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Il morso del caimano

Alla fine il centrosinistra ha ottenuto una piccola e amara vittoria, ma Berlusconi non ha perso. Anzi, la sua aurea di leader che sa quello che vuole e come ottenerlo, sempre e comunque, ne esce aumentata.

Ce l’ha fatta. Berlusconi è riuscito a recuperare i diversi punti percentuali che sembravano separarlo dall’Unione e a ottenere un imprevisto «pareggio» di fatto; certo, nonostante la vittoria del centrosinistra alla Camera e una lieve maggioranza di seggi al Senato. Il cavaliere la presenta come una sua personale vittoria. Lui contro tutti, come gli piace raffigurarsi; lui con il coltello tra i denti che ha il coraggio di sfidare «i comunisti» a viso aperto, senza quelle mediazioni e quel fair play della vecchia politica di Casini o di Fini. Lui e soltanto lui. Con il suo patrimonio, le sue televisioni, i suoi collaboratori, le sue barzellette, le sue bandane, le sue pacche sulle spalle di George e di Vladimir. Per chi non l’avesse capito, dentro l’Udc o Alleanza nazionale, quello berlusconiano è un monoteismo assoluto, centrato sulla personalità, il carisma e gli interessi del capo.

Noi pensavamo che di tutto questo gli italiani fossero stanchi e persino annoiati. Viaggiando sui treni, leggendo il Corriere della sera e l’_Economist_, sentendo i leader di Confindustria si aveva l’impressione che l’Italia volesse davvero voltare pagina. Ci ha provato ma senza riuscirci. Il centrosinistra ha forse ottenuto una piccola e amara vittoria ma Berlusconi non ha perso. Anzi, la sua aurea di leader che sa quello che vuole e come ottenerlo, sempre e comunque, ne esce aumentata.

Noi pensavamo che gli italiani fossero stanchi delle uscite arroganti e prepotenti di un politico che inventava un mondo popolato di comunisti che lessano i bambini, espropriano i beni privati, attentano alla famiglia e impongono nuove e odiose tasse.

Noi pensavamo che ci fosse una bella Italia che voleva massicciamente cambiare pagina politica, sperimentare un governo diverso, capace di guardare ai giovani precari, alla scuola che va a picco, alla sanità pubblica che non tutela proprio i più deboli. Pensavamo persino che gli italiani volessero ricostruire la loro immagine in Europa e nel mondo, avviando una nuova politica estera ispirata a principi di sicurezza ma anche di pace e di cooperazione.

Pensavamo che Romano Prodi fosse riuscito, tra mille difficoltà, a dare forma a una coalizione complicata e variegata e che i suoi toni, prudenti e ragionevoli, potessero convincere la maggioranza
degli italiani. Una solida maggioranza.

Niente. Ci siamo sbagliati. Il caimano ha fatto appello a tutte le sue energie ed è riuscito a dare il suo morso.

Spiace dirlo ma siamo costretti a ripetere quello che avevamo scritto cinque anni fa: ancora una volta il centrosinistra registra una sconfitta culturale. Forse riuscirà a mettere su un governo e, forse, riuscirà anche a governare. Bene, personalmente ne sono contento. Ma questo non rassicura affatto se si pensa che metà degli italiani si riconosce in un’idea della politica, del governo, delle istituzioni del tutto opposta.

Berlusconi non è oggi fuori dalla scena politica, soprattutto non è uscita di scena la sua strategia politica costruita evocando fantasmi e investendo sulle paure. Si pensi alla sconfitta del centrosinistra in ampie regioni del nord: un dato sul quale ragionare con qualche allarme.

Non saranno mesi facili. Per una su due delle persone che incontriamo per strada, non fanno problema il conflitto d’interessi, la tracotanza mediatica, la cultura populista dei cori «chi non salta comunista è», le promesse a buon mercato e i colpi di teatro in materia fiscale.

La nostra cultura politica è un’altra: si fonda su parole chiave come diritti, libertà, servizio, stato sociale, negoziazione, accoglienza, cooperazione. E per metà degli italiani questo è ciarpame ideologico. Sono troppi. E lo vedremo tra due mesi quando andremo alle urne per un referendum abrogativo della riforma costituzionale votata dal centrodestra. Una brutta riforma, che stravolge architravi essenziali della Carta fondamentale dello Stato come l’unità nazionale del sistema fiscale, delle forze di polizia o delle politiche d’istruzione. Oggi è forse il giorno di Cassandra, ma è difficile non nutrire serie preoccupazioni per l’esito di questo delicatissimo passaggio politico. Se il centrosinistra vuole davvero cambiare l’Italia deve imparare a parlare alla metà degli italiani che si è tappata le orecchie; deve ricostruire una cultura democratica del confronto e della partecipazione politica. Meno apparati e più dialogo con la gente, meno formule e più lavoro culturale di base, meno salotti politici e più informazione o controinformazione, come si diceva un tempo.
Ma il grande interrogativo di oggi è se, nonostante il morso del caimano, il centrosinistra ce la farà a battere un colpo. Come alcuni lettori ci hanno fatto rilevare, non gli abbiamo risparmiato le critiche: diversamente da Berlusconi, crediamo infatti che il diritto di critica sia una virtù essenziale della democrazia. Ma oggi bisogna mettere mano all’aratro e dare segnali concreti di voler attuare il famoso programma. Per fortuna tra i parlamentari del centrosinistra vi sono diverse personalità politicamente e tecnicamente qualificate. Su di loro, sulla loro capacità di delineare e realizzare una discontinuità rispetto al passato dobbiamo puntare le nostre aspettative: nonostante il morso faccia molto male. Lo chiede la metà degli italiani, lo impone la regola della democrazia.

Paolo Naso

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