I barbieri di Bagdad
Le elezioni del 30 gennaio sono state un grande momento di partecipazione che ha mostrato quanto sia forte la speranza di un Iraq stabile, pacificato e democratico. Ma la democrazia è ancora lontana, e non è certo l’occupazione militare che può farla crescere. Come non poteva essere una guerra a farla nascere.
La notizia – Corriere della sera del 3 febbraio – è piccola piccola, ma ci aiuta ad avviare il nostro ragionamento sulla situazione irachena dopo le elezioni del 30 gennaio. Nel giro di pochi mesi a Bagdad sono stati uccisi cinque barbieri, l’ultimo proprio alla vigilia del voto. Nessuno di loro deteneva un ruolo politico, nessuno lavorava segretamente per le truppe di occupazione, nessuno apparteneva a una fazione militare. Barbieri e basta, tutti pennello e rasoio, forbici e dopobarba. Sono stati uccisi perché tagliavano i capelli all’”occidentale”, rasavano qualche barba e perché qualcuno di loro aveva servito un marine americano o un paracadutista della Royal Air Force di Sua maestà. La cronaca annota che gli assassini, compiuta la loro missione di morte, hanno anche inveito contro i poster esposti nelle varie botteghe. Possiamo anche immaginarli, questi brutti manifesti 50 per 70 che ritraggono chiome folte e morbide, dalla tinta scura e lucida. Vecchi e giovani con lo sguardo fiero ed ammiccante.
Manifesti della vanità maschile per noi; bandiere della secolarizzazione e della violenza occidentale per chi le ha temute e distrutte insieme alle vite dei poveri barbieri che le avevano esposte.
Nell’Iraq di oggi non c’è pace neanche per loro. Un taglio di capelli o la rasatura della barba assumono un significato ideologico e politico, avviano processi e decretano condanne. Per qualcuno, chi rinuncia alla barba è un modernizzatore che tende pericolosamente all’apostasia.
Non vi è ombra di dubbio che le elezioni irachene, per quanto difficili e fatalmente condizionate dal regime di occupazione, siano state un grande momento di partecipazione democratica. Le immagini delle donne orgogliose del loro voto che mostrano le dita nere d’inchiostro, saranno a lunga l’icona delle speranze di un paese che in pochi anni ha sommato tragedia a tragedia: un’estenuante guerra contro l’Iran, due guerre combattute contro alcune delle più grandi potenze militari del mondo, ed una delle più brutali dittature del nostro tempo. Dopo tante sofferenze è legittimo pretendere una svolta: gli otto milioni di iracheni che hanno lucidamente scelto di andare a votare hanno così gridato al mondo la loro voglia di cambiare, di costruire un nuovo paese. È la forza della democrazia, fragile e vitale come tutto quello che è nuovo. E non capiamo come, chi ha a cuore la libertà del popolo iracheno, possa sminuire la portata di questa svolta. Dovrebbe rallegrarsi e sostenere la speranza che è nata in Iraq. Dire che le elezioni non significano nulla vuol dire semplicemente disprezzare il segnale lanciato da milioni di persone.
Ma la piccola notizia dei barbieri di Bagdad ci dice anche altro. L’Iraq non è né pacificato né liberato dai demoni del terrore politico, dei fondamentalismi e dei rischi teocratici. La missione delle “forze del bene” non è affatto compiuta, ed il sogno democratico dell’Iraq dopo Saddam potrebbe essere interrotto dall’incubo di un paese in guerra con se stesso. L’Iraq di oggi è un campo di battaglia nel quale le sentinelle della coalizione militare internazionale che lo occupa rischiano di assistere incerte allo scontro tra il blocco sciita che cerca la sua rivincita ed un nazionalismo curdo che vede la sua prima grande occasione; tra un fondamentalismo che vorrebbe imporre la legge islamica (shari’a) e gruppi di terrorismo “a bassa intensità” interessati a conquistarsi aree di potere nelle pieghe di uno stato debole e sotto il ricatto della lotta armata.
Vogliamo dire che le elezioni hanno espresso una grande voglia di cambiamento ma non hanno costruito una democrazia. Non ancora, quantomeno. In questo senso l’assunto ideologico della guerra preventiva che ferma il terrorismo ed esporta la democrazia continua a dimostrarsi falso. La guerra, costruita sulla menzogna sulle armi di sterminio di massa attribuite a Saddam, ha eliminato il dittatore ma non ha raggiunto nessuno degli altri obiettivi che l’avevano motivata.
E allora, se oggi non serve ridicolizzare e relativizzare il significato delle elezioni, non si può neanche utilizzare il voto del 30 gennaio per giustificare a posteriori una guerra. Però è successo, ed i girotondini dello scontro di civiltà hanno attaccato il loro refrain sull’export democratico. “Vedete? Avevamo ragione noi a dire che un voto val bene una guerra”. Con toni ed accenni per fortuna diversificati, è stato questo il basso continuo di tanti commenti politici e giornalistici.
Purtroppo però il voto non dimostra niente se non che gli iracheni sperano ancora. E non legittima niente se non l’impegno della comunità internazionale a sostenere un processo di democratizzazione ancora confuso e contraddittorio. L’Iraq non ha bisogno di eserciti di occupazione ma di forze internazionali di peacekeeping sotto le bandiere dell’Onu. Ha bisogno di sicurezza e di iniziativa politica, di cooperazione e di partecipazione. È questa l’unica ingerenza umanitaria che può aiutare i barbieri e – certamente, forse a maggior ragione – le parrucchiere di Bagdad.
Paolo Naso