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Il Dio delle donne

Il terzo capitolo di un bel libro che ha compiuto trent’anni senza smarrire la sua originale freschezza, Teologia femminista dell’americana Letty M. Russell (Queriniana 1977), si intitola felicemente «I nomi dimenticati di Dio». Per «nomi dimenticati» s’intende, qui, quelli in cui Dio non viene presentato come maschio: la Russell osserva appunto che, riflettendo sul proprio Signore Dio, l’antico Israele fece in qualche modo confluire su di lui caratteristiche tanto di divinità maschili, quanto di divinità femminili. Si trattò, spiegava, di un’operazione teologico-culturale probabilmente inconsapevole, ma anche assai profonda. Fino a condurre il profeta Isaia a far porre a Dio la seguente domanda retorica, con un’immagine divenuta a buon diritto famosa e molto ripresa: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se questa donna si dimentica, io invece non ti dimenticherò mai» (Is 49,15).

Nello scegliere il tema del terzo numero speciale monografico di Confronti, ci ha guidati in effetti l’intenzione di mettere in luce il più possibile i «nomi dimenticati» di Dio, e in particolare i suoi nomi di donna: ben sapendo che l’operazione ci avrebbe portato a scoprire, al massimo, le ricchezze straordinarie normalmente celate nell’enorme orizzonte di azione e di riflessione che andavamo a dischiudere… ed è andata proprio così! Difficile sottrarsi, in effetti, alla pesante sensazione che – salvo eccezioni, rare pur se talvolta rilevanti – ancora oggi lo spazio religioso sia venato, in gran parte, da un più o meno esplicito e consapevole maschilismo; e che nelle Chiese e nelle comunità religiose alle donne siano riservati, verrebbe da pensare «per diritto divino», ruoli secondari (perlomeno, se stiamo all’idea tradizionale del potere…). Mentre appare innegabile che una delle tante anomalie italiane riguardi il fatto che sia la prospettiva di genere sia quella della reciprocità permangono ancora marginali ed episodiche, nella nostra cultura; e che la pretesa di ripensare radicalmente l’umano nella differenza, e a partire dall’interazione delle differenze, fatica grandemente ad essere considerata – almeno – una valida provocazione epistemologica. Oltre che un autentico «caso serio» per le teologie. Quanta strada, e quanto accidentata, ancora da percorrere! Anche se non mancano i segnali finalmente in controtendenza: la nascita, qualche anno fa, del Cti (Coordinamento teologhe italiane), che statutariamente valorizza e promuove gli studi di genere in ambito teologico, biblico, patristico, storico, in prospettiva ecumenica, va senz’altro annoverato fra i più significativi (a proposito: auguri calorosi di buon cammino!).

Più di una puntualizzazione, in ogni caso, dovrà accompagnare la lettura di questo fascicolo. In primo luogo perché, nonostante l’ampio spettro di sguardi (disciplinari, multireligiosi e personali) da noi convocati per l’occasione, non sarà facile sottrarsi al gioco del «cosa manca». Certo, qualcosa – anzi, ben più di qualcosa… – manca, va detto da subito. Ma la nostra intenzione non era, né poteva realisticamente essere, enciclopedica, né esaustiva: ipotesi di lavoro che non avrebbe avuto senso, visti i limiti della presente pubblicazione. Peraltro, crediamo che dalle pagine che seguono emerga, già così, un caleidoscopio di letture piuttosto articolato, e capace di suggerire, come ci auguriamo, ulteriori piste e innovative riflessioni sui temi spesso solo appena sfiorati.

In secondo luogo, non abbiamo sposato, volutamente, una linea di pensiero contro un’altra, ben consapevoli che quello del femminile nelle Chiese e nelle religioni non è mai un argomento pacificante, e tranquillo. Anche qui, piuttosto, riteniamo utile e intrigante aver fatto cozzare punti di vista diversi, contando che la scelta eventuale per l’uno o l’altro sia di esclusiva competenza della lettrice o del lettore. Infine, vogliamo ribadire che l’opzione per una tematica simile sta a significare, per noi, la sua oggettiva centralità nel dibattito teologico e religioso, ben al di là della sua «popolarità». Sulla donna e sulla sua possibilità di rendere pubblico il suo originale «pensiero sul mondo e sulla vita», in altre parole, crediamo si giocherà una buona fetta del futuro di questo pianeta; ma altresì, nello specifico, una porzione imponente del futuro di Chiese, religioni e comunità di fede. E può apparire paradossale, ma in realtà appena dovuto, che questo lo dichiari e lo scriva qui, con profonda convinzione, un maschio come il sottoscritto. Che alla scuola del «genio femminile», come ebbe a chiamarlo poeticamente un papa qualche tempo fa, deve molte delle poche cose che ha appreso nel suo stare al mondo.

Brunetto Salvarani

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