I molti perché di una sconfitta storica
di Umberto Brancia
Si afferma spesso che in Italia i risultati delle elezioni politiche non mutano sostanzialmente le situazioni, e che nel nostro paese non cambia mai nulla. I dati usciti dalla competizione del 13 e 14 aprile smentiscono clamorosamente questa convinzione diffusa, dettata dal disincanto verso la politica. La vittoria dello schieramento di centrodestra è netta e indiscutibile: il distacco di nove punti rispetto al centrosinistra, e la quantità di seggi conquistati in parlamento, fa prevedere che il governo in formazione abbia davanti a sé cinque anni di attività senza ostacoli visibili (almeno per ora).
Di fronte ad un risultato di questo genere, due sono gli interrogativi da sciogliere. Il primo riguarda la fisionomia del paese che emerge da questi dati. L’analisi non può che essere differenziata e investire alcuni dei territori che nell’epoca della globalizzazione diventano sempre più centrali. Nelle aree del Nord che hanno visto il successo della Lega il dibattito è stato segnato da un intreccio di tre temi: difesa del benessere economico raggiunto, necessità delle infrastrutture civili e richiesta di sicurezza. Molti commentatori hanno registrato con stupore quel successo, parlando semplicisticamente di razzismo e populismo.
Questi elementi deteriori sono certo presenti nelle posizioni di molti elettori leghisti o in alcuni suoi rappresentanti, ma ormai da tempo si è radicata la consapevolezza che il problema del Nord d’Italia è assai più complesso e difficile da affrontare. Studiosi di diverso orientamento (da Aldo Bonomi a Ilvo Diamanti a Sergio Bologna) hanno documentato i mutamenti sociali e culturali avvenuti nel settentrione da un ventennio e più: una crescita economica da terziario avanzato, in grado di entrare in relazione con l’Europa e con l’Est europeo; la diminuzione progressiva del peso e dell’influenza dei tradizionali ceti operai, e una loro marginalizzazione culturale ed economica; una richiesta di investimenti economici nel settore dei servizi e delle reti sociali, che fronteggi la concorrenza internazionale.
A complicare questo quadro da capitalismo neocorporativo e familiare si aggiunge un crescente sentimento di malessere sociale, che non riguarda solo i problemi discussi ogni giorno riguardo all’immigrazione e alla criminalità organizzata. Direi che emerge ormai un altro dato drammatico: quel tipo di sviluppo, fondato sulla piccola impresa e la forza lavoro immigrata, sta registrando forti limiti e crepe, di cui si è fatto portavoce un inedito Tremonti protezionista e critico della globalizzazione.
La concorrenza di paesi dell’Est europeo e della Cina, e l’avvento di una dura recessione economica, stanno rendendo insicuri tutti gli strati sociali: i nuovi ceti medi, timorosi di perdere le loro certezze, ma anche il ceto operaio e popolare colpito da una «solitudine» in cui si mescolano povertà ed emarginazione sociale (l’espressione è di Marco Revelli).
È evidente che non poteva bastare il poderoso impatto mediatico del viaggio in pullman di Veltroni in tutto il Nord per recuperare una mancanza di rapporto sociale con quei territori che risale ormai a vent’anni fa (lo ha ricordato in molti efficaci interventi televisivi proprio un intellettuale vicino al Partito democratico come Bonomi). I due anni di esperienza politica del governo Prodi sono apparsi a queste realtà importanti del paese solo come l’espressione di un distacco aristocratico dai loro bisogni: un governo di tecnocrati pronti solo a succhiare tasse e risorse ai cittadini.
A questa incapacità di leggere le trasformazioni del paese si è sposata purtroppo la disgraziata teoria del voto utile. Con un paradosso tragico, l’elettorato progressista ha risposto alla richiesta di votare per i partiti maggiori in misura superiore ad ogni aspettativa. Secondo una prima valutazione dei flussi elettorali, circa un milione e mezzo dei due milioni e ottocentomila voti persi dalla Sinistra arcobaleno, appena formatasi, sono andati al Partito democratico, senza che vi sia stato dall’altro lato dell’elettorato una penetrazione tra i ceti moderati: il centro tanto agognato non è stato intercettato.
Le regole ultramaggioritarie del meccanismo elettorale hanno prodotto quindi conseguenze drammatiche per il centrosinistra: il partito di Walter Veltroni non è aumentato nella misura sperata e la neonata formazione unitaria della sinistra radicale ha registrato un calo così drammatico da farla rimanere fuori dal parlamento. È evidente che l’insuccesso elettorale delle formazioni di sinistra, raggruppate sotto un nuovo simbolo, non può essere attribuito alle scelte di un unico leader come Veltroni, che ha deciso di presentarsi di fronte agli elettori in un’orgogliosa solitudine.
La Sinistra arcobaleno è apparsa a troppi elettori un organismo fragile, nato più per motivi di sopravvivenza temporanea che per un reale confronto teorico e politico. Ma il ritratto del paese che si vedrà rappresentato in questo nuovo Parlamento desta in ogni caso una profonda inquietudine. Ad uno schieramento di centrodestra, amplissimo ed autosufficiente, corrisponde un’opposizione che è stata amputata di alcune componenti storiche: i verdi, i comunisti e i socialisti. Come è già stato sottolineato, i bisogni, le necessità e le aspirazioni di alcuni milioni di persone rischiano di non trovare più alcuna interlocuzione nelle istituzioni.
Evidentemente qualcosa nella strategia adottata non ha funzionato: nei primi commenti serpeggia un disagio reale e il dibattito è destinato a crescere nei prossimi mesi. C’è infatti uno spettro sempre più minaccioso all’orizzonte: la crisi economica, che arriva dagli Usa. Che impatto avrà in un contesto come il nostro, in cui gruppi crescenti del mondo del lavoro hanno perso il potere d’acquisto e le garanzie di sicurezza per il futuro? È uno scenario pericoloso – e forse tragico. Lo ha denunciato qualche mese fa il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi. Forse è bene che ne tengano conto anche i vari gruppi politici del centro-sinistra oggi alla ricerca di nuove strade.
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