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Fra coscienza cattolica e incoscienze laiche

Sul piano politico è in atto una corsa – che il centrosinistra non capisce di non poter vincere – per ricevere dalle gerarchie ratzingeriane la palma di campioni di obbedienza al Vaticano e di discriminazione dei non cattolici: nella persuasione (già discutibile) che le elezioni si vincano conquistando gli indecisi piuttosto che convincendo gli elettori del proprio campo ad andare a votare anziché ad astenersi, e nella certezza (questa certamente infondata) che il «centro», cioè l’area degli indecisi, corrisponda nella sostanza all’area elettorale cattolica obbediente. Quando invece è noto da anni che il voto cattolico, nelle sue diverse componenti e con le diverse priorità che caratterizzano ciascuna di esse, è ormai quasi uniformemente distribuito sull’intero continuum destra/sinistra.

Quel che dovrebbe saltare immediatamente agli occhi nell’attuale dibattito su tutti i temi che riguardano i diritti civili legati alla secolarizzazione e la laicità è la distanza siderale che ormai divide l’Italia da tutto il resto dell’Occidente europeo. Invece quasi tutti gli italiani, laicisti o clericali che siano, credenti e non o diversamente credenti, tifosi della destra o del centrosinistra, tutti ugualmente isolati sotto un’impermeabile campana politico-mediatica, non ne sono minimamente consapevoli. Come dimostrano i dati statistici incontrovertibili contenuti nei rapporti annuali sulla secolarizzazione, elaborati dalla fondazione Critica liberale e dal settore «Nuovi diritti» della Cgil nazionale, che coprono ormai quasi un quindicennio, mentre la società italiana si secolarizza sempre più (sempre più anche rispetto agli anni del divorzio e dell’aborto), il sistema politico-mediatico italiano si è autoconvinto che sia in atto da anni una marcia a ritroso verso una riclericalizzazione accelerata che sarebbe suo dovere rappresentare.

Secolarizzazione galoppante non significa affatto crescita automatica della cultura laica e democratica. Ma quel che è certo è che il sistema politico-mediatico si è rozzamente riclericalizzato per conto suo. La regressione è al tempo stesso politica e culturale.

Sul piano politico è in atto una corsa – che il centrosinistra non capisce di non poter vincere – per ricevere dalle gerarchie ratzingeriane la palma di campioni di obbedienza al Vaticano e di discriminazione dei non cattolici: nella persuasione (già discutibile) che le elezioni si vincano conquistando gli indecisi piuttosto che convincendo gli elettori del proprio campo ad andare a votare anziché ad astenersi, e nella certezza (questa certamente infondata) che il «centro», cioè l’area degli indecisi, corrisponda nella sostanza all’area elettorale cattolica obbediente. Quando invece è noto da anni che il voto cattolico, nelle sue diverse componenti e con le diverse priorità che caratterizzano ciascuna di esse, è ormai quasi uniformemente distribuito sull’intero continuum destra/sinistra. Per ritrovare in altri paesi di tradizione cattolica politiche altrettanto confessionali quanto quelle ormai proprie non solo della destra ma anche del centrosinistra italiano (e non già soltanto dei suoi teocons o dei suoi «moderati») bisogna spingersi alla destra delle destre di governo attuali e potenziali. In Italia non andavano bene i Pacs (cioè la più moderata delle soluzioni date in Europa al problema, vigente solo in Francia e Lussemburgo); si è elaborato il ridicolo escamotage dei Dico, con i conviventi che si scrivono l’un l’altro per raccomandata (ad evitare il rischio di una cerimonia, parvenza di pari dignità sociale), e non andavano bene neppure quelli; e non vanno più bene neppure gesti di rispetto meramente simbolici come i registri comunali [emblematico, in questo senso, il caso di Roma, dove il 17 dicembre scorso radicali, socialisti e partiti della Sinistra arcobaleno si sono trovati soli a votare una delibera per l’istituzione di un registro delle coppie di fatto, bocciata per il voto contrario del Partito democratico che a sua volta aveva proposto un ordine del giorno che genericamente chiedeva «al Parlamento di affrontare con urgenza questi temi»].

Intanto in Francia è la stessa «destra spinta» di Sarkozy che ha fatto approvare una legge che allarga le possibilità di esercizio della potestà genitoriale da parte di patrigni e matrigne, senza discriminare fra sposati e pacsati né fra coppie di sesso diverso e dello stesso sesso; e François Bayrou, presentato in Italia come candidato «cattolico» alle presidenziali omologo di Rutelli, ha rilasciato il 12 aprile al quotidiano cattolico La Croix un’intervista in cui esprimeva convinzioni laiche nettamente più chiare e solide di quelle di Bertinotti. Si dirà che la Francia laica non è l’Italia; ma in Spagna, un paese dalle tradizioni niente affatto meno cattoliche o meno clericali dell’Italia, la sinistra ha semplicemente abolito il requisito della differenza di sesso per poter contrarre matrimonio, mentre la destra oggi all’opposizione ha avanzato in alternativa l’idea dei Pacs (proposti in Italia da Grillini, deputato gay già Ds ora del Partito socialista).

Sul piano culturale la regressione è ancor più spaventosa. A chi scrive risulta incomprensibile come possano non vedere intellettuali e politici di obbedienza vaticana che la condanna cattolica dell’omosessualità ha ormai una sola funzione pubblica: dare una copertura di rispettabilità e di presentabilità ai pregiudizi che alla parte più selvatica della società derivano non già dalla sofferta adesione ad antichi insegnamenti religiosi di cui magari si avverta l’inumanità oltre che la caducità, bensì dai retaggi di un’antropologia patriarcale, contadina e premoderna, in cui tali pregiudizi si accompagnavano con naturalezza a quelli contro ebrei, diversi di ogni specie, donne, disabili, minori e così via.

Insomma, calcoli elettorali (sbagliati) a parte, è davvero possibile che non capiscano di stare soltanto incoraggiando di fatto il bullismo di massa, pur di soddisfare il proprio orgoglio confessionale? Possibile che questo sia per loro un dovere «di coscienza»?

Felice Mill Colorni

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