Israele-Palestina, il destino di Ahmed
Ritenendolo, da lontano, un guerrigliero, a Jenin un soldato israeliano ha ferito a morte un ragazzo palestinese dodicenne che giocava con un fucile di plastica. Il padre del ragazzo, sperando che il suo gesto favorisca la pace, in nome dell’islam ha deciso di donare gli organi del figlio. Una ragazza ebrea israeliana ha potuto così avere un trapianto di cuore: «Vorrei che la famiglia di Ahmed considerasse mia figlia anche sua figlia», ha commentato il padre della dodicenne.
All’interno del conflitto israelo-palestinese accadono talora dei fatti che, nella loro nuda essenzialità, dicono più di molte parole, e colpiscono più di accurate analisi geopolitiche. Sono eventi di cronaca, della crudele cronaca quotidiana che, sui due fronti, annota il numero delle vittime; eppure squarciano la storia, e talora hanno delle inattese conseguenze che gridano speranza.
Il tre novembre anche a Jenin – città palestinese nella Cisgiordania del Nord, a ridosso del confine con Israele – si festeggiava il primo giorno dopo Eid al-Fitr, la rottura del digiuno che segna la conclusione del mese di Ramadan. Libero dalla scuola, quel giovedì anche il dodicenne Ahmed al-Khatib si godeva l’aria di festa con i compagni, e giocava con essi, imbracciando tutto orgoglioso un piccolo fucile di plastica regalatogli dai genitori proprio per festeggiare la fine del Ramadan. Poco lontano – 130 metri – pattugliavano dei soldati israeliani: uno di questi, ritenendo il ragazzo (così racconterà poi il militare) un uomo armato e minaccioso, gli spara subito due colpi, colpendolo alla testa. Gravemente ferito, Ahmed viene trasportato all’ospedale di Jenin e poi, constatate le sue condizioni critiche, in un ospedale di Haifa, in Israele, dove ben presto i medici lo dichiarano clinicamente morto.
Il padre del ragazzo lo veglia per tre giorni e, compreso che la fine del figliolo è ormai inevitabile, decide, giunto il momento, di donare i suoi organi. «Spero – dice l’uomo – che il mio gesto parli alla coscienza di tutti i padri e di tutte le madri di Israele, affinché lavorino per porre fine alla violenza e ai crimini contro i bambini e i ragazzi palestinesi». Tra chi riceve gli organi vi è la dodicenne ebrea israeliana Samah Gadban, che da cinque anni attendeva un trapianto di cuore. Ha commentato il padre della ragazza: «Non so che dire, è un tale gesto di amore… Vorrei che i familiari di Ahmed considerassero mia figlia come una loro figlia».
Da parte sua, dopo aver espresso il desiderio di poter incontrare tutti i «ricevitori» degli organi di Ahmed (un bambino di sei mesi, una donna di 56 anni, due bambini di cinque e una bambina di quattro anni), il padre del ragazzo assassinato ha detto di sperare che il suo gesto sia un passo che favorisca la pace tra israeliani e palestinesi: «L’islam ci dice di cercare di salvare le persone, quale che sia la loro nazione o religione; io ho offerto gli organi di mio figlio a prescindere se i riceventi fossero israeliani o palestinesi».
Gli attentati dei kamikaze palestinesi degli ultimi cinque anni hanno provocato la morte di 1100 ebrei israeliani, tra i quali un centinaio di bambini o ragazzi; nello stesso periodo, gli attacchi dell’esercito israeliano nei Territori hanno provocato la morte di 3.800 palestinesi, tra cui settecento bambini o ragazzi.
Ci sarebbe piaciuto che la vicenda di Ahmed avesse avuto adeguato spazio nei telegiornali della Rai o di Mediaset; ma questi hanno ignorato l’evento. Non faceva notizia? Rompeva schemi ideologici precostituiti? Solo l’odio e la vendetta fanno audience?
Riposa in pace, Ahmed. Se ti può consolare, noi non ti dimenticheremo; e avremo più cara che mai anche Samah, la sua famiglia, la tua famiglia.
David Gabrielli
← Sul Prossimo Numero: CONFRONTI DICEMBRE 2005 | Una raffica di menzogne →