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Fiera del libro 2008. Il confronto culturale non si boicotta

«Si negozi immediatamente il cessate il fuoco… Non credo alle argomentazioni di Olmert e dei suoi portavoce, per cui non è possibile un accordo di tregua con chi non ti riconosce». Così lo scrittore israeliano Avraham Yehoshua, i cui romanzi saranno certamente presenti alla Fiera internazionale del libro di Torino 2008, che avrà luogo in maggio e avrà Israele come paese ospite.

Potrebbe essere una buona occasione per rendere possibili colloqui fra scrittori israeliani e palestinesi, impossibilitati ad incontrarsi nel fazzoletto di terra dove vivono. È una modalità ben nota, e sperimentata anche in parecchie attività promosse da Confronti, e può rivelarsi opportunità per aiutare la società civile nella strada della pacifica (quando sarà) convivenza.
Ci è noto che non tutti concordano con quest’ipotesi.

Recentemente parecchie persone hanno ricevuto uno strano messaggio elettronico secondo cui l’identificazione d’Israele come paese ospite della Fiera del Libro «ha suscitato prima preoccupazioni e poi la messa in campo d’iniziative di controinformazione e boicottaggio da parte di diverse associazioni di solidarietà con il popolo palestinese».

E non basta. In un testo dominato dalle affermazioni contro Israele (di cui la solidarietà ai palestinesi sembrerebbe soltanto necessaria e sufficiente conseguenza) gli estensori del messaggio passano a logiche di mercato: «Dalle pressioni sul marketing al boicottaggio delle case editrici che accetteranno di esporre alla fiera senza prendere una posizione decente sull’inopportunità di dedicarla ad Israele…».

Quindi solo un’esplicita – e preventiva – dichiarazione di natura ideologica legittimerebbe il confronto culturale.
Non è una constatazione confortante.

L’Europa ha già conosciuto la paura della parola diversa dalla propria, che si risolve in opposizioni chiassose, quando non in censure che non hanno dato mai – né in passato né in tempi più recenti – soluzioni confortanti.

Augusta De Piero

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