Il nostro fascismo normale
«L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incoltura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo». Sembra oggi, ma era il 1962. A parlare era Pasolini, per cui il vero problema non era rappresentato dalla crescente adesione di molti giovani alla cultura neofascista dell’epoca, quanto dall’aspetto rassicurante e, saremmo portati a dire oggi, quasi dettato dal «senso comune», di una cultura egoista e discriminatoria.
Nel settembre del 1962 Pier Paolo Pasolini si trovò a dover rispondere a un lettore del settimanale Vie Nuove che gli chiedeva: «Signor Pasolini, perché tante giovani menti vengono attratte dal pericolo dell’idea fascista?». All’epoca lo scrittore friulano teneva sulla rivista una rubrica di «dialoghi» con i lettori nella quale, intervento dopo intervento, stilava la sua critica radicale della società italiana. Analisi poi raccolte nel volume Le belle bandiere.
«L’Italia – rispondeva seccamente Pasolini – sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incoltura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo». Il vero problema non era per lui rappresentato dalla crescente adesione di molti giovani alla cultura neofascista dell’epoca, quanto dall’aspetto rassicurante e, saremmo portati a dire oggi, quasi dettato dal «senso comune», di una cultura egoista e discriminatoria. Al punto che lo stesso Pasolini precisava: «Non occorre essere forti per affrontare il fascismo nelle sue forme pazzesche e ridicole: occorre essere fortissimi per affrontare il fascismo come normalità, come codificazione, direi allegra, mondana, socialmente eletta, del fondo brutalmente egoista di una società».
È con una certa impressione che si scorrono a oltre quarant’anni dalla loro pubblicazione le frasi di uno dei maggiori intellettuali che il nostro paese abbia mai conosciuto. Come leggere infatti nell’Italia di oggi le parole di Pasolini senza essere colti da una sensazione di disagio, quasi di fastidio per l’evidente attualità che quell’analisi mantiene a così grande distanza di tempo? Peggio, come non immaginare che simili frasi si sarebbero potute scrivere in una qualunque di queste giornate di una triste primavera italiana?
Certo, Pasolini descriveva una società che si era modernizzata sulla via del consumo, dimenticando la cultura e la solidarietà, mentre oggi si fanno i conti – anche nel nostro paese – con le mancate promesse della globalizzazione, con l’impoverimento di massa e la precarietà eletta a biografia collettiva. Pasolini attraversava con la sua inquietudine gli anni del boom economico, oggi si teme una crisi economica globale delle proporzioni di quella del 1929. Questo senza contare i nuovi fenomeni sociali su cui l’Italia politica del 2008 si è costruita: il passare da paese di emigrazione – milioni e milioni di italiani sparsi in tutto il mondo – a paese di immigrazione, le nuove paure, l’insicurezza, il rifiuto di ciò che si percepisce come diverso, la xenofobia e il razzismo variamente declinati.
Eppure su Vie Nuove il poeta friulano descriveva l’educazione sentimentale di un paese che quarant’anni dopo si scopre cresciuto senza basi solide. Un paese che, come descrive il tanto citato «laboratorio del Nordest», laddove è passato dalla miseria all’opulenza nello spazio di poche generazioni, lo ha fatto rimettendoci il cuore o l’anima. Sabato 17 maggio, mentre un corteo di diecimila persone scorreva per le strade periferiche di Verona per ricordare Nicola Tommasoli – un ragazzo di meno di trent’anni ammazzato di botte per una sigaretta da un gruppetto di ragazzi ancora più giovani di lui, frequentatori della curva razzista dello stadio e degli ambienti della destra neofascista – nel centro della città lo shopping continuava senza sosta. A metà pomeriggio c’erano una decina di persone, tra cui molti turisti, nel punto in cui Nicola era stato ucciso la notte del 1° maggio, mentre le vie pedonali intorno a piazza delle Erbe, il salotto buono cittadino, erano stipate di una folla intenta a cercare l’affare nelle vetrine delle migliori marche.
Chissà cosa avrebbe detto Pasolini di una città ferita così profondamente – la morte assurda di un ragazzo vittima di un clima di odio e di una vera ossessione per la vigilanza e la sicurezza, le ronde e l’«autodifesa» dei cittadini – che non riesce neppure a trovare il tempo per fermarsi e riflettere.
La vittoria di una coalizione di destra e destra estrema – come definire altrimenti secondo gli strumenti e il vocabolario della scienza politica la coalizione che ha vinto le elezioni di aprile? – in tutto il paese e la vittoria di un sindaco – già esponente della componente del Msi che faceva riferimento a Pino Rauti, oggi indagato per la strage di piazza della Loggia a Brescia del 1974 – che i suoi sostenitori hanno acclamato con il saluto fascista sulle scale del Campidoglio, non sono che il risultato di un clima che è cresciuto in profondità, nelle viscere del paese. Gli imprenditori politici della paura e dell’intolleranza, coloro cioè che raccolgono consensi amplificando il senso di insicurezza e di solitudine che attraversa la società e indicando alla pubblica opinione dei facili capri espiatori su cui far ricadere la responsabilità di ogni male, non devono fare molta fatica per vincere, basta che diano la parola a quel mostro che attanaglia il senso comune: prima vengo io e la mia famiglia, poi i miei parenti, poi i miei amici, poi il mio quartiere, la mia città, il mio paese. Tanti anni fa Jean Marie Le Pen aveva spiegato con queste parole il senso dell’impresa politica del suo Front National, il movimento razzista che ha fatto da apripista alla stagione odierna delle nuove destre. Oggi per ascoltarle basta accendere qualunque radio italiana che dia il microfono agli ascoltatori.
Guido Caldiron
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