Il sogno che Obama può realizzare
Quando nel dicembre scorso la celebre anchorwomen Oprah Winfrey decise di appoggiare pubblicamente Barack Obama nelle primarie democratiche, Hillary Clinton era ancora popolare e forte nei sondaggi e nessuno pensava veramente che il candidato afroamericano avesse qualche remota possibilità di vincere. La corsa alla nomination nel racconto dell’inviata della Rai Giovanna Botteri.
di Giovanna Botteri
Tutto inizia naturalmente molto prima. A Honolulu, dove Ann Dunham, diciottenne studentessa del Kansas, che si mantiene facendo l’infermiera, mette al mondo un bambino che chiama come il padre: Barack Hussein Obama II. Obama senior abbandona lei e il bambino dopo due anni, per tornare in Kenia. Madre single nell’America degli anni Sessanta, Ann tira su da sola il piccolo Barack finché non si sposa con l’indonesiano Lolo Soetoro, da cui ha altri figli e con cui va a vivere a Jakarta. A dieci anni, quando torna negli Stati Uniti, Barack Obama decide di farsi chiamare Barry e di diventare un campione di pallacanestro. A Harvard, conoscerà gli altri amori della sua vita: la legge, la politica e Michelle, la figlia dell’operaio di Chicago che ha marciato con Martin Luther King.
Ma credo che per i reporter americani, e anche per quelli stranieri come me, tutto sia cominciato a Columbia, in South Carolina, in una giornata del dicembre 2007, incredibilmente calda e piena di sole…
Oprah Winfrey, l’anchorwomen più famosa, potente e fortunata degli Stati Uniti, aveva deciso di appoggiare pubblicamente Barack Obama. Allora nessuno pensava veramente che le primarie democratiche potessero avere una storia. Hillary Clinton era talmente forte, talmente popolare. I sondaggi la davano in testa per trenta punti nella maggioranza degli stati in cui si doveva votare. Gli organizzatori avevano scelto lo stadio di football dell’Università del South Carolina. Una scelta azzardata, avevano commentato i democratici, per un candidato che pochi conoscono, e che dietro a sé non ha la macchina organizzativa del partito. Qui la politica è soprattutto bianca, e repubblicana. E i militanti neri dei diritti civili stanno con i Clinton, per un vecchio debito di riconoscenza nei confronti di Bill. Un solo politico era in grado di riempire gli stadi. Il giorno della festa del lavoro raccolse 35mila persone. Ma sono passati 47 anni da allora, e 44 da quando fu ucciso, a Dallas.
Ci sono poche televisioni, fuori dallo stadio solo un paio di camion con la parabola satellitare. Eppure Oprah è un personaggio, l’esempio del successo, come il suo show e la sua storia personale. Nata a Kosciusko, in Mississippi, da due giovani adolescenti neri che mai si sposeranno. Cresciuta dalla nonna, nella miseria più totale, ripetutamente violentata da quando aveva nove anni. Oprah diventa popolare per le sue prediche in chiesa, da bambina. Impara a leggere e scrivere studiando la Bibbia. Anche se riesce a frequentare la scuola solo a 13 anni. Poi le borse di studio, l’università del Tennessee, un’istituzione storica nella tradizione afro-americana, la radio, le prime apparizioni televisive, il successo… per Oprah, lentamente, dagli angoli più isolati della Carolina e della Louisiana, con gli autobus pubblici, i treni e qualche macchina, la gente comincia ad arrivare. Studenti bianchi con le polo sportive e i jeans assieme a vecchie signore nere, vestite tutte eleganti con il cappello in testa, come quando si va in chiesa: famiglie con i bambini piccoli, perché imparino che tutto è possibile in questo paese, vecchi e giovani sognatori che mai si erano incontrati e conosciuti. La fila diventa sempre più lunga, il caldo comincia a farsi sentire. Le vecchie signore aprono gli ombrelli, le mamme distribuiscono panini e bibite.
Quando Oprah appare sul palco, nello stadio di Columbia ci sono trentamila persone. Sulle note di Aretha Franklin che canta Think, dice subito: «So cosa significa crescere nel sud. E so cosa significa venire dal sud ed essere nata nel 1954».
Non c’è bisogno di spiegazioni. Perché tutti sanno, nello stadio del football della South Carolina University, che il 1954 è l’anno in cui la Corte suprema abolì il segregazionismo nelle scuole degli Stati Uniti. Una data che conoscono bene nello stato da cui partì la guerra di secessione, e dove la bandiera confederata ancora sventola di fronte al municipio.
«È un dono di Dio – continua Oprah – essere qui in South Carolina per parlarvi dell’uomo che diventerà presidente degli Stati Uniti. Qualcuno dice che avrebbe dovuto aspettare. Ma io non sarei qui se avessi aspettato il permesso per fare le cose».
Lo stadio si alza in un lungo, liberatorio applauso. Ma non è chiaro se la ragazza di Kosciusko riuscirà a trasferire la sua popolarità su Barack Obama. Le vecchie signore con il cappello e l’ombrello per il sole sono venute per lei. Come le ragazze giovani con le unghie colorate, e le famiglie con i panini. Per lei, non per lui, perché un nero non potrà mai vincere. Lo sanno anche i leader della comunità, che si sono già schierati con i Clinton. Si può sognare una domenica di dicembre, con il sole e l’aria di festa. Ma i figli degli schiavi della Carolina, che ancora vivono nei ghetti, e che ancora ritrovano i cappi sugli alberi quando non stanno al loro posto, hanno paura soltanto a pensarlo, un nero presidente degli Stati Uniti, figuriamoci a dirlo…
Il 3 gennaio, a Des Moines, in Iowa, la neve è alta mezzo metro. Nel granaio del paese, tutto è bianco come la neve. Le strade, le case, la gente. È qui che inizia la lunga maratona elettorale delle primarie democratiche. Con un «caucus», il sistema più antico di democrazia. Non ci sono schede, o preferenze: a gruppi di due-trecento ci si ritrova per discutere, finché tutti, o almeno la grande maggioranza, non sono convinti sulla scelta di un unico candidato. Nella scuola elementare dove vado a seguire i primi caucus arriva Bill Clinton. Distribuisce sorrisi e autografi ad una schiera di fan adoranti, mentre il gruppo di sostenitori della moglie, con i cartelli di Hillary ben in vista, entra rumoroso nell’aula dove si deve dibattere.
I ragazzi neri si notano subito in mezzo a tutto quel bianco. Entrano silenziosi, quasi non volessero farsi vedere. A testa bassa, si raccolgono in un angolo. «Ma voi con chi state?», chiede un signore sulla cinquantina, occhialini e l’aria del professore di storia. «Obama», risponde piano una delle ragazze. «Ma anche noi», dice tranquilla la moglie del professore. E tutti e due si mettono nell’angolo. Arrivano tre operai delle acciaierie, ancora in tuta. «Voi con chi state?», chiedono. «Obama», risponde ancora la ragazza, e alza la testa. Anche i tre si sistemano nell’angolo. Cominciano a parlare con gli altri nella sala, vicini di casa, colleghi, genitori di figli che vanno nella stessa scuola. Arrivano altri giovani, si parla di Iraq e di economia, di scuola e di salute. Mano a mano i sostenitori di Kucinic, di Richardson, e anche di Edwards, cominciano ad unirsi al gruppo di Obama. I gruppi sono quasi in parità. Finché nella sala non entra un’anziana signora, reggendosi a fatica sul bastone, il cappotto bagnato dalla neve, infreddolita e esausta. «Cerco mia nipote, sono venuta per il dibattito, ma l’autobus non passava e sono dovuta venire a piedi», spiega ad uno degli organizzatori. «Con che gruppo vuol mettersi?», le chiedono.
Dal fondo della sala, dall’angolo più lontano, sopra tutte le grida e il rumore, si leva allora altissima la voce della ragazza «Qui nonna, qui, con Obama!».
L’Iowa, il bianco Iowa, diventerà il primo stato a scegliere Barack Hussein Obama II.
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