Il partito della paura dell’islam
Gli oltraggi compiuti sul Corano da alcuni militari statunitensi nel carcere di Guantanamo dimostrano che l’odio nei confronti della cultura islamica è molto più radicato di quanto non si pensi. Per molti «illustri polemisti» di casa nostra, l’islam è incompatibile con la civiltà e la democrazia.
Alla fine, la tristissima verità è venuta fuori. Nel carcere di Guantanamo, soldati americani hanno oltraggiato il Corano pensando, con questo, di assolvere al meglio il loro dovere nei confronti dei detenuti musulmani accusati di terrorismo. Una infamia che non può trovare alcuna giustificazione, né politica né psicologica. I militari hanno agito consapevolmente, ben sapendo quello che facevano e quali emozioni avrebbe suscitato agli occhi dei musulmani che avevano di fronte.
Certo, è positivo che questa tristissima verità sia venuta fuori, così come rassicura sapere che i colpevoli saranno puniti. Tuttavia resta, profondissimo, un turbamento. Il carcere iracheno di Abu Ghraib e quello cubano di Guantanamo ci consegnano una galleria degli orrori che scandalizza perché pensata e realizzata da militari arruolati in un esercito occidentale, in un corpo militare che opera per conto di una democrazia e con l’ambizioso mandato di democratizzare un paese. Di fronte a quello che è accaduto – e che temiamo possa ancora accadere – non vale ricordare le nefandezze di Saddam e del suo regime sanguinario. Le conosciamo, ed è esattamente la ragione per cui non proviamo alcuna nostalgia per i tempi in cui il raìs troneggiava a Baghdad. Ma non ha alcun senso opporre ai gesti infami di militari regolari i gesti infami di un dittatore sanguinario: infami gli uni ed infami gli altri, ma i primi hanno un peso politico maggiore, e proprio perché contrari ad ogni principio di quella civiltà e di quella democrazia della quale ci si erge a fieri difensori; come non può liberare le notre coscienze occidentali il fatto che nei Territori palestinesi si torni ad applicare la pena di morte o che l’Iran rischi di avvitarsi ulteriormente nella spirale teocratica e fondamentalista. Sono fatti gravi che non possiamo né vogliamo giustificare o relativizzare.
Ma la ragione dell’inquietudine è anche un’altra. La violenza sul Corano non provoca male fisico, non è una tortura. Possiamo addirittura convenire con i risultati dell’inchiesta condotta dalle autorità militari americane secondo cui ad alcuni detenuti, anch’essi musulmani, non importasse assolutamente nulla. Ma questo non c’entra: chi ha violato il libro sacro dell’islam intendeva infliggere una punizione, provocare una reazione psicologica e generare una intima sofferenza. Ed in questo modo la guerra al terrorismo di matrice islamica diventa guerra ai simboli dell’islam e quindi da combattere anche con l’arma non convenzionale dell’offesa blasfema.
Lo spostamento dell’obiettivo è gravissimo e stupisce che non sia stato prontamente denunciato da coloro che sostengono le ragioni «ideali» dell’intervento occidentale in Iraq. Al contrario. Sono passati circa due anni dalla fatwa con cui Oriana Fallaci inveiva contro l’islam, tutto l’islam senza eccezioni, senza se e ma. Non sono parole al vento. E persino un moderato come Magdi Allam, uno che sostiene con veemenza l’intervento militare in Iraq, che denuncia le derive fondamentaliste dell’islam anche in Europa ed in Italia, che ha applaudito – ricambiato – alla Fallaci della Forza della ragione, oggi non riesce a seguirla più. «Come potrei scagliarmi contro l’islam che mi ha generato – le scrive in una lettera che appare nel suo ultimo libro, Vincere la paura (Mondadori) – che volente o nolente rappresenta il mio riferimento identitario, immaginandolo come il Male incontrovertibile e irrecuperabile? Come potrei infierire contro me stesso, io che sono musulmano, percependomi come figlio naturale e degenere del Male»?
Quando è troppo è davvero troppo.
Ed è stato troppo anche l’intervento del ministro Castelli che, assolutamente «a freddo», si è inventato una pretestuosa polemica su un non problema quale il burqa. Precisazione: il burqa è l’abito tradizionale delle donne afghane, un ampio lenzuolo che copre la persona dal capo ai piedi, lasciando una piccola apertura in corrispondenza degli occhi. Quante donne così si vedono in Italia? Io non ne ho mai vista nessuna. Bene, il ministro della Lega ha ribadito una ovvietà, e cioè che la legge prevede che il volto di chiunque sia riconoscibile , ma poi ha invitato a denunciare le donne che indossano il burqa perché in Italia «è vietato andare in giro mascherati». Quanti casi di donne musulmane velate e non riconoscibili si sono dati in Italia negli ultimi anni? Li citi, signor ministro, e sporga regolare denuncia. E faccia lo stesso con i giovani che vanno in giro col casco integrale o con le vezzose mascherine del carnevale di Venezia. Ma, per favore, non si inventi un problema che non esiste. E bravi i dirigenti della comunità islamica italiana – cito, tra gli altri, Mario Scialoja della Lega musulmana mondiale – che ha prontamente smontato il castello in aria del ministro, spiegando che l’islam non prevede affatto che le donne debbano andare in giro totalmente coperte. Il «velo» islamico è un’altra cosa, è un modesto foulard assai poco differente da quello che portava mia nonna quando andava al mercato o al velo di una qualsiasi suora che lavora in ospedale.
Fatto sta che in Italia ed in Europa è sempre più visibile un partito dell’islamofobia e dello scontro di civiltà. Così come in Iraq, anche in occidente si propone come paladino dei valori occidentali di democrazia e – sentite – di laicità. Democrazia e laicità sono incompatibili con l’islam. O di qua o di là. Pura ideologia, pessima politica. Una vera strategia democratica non sentenzia l’incompatibilità della democrazia con l’islam; si pone l’obiettivo di integrare sempre di più l’islam nei meccanismi funzionali di una democrazia. Non separa, unisce; non taglia, cuce. Ed è questa la vera sfida per l’islam, come è una grande sfida per le democrazie.
Paolo Naso
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