliorare le proprie condizioni di vita), e, al contempo, offrono argomenti a chi propugna raid di ritorsione, sanzioni, linea dura. La nascita di Hamastan, com’è stata ribattezzata la Striscia di Gaza sotto il controllo di Hamas, è d’altro canto la riprova della disperazione palestinese, sbocco – magari poco comprensibile, da fuori – della rabbia di una popolazione senza lavoro e senza speranza, delusa dalla leadership di al-Fatah che si è dimostrata corrotta e disattenta. Possibile, per le democrazie occidentali, isolare un partito che vuole la distruzione di Israele, ma difficile contestarne la legittimità, sancita da un successo elettorale.
Scema la razionalità, l’umanità scompare. La costruzione della barriera che separa Israele dalla Cisgiordania ha quasi azzerato il numero di attacchi kamikaze tra i civili delle città israeliane, ma si mostrerebbe del tutto inefficace se le milizie palestinesi riuscissero a contrabbandare, costruire e lanciare – come già hanno iniziato a fare – missili e razzi contro le città israeliane. Questione di pochi anni, forse di mesi. Intanto, per ritardare questa eventualità, all’esercito israeliano non resta che la disperata strategia di controlli più severi tra i palestinesi, metodi di intelligence più intelligenti, check-point più esasperanti per la popolazione, indagini più dure che sfociano, in alcuni casi, in torture palesemente illegali dei sospetti in carcere (come denunciato da varie associazioni per i diritti umani e dal quotidiano israeliano Ha’aretz). Nel frattempo – esempio di quanto possa essere ottuso l’odio – i qassam lanciati dalla Striscia di Gaza rischiano di colpire, tra l’altro, i generatori di elettricità israeliani che alimentano la stessa Striscia. Mentre nelle città israeliane arrivano via etere le voci di un talk show di Gaza City. «Perché Hamas e Fatah si uccidono tra loro invece di uccidere gli ebrei?», si domanda una radioascoltatrice. Difficile restare lucidi, calmi, ottimisti.
Così come l’errore più grave, per chi assiste, sarebbe semplificare, generalizzare, fare un tifo accecato. Bisogna invece distinguere e discernere. Se tra i palestinesi c’è chi vuole la distruzione di Israele, c’è anche chi con gli israeliani è pronto a convivere. All’interno di Hamas, pure, non tutto è omogeneo. È colpa delle milizie islamiste che, oggi, dopo le ronde omicide, nella Striscia di Gaza regni un ordine pubblico perfetto e imperniato sul pugno di ferro. Ma all’interno di Hamas non è impossibile trovare un’anima più pragmatica, incline a far patti con Fatah, consapevole, non foss’altro per motivi di opportunità, di non poter gestire da sola il territorio, conscia che il vicino Egitto non permetterà il propagarsi dell’ideologia islamista oltre i propri confini. E così, se nella società israeliana c’è chi vuole approfittare del frangente per un giro di vite in Cisgiordania e l’isolamento della popolazione di Gaza, c’è chi è ancora più convinto della necessità di un negoziato bilaterale, di un disimpegno dai Territori e l’abbandono degli insediamenti, e di una soluzione politica che porti alla costituzione di due Stati che convivono pacificamente.
Piccoli segnali di buona volontà, certo, che rimangono però lasciati per lo più all’iniziativa di sparute minoranze. Se si vuole uscire dalla situazione attuale, tuttavia, ci sono almeno due elementi che fanno ben sperare. Due sintomi che l’aria, negli ultimi anni, è cambiata. Nel mondo arabo per la prima volta circola un piano – stilato dall’Arabia Saudita e poi avallato dall’intera Lega araba – che accetta l’esistenza di Israele a condizione che torni nei confini precedenti la Guerra dei sei giorni del 1967. E nella società israeliana – a differenza dell’epoca di Arafat – c’è per la prima volta il diffuso desiderio di uno Stato palestinese affidato ai moderati. Ben lontani da una soluzione, israeliani e palestinesi hanno qualche spiraglio, qualche appiglio per trovare la pace. Per comporre in un’unica immagine le ragioni degli uni e quelle degli altri.
Ma – occorre essere chiari – non esiste appiglio possibile se non nel quadro delle risoluzioni delle Nazioni Unite: Stato di Israele garantito, e Stato di Palestina egualmente garantito, e formato dalla Striscia, dalla Cisgiordania e da Gerusalemme-Est; fine dell’occupazione militare israeliana dei Territori; soluzione equa del problema dei profughi; liberazione dei prigionieri palestinesi dalle carceri israeliane; eventuali modifiche territoriali concordate e condivise. Nessun «moderato» palestinese potrà accettare uno Stato amputato.
Iacopo Scaramuzzi
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