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Il presidente Ciampi e la religione civile

Nel suo tradizionale discorso di fine anno, il presidente della Repubblica ha implicitamente impartito una lezione di «religione civile». Diversamente dall’interpretazione che correntemente ne viene data in Italia, soprattutto da molti «atei devoti», essa è laica per eccellenza: si fonda sulla cittadinanza e non sulla confessione religiosa, pone al suo centro il patto costituzionale e non un libro sacro, viene celebrata da un’autorità politica e non da un cardinale presidente di una conferenza episcopale.

Tra qualche mese il presidente Ciampi concluderà il suo mandato e il prossimo Parlamento deciderà chi andrà al Quirinale. Ma in queste righe non vogliamo scrivere del futuro ma del passato e, in particolare, di un breve passaggio del discorso che il 31 dicembre il presidente Ciampi ha rivolto agli italiani. «Ho insistito nel richiamare i simboli più significativi della nostra identità di nazione – ha affermato in un inciso che suonava come una sorta di testamento politico – dal tricolore all’inno di Mameli, l’inno del risveglio del popolo italiano; e nel rievocare il nesso ideale che lega il Risorgimento alla Resistenza, alla Repubblica, ai valori sanciti nella sua Carta costituzionale». A rafforzare queste parole, la ripresa televisiva giustamente inquadrava la bandiera e un piccolo busto di Giuseppe Mazzini, posto con accurata indifferenza sul tavolo presidenziale.

È evidente che qualcuno non ha apprezzato e che molti non hanno capito. Non ha apprezzato chi rifiuta il contenuto politico che sta dietro i simboli evocati da Ciampi: in primo luogo l’unità nazionale, il valore e l’attualità della Costituzione repubblicana. Non può essere d’accordo con il presidente chi a giorni alterni predica un esasperato regionalismo e una improbabile secessione, chi ha costruito il mito di una regione inesistente attraversata dal Po, chi a questo fiume-dio ogni anno dedica un culto pagano dalle forti implicazioni politiche.

Sul fronte opposto siamo abbastanza convinti che le parole di Ciampi abbiano infastidito per quel richiamo al Risorgimento che a qualcuno è apparso un obsoleto riferimento retorico, un’espressione di orgoglio nazionale e forse addirittura nazionalistico. Quanto alla bandiera, il discorso è – come noto – complesso e difficile. Nonostante sia stato proprio un presidente socialista ed antifascista ad «affrancarla» da un utilizzo prevalentemente militare ed istituzionale – tutti ricordiamo Pertini che baciava il tricolore in tutte le occasioni pubbliche – in certe aree della sinistra il simbolo appare «di destra», soprattutto quando è esposto in luoghi diversi da stadi e sedi pubbliche.

Ipotizziamo, inoltre, che altri ancora non abbiano capito il senso profondo della comunicazione di Ciampi e si siano chiesti a chi appartenesse quel piccolo busto sulla scrivania e perché Ciampi abbia voluto richiamare valori e simboli dell’unità nazionale.

Il problema è che noi italiani – di destra, centro o sinistra – non abbiamo una chiara nozione di quella che nel mondo anglosassone si definisce civil religion, religione civile. Non è colpa nostra, dal momento che confusi maestri – magari posti ai vertici delle istituzioni statali – spiegano che la religione civile altro non è che una versione laicizzata e nazionalistica del cattolicesimo; un cattolicesimo senza fede, una religione senza redenzione però capace di dare un’anima e un’identità a un paese altrimenti privo di radici. In questa linea, ampiamente propagandata da molti «atei devoti» e «teocons all’italiana», la religione civile non è altro che il surrogato secolarizzato e nazionalistico della tradizione cattolica del paese.

Nella tradizione anglosassone, e soprattutto negli Usa, la civil religion è tutt’altra cosa: è il richiamo ai simboli e ai valori costitutivi della comunità nazionale, è ciò che unisce nel profondo un popolo e le sue istituzioni, è la «narrazione» della sua vicenda storica e della sua tradizione culturale. In questo senso la religione civile è laica per eccellenza: si fonda infatti sulla cittadinanza e non sulla confessione religiosa, pone al suo centro il patto costituzionale e non un libro sacro, viene celebrata da un’autorità politica e non da un cardinale presidente di una conferenza episcopale. Questo ci hanno spiegato i «teorici» della civil religion, da Rousseau a De Tocqueville, dal sociologo americano Bellah al politologo italiano Rusconi.

Nel suo messaggio di fine anno e in altre esternazioni, Ciampi ha restituito alla religione civile la sua caratterizzazione laica. Ciò che unisce gli italiani non è un generico sentimento religioso, ma la partecipazione a una storia comune tesa alla costruzione dell’unità, alla conquista e alla difesa della democrazia, alla costruzione di un solido legame di cittadinanza che garantisca uguaglianza di diritti e di doveri. In poche, sintetiche parole, con pochi ed eloquenti simboli, è questo che racconta che cosa è l’Italia; è questo che dovremmo ripetere ai nostri figli per spiegare che cosa vuol dire essere italiani. Semplicemente, senza retorica.

Ed è un impegno serio, che vale la pena richiamare almeno per due ragioni. In primo luogo per ricordare che sono questi e non altri i «paletti» che definiscono lo spazio della cittadinanza. Non è un’appartenenza confessionale, non è una tradizione religiosa. In secondo luogo perché – e tanto più alla vigilia di un delicato passaggio elettorale – è bene richiamare tutte le forze politiche a valori fondamentali che non possono essere trascurati. La politica non è solo gestione del potere, né mera tecnica di governo. È un progetto per una comunità nazionale e, talvolta, addirittura per il mondo intero. La Costituzione, quella Carta che si vorrebbe cambiare e stravolgere, esprime esattamente questi valori. Ciampi ce lo ha ricordato da uno studio barocco del Quirinale, e non possiamo che rallegrarcene.

Paolo Naso

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