Iran: dialogo e fermezza sui diritti umani
All’inizio di dicembre l’eurodeputato Vittorio Agnoletto ha partecipato ad una missione del Parlamento europeo in Iran come unico membro della sottocommissione per i diritti umani, con una delegazione che comprendeva rappresentanti di tutti i gruppi politici.
La missione del Parlamento europeo in Iran è nata con due obiettivi, entrambi molto delicati e complessi: trattare sulla questione del nucleare e cercare un dialogo sul fronte dei diritti umani. Abbiamo avuto come interlocutori le massime autorità iraniane – tra cui il ministro degli Esteri, il presidente del Parlamento e quello della commissione Esteri, il vicepresidente della Camera di commercio – e le tante associazioni che si battono per i diritti: dai sindacalisti ai gruppi di donne, fino ai rappresentanti dei kurdi e di altre minoranze religiose ed etniche.
Il primo elemento emerso dalle discussioni con gli iraniani è la profonda disomogeneità del regime. Esistono posizioni articolate, anche differenti all’interno del mondo politico iraniano. La componente vicina alla guida spirituale Ali Khamenei, ad esempio, a differenza dell’entourage del presidente Ahmadinejad, non ha celebrato come una vittoria la relazione dei servizi segreti americani, ma ha usato l’attuale situazione per un rilancio della diplomazia.
Ciò che accomuna tutti è però la richiesta esplicita all’Europa di svolgere un ruolo autonomo rispetto agli Stati Uniti e di avere una propria politica estera rispetto all’Iran. La delegazione dell’assemblea di Strasburgo, dal canto suo, sostiene una possibilità concreta per sottolineare tale autonomia rispetto al tema del nucleare. Poiché nei fatti non esiste più un rischio nucleare in tempi brevi, è necessario che le trattative con l’Iran tornino nella loro sede naturale, l’Agenzia internazionale dell’energia atomica di Vienna, e non si svolgano più in seno al Consiglio di sicurezza dell’Onu. La tendenza attuale, rappresentata da un’escalation di sanzioni nei confronti di Teheran, potrebbe comportare il rischio, in futuro, di una soluzione militare della questione. Che l’Europa può e deve scongiurare.
Anche perché le sanzioni sono risultate assolutamente inefficaci fino ad oggi. L’unico risultato, sul piano economico, è stato un crollo del commercio con l’Europa: l’Italia in un anno ha perso il 20 per cento delle sue esportazioni verso l’Iran e la Cina ha sostituito l’Europa come principale partner economico. Teheran ha sofferto piuttosto un isolamento politico, da cui sta cercando faticosamente di uscire. Per questo le autorità che abbiamo incontrato hanno voluto sottolineare con orgoglio (ed evidentemente con modalità propagandistiche) come il loro paese sia anche l’unico in tutta la regione a non aver mai riconosciuto il governo talebano e ad aver messo a disposizione il proprio territorio e le proprie basi per le guerre in Iraq e Afghanistan.
Le rivendicazioni rispetto all’Europa non sono mancate. Relativamente alla lotta al narcotraffico, gli iraniani, che stanziano 600 milioni di dollari all’anno e hanno visto cadere 3 mila poliziotti per tale loro impegno, chiedono all’Ue maggiori fondi. Il motivo è semplice: perché si dovrebbero accollare interamente l’onere di tale lotta, quando i consumatori di droghe sono soprattutto giovani occidentali?
Dunque un quadro articolato di richieste e prese di posizione, sulle quali è giusto riflettere e dialogare. Ma su un aspetto preciso l’Europa – la delegazione che l’ha rappresentata nella recente missione – è stata irremovibile. La situazione dei diritti umani è disastrosa, peggiora di giorno in giorno. Proprio poche ore dopo l’arrivo del nostro gruppo di eurodeputati, decine di studenti sono stati arrestati in vari atenei iraniani. Abbiamo avuto un lungo incontro con le famiglie degli arrestati, che non sanno assolutamente dove sono detenuti i loro parenti, né come sono trattati e quali accuse gli sono state rivolte. Nonostante il nostro tempestivo intervento diplomatico, ancora oggi [15 dicembre, ndr] non si sa nulla di queste persone, detenute per motivi politici.
Le donne, poi, vivono attualmente un grande pericolo. Al parlamento iraniano è depositato un progetto di legge – paradossalmente intitolato «per la tutela della famiglia» – che, se dovesse passare, significherebbe un forte incentivo alla poligamia e maggiori vantaggi per l’uomo relativamente all’affidamento dei figli. Le associazioni di donne ci hanno chiesto di fare pressione per fermare questa legge e accelerare invece l’iter di un’altra normativa, ferma da quattro anni, che cancellerebbe la pena di morte almeno per i minori. Sulla pena capitale inflitta a chi non ha raggiunto la maggiore età sarebbe in effetti già in vigore una moratoria ma il caso di Makwan Moloudzadeh, il ragazzo recentemente condannato a morte per aver abusato di alcuni bambini quando aveva 13 anni, dimostra che la moratoria non viene sempre rispettata.
Ancora, nonostante la Costituzione preveda la libertà sindacale, di fatto molti dirigenti sindacali sono sotto processo o in galera. La repressione è durissima anche nei confronti dei dirigenti kurdi e delle minoranze religiose, come i sufi. Anche su questo la pressione europea potrebbe ottenere risultati importanti: sui diritti umani non possiamo fare sconti al regime iraniano. Per tutti questi motivi è necessario che l’Europa appoggi la risoluzione che il Canada presenterà al Consiglio dei diritti umani dell’Onu di condanna dell’Iran. È questo il ruolo che cerchiamo di costruire per l’Ue: autonomia nel dialogo e volontà di imporre la via diplomatica nelle controversie da una parte, fermezza nel garantire e chiedere ai nostri interlocutori il rispetto dei diritti delle persone, dall’altra. Senza se e senza ma.
Vittorio Agnoletto
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