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Il fattore «religioso» nell’Italia che verrà

Come si porranno, nel nuovo parlamento, i rapporti Stato-Chiesa? Alla vigilia del voto, i vertici ecclesiastici avevano stilato una serie di punti «irrinunciabili» per il buon cattolico che collimavano con le proposte berlusconiane. Adesso, il centrosinistra vincente dovrà impostare i rapporti Stato-Chiesa in modo da impedire che l’«etica» cattolica divenga l’unico punto di riferimento per legiferare su materie (riguardanti la vita, la sessualità e il matrimonio) che uno Stato laico non può delegare a nessuna religione.

Oltre alle molte conseguenze politiche, sociali e istituzionali sulla governabilità dell’Italia, che derivano dall’esito singolare, e per certi aspetti aspro, delle elezioni politiche del 9 e 10 aprile – e cioè un paese spaccato come una mela, anche se l’Unione proclama di aver vinto con ampio margine di seggi alla Camera, e per un soffio al Senato – ve ne sono alcune di carattere «religioso» che potremmo racchiudere nella formula antica dei rapporti Stato-Chiesa. Non parliamo, teologicamente, de la Chiesa, ma di una Chiesa, quella cattolica romana, maggioritaria nel nostro paese. La quale indebitamente, anche sulla stampa cosiddetta «laica», viene normalmente fatta equivalere a la Chiesa.

Non vogliamo, qui, ritornare sulle prese di posizione che i vertici della Conferenza episcopale italiana (Cei), presieduta dal cardinale Camillo Ruini, assunsero alla vigilia della consultazione elettorale; ma solo provare a immaginare, alla luce del recente passato, il prossimo futuro dei rapporti Stato-Chiesa cattolica, stante il nuovo parlamento. Gioverà ricordare che, nell’apparente volontà di essere super partes, la Cei di Ruini in realtà è stata di parte: infatti, elencando i princìpi e i valori che un cattolico coerente avrebbe dovuto tener presenti per dare il suo voto, ha ricordato dei punti – come il no ai Pacs – che combaciavano esattamente con le posizioni del centrodestra in materia; e, per non infastidire Berlusconi, è stata evasiva su altri aspetti, come la difesa della pace (tacendo della partecipazione militare italiana in Iraq), o degli immigrati.

Stupefacente, poi, è stato il pressoché totale silenzio dei vertici ecclesiastici (per fortuna rotto da diversi gruppi cattolici, settimanali diocesani, note personalità) sul fatto che Berlusconi – autoproclamatosi interprete autorizzato della dottrina cattolica – dichiarasse che un cattolico coerente non avrebbe potuto votare per l’Unione, sostenendo essa proposte, su matrimonio e materie collegate, incompatibili con le tesi vaticane. Eppure Berlusconi (come Pierferdinando Casini e Gianfranco Fini, l’uno presidente della Camera e l’altro ministro degli Esteri nella legislatura chiusa un mese fa), con le loro famiglie doppie o anomale – secondo, naturalmente, il Codice di diritto canonico – in questi cinque anni sono stati l’esempio vivente di una palese contraddizione, per gente che si proclama «difensore della famiglia», e dei «valori cristiani». Per oscurare tale contraddizione il governo uscente è stato generosissimo nel soddisfare, in sede economica e normativa (come nell’inquadramento degli insegnanti di religione cattolica), i desiderata della Cei. Ricevendo, in compenso, il silenzio-assenso – ogni tanto, diplomaticamente, rotto da qualche benevola e frettolosa critica, tanto per sembrare, appunto, super partes – quando non l’aperto plauso dei vertici ecclesiastici alle sue scelte dirimenti (dalle leggi sull’immigrazione alla manomissione della Costituzione alla partecipazione alla guerra anglo-americana contro l’Iraq camuffata da «missione di pace»).

Insomma, il berlusconismo – come filosofia di vita e sistema di valori – è stato blandito dai vertici ecclesiastici. Questa, a nostro parere, la verità; verità amara, per molti; lodata, invece, da quanti in nome dell’anticomunismo e della «difesa della civiltà occidentale» (come intesa da Marcello Pera e dalla galassia impudica dei teocon) hanno sostenuto, e tuttora sostengono, il berlusconismo come l’argine per difendere l’Occidente cristiano.

Per fortuna, una grande massa di cattolici e di cattoliche (parliamo non tanto di chi è tale solo anagraficamente, ma di chi ha a cuore il messaggio dell’evangelo, e tenta di inverarlo nella sua Chiesa di appartenenza) ha detto no a tale deriva etica, ed a tale stortura teologica. Tuttavia, il più resta da fare. Infatti, si ha l’impressione che, salvo eccezioni, nel Centrosinistra ancora prevalga un atteggiamento di remissività ai desiderata ecclesiastici per quanto riguarda quelli che Benedetto XVI, parlando il 30 marzo al Partito popolare europeo, ha definito «princìpi non negoziabili». E, cioè: «la protezione della vita in tutte le sue fasi, dal primo momento del concepimento alla morte naturale; il riconoscimento e la promozione della struttura naturale della famiglia – come unione di un uomo e una donna basata sul matrimonio – e la sua difesa dagli attentati per renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione; la protezione del diritto dei genitori di educare i loro figli».

Senza entrare nel merito di ciascuno di questi tre princìpi non negoziabili, basti dire che, mentre alcune Chiese, come quelle ortodosse e quelle «evangelical», concordano con Ratzinger, molte Chiese della Riforma, e molti cattolici, ritengono di essere fedeli all’evangelo proprio modulando in forma del tutto diversa da quella propria del magistero papale il collegamento tra la Parola di Gesù e le concrete legislazioni civili; insomma, hanno un altro concetto di laicità dello Stato, e dunque del rapporto della Chiesa con esso.

Evitando ogni guerra di religione; garantendo una laicità dello Stato che permetta ad ognuno di seguire i suoi convincimenti di coscienza; impedendo che un gruppo, o un partito, presuma di imporre all’intera polis la propria, confessionale o filosofica, visione del mondo e dell’etica come se fosse l’unica possibile; insomma, costruendo uno Stato – in questo paese sempre più interetnico, interreligioso e interculturale – che sia la casa comune di tutte e di tutti gli italiani, e di chi vive e lavora in questo paese, l’Unione che, per un soffio esce vittoriosa da queste elezioni che Berlusconi ha voluto come una ordalìa, potrà legiferare in modo convincente e pacificante per l’intera comunità civile.

Ma non sarà facile: all’interno della coalizione guidata da Romano Prodi potrebbero sorgere, a proposito di Stato-Chiesa, e su alcuni snodi etici contrasti forti, per non dire incomponibili; che si aggiungerebbero ai contrasti che, sul versante della politica estera, potrebbero scaturire dalle non risolte diversità, tra i partiti dell’Unione, su come affrontare i problemi del Medio Oriente, dall’Iraq al conflitto israelo-palestinese. Il tutto, in presenza di un prevedibile martellamento dei vertici ecclesiastici, e della stampa da essi controllata, per spingere i «cattolici» in Parlamento ad essere «profetici» per imporre alla leadership dell’Unione proposte giuridiche che, sui temi caldi, traducano in leggi la visione etica della dottrina cattolica ufficiale. Insomma, vinte (almeno, pare) le elezioni, la battaglia è appena cominciata, e nulla è scontato. Ma, caduto a terra l’idolo del berlusconismo, si può iniziare a sperare di risanare questo paese. Consapevoli che l’impresa sarà asperrima.

David Gabrielli

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