Ecumenismo, i nodi al pettine
Le tesi vaticane che affermano la centralità della Chiesa romana,
e sostengono che le Chiese ortodosse sono «carenti», e quelle della Riforma «non Chiese in senso proprio», hanno pesato anche sulla III Assemblea ecumenica europea svoltasi in Romania (Sibiu, 4-9 settembre). Ma il «popolo ecumenico», con la sua prassi che supera le diatribe teologiche, potrebbe mostrare che l’unità delle discepole e dei discepoli di Cristo è possibile. Una «dimostrazione» che, per i molti limiti frapposti, all’AEE3 non ha potuto dispiegarsi compiutamente.
Tre eventi – differenti ma, infine, a modo loro, egualmente parlanti – hanno mostrato, in quest’estate, come l’ecumenismo si trovi di fronte a degli sbarramenti – teologici ed ecclesiologici – che, non rimossi, renderanno impossibile il raggiungimento del sogno di molte e molti cristiani, e cioè la riconciliazione delle Chiese.
Il primo ostacolo sono le Risposte a quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina sulla Chiesa, firmate il 29 giugno (ma rese note il 10 luglio) dalla Congregazione per la dottrina della fede (Cdf), il dicastero della Curia romana che vigila sulla «ortodossia» dei fedeli di Roma, e del quale, per 24 anni, è stato prefetto l’attuale pontefice. Senza poter entrare, qui, in un’analisi minuziosa delle sottigliezze del testo, diciamo che esso dà un’interpretazione restrittiva e discutibile delle potenzialità contenute nella costituzione Lumen gentium del Vaticano II. Secondo la quale (n. 8) la Chiesa di Cristo proclamata nel Credo «una, santa, cattolica ed apostolica sussiste nella [in latino: subsistit in Chiesa cattolica». Perché il Concilio scelse subsistit in al posto di est [è]? Sotto Pio XII sarebbe stato ovvio sostenere che la Chiesa di Cristo est la Chiesa cattolica, e dunque la piena equivalenza tra le due; dire invece che la prima «sussiste» nella seconda apre un’altra strada!
Ribadendo quanto la Cdf guidata dal cardinale Joseph Ratzinger già aveva sostenuto nella dichiarazione Dominus Iesus (6 agosto 2000), le Risposte adombrano che quel subsistit in di fatto significa est. Il testo vaticano, in verità, si arrampica sugli specchi per dire che non è proprio est, ma il senso è quello. Invece, per molti/e esegeti cattolici, il Vaticano II, scegliendo subsistit in, volle dire che sì, la Chiesa cattolica romana è Chiesa di Cristo, ma senza escludere che altre Chiese lo siano altrettanto. Sono ben evidenti le contrapposte conseguenze derivanti dall’interpretazione sostenuta con zelante tenacia da Ratzinger, o invece dall’altra. Tanto più che le Risposte sono venute in contemporanea (7 luglio) con il motu proprio Summorum pontificum con il quale Benedetto XVI, liberalizzando la liturgia post-tridentina, e la soggiacente teologia, cara ai lefebvriani, manomette il Vaticano II, e insidia la visione ecclesiologica del Concilio.
Le Risposte, guarda caso, sono venute quasi alla vigilia della III Assemblea ecumenica europea (AEE3) che si sarebbe celebrata a Sibiu, Romania, dal 4 al 9 settembre. Su quest’evento riferiamo nelle pagine seguenti. Qui basti dire che le Risposte hanno gravato come una cappa ma, felix culpa, hanno dissipato quell’atmosfera di ecumenismo zuccheroso e vuoto che spesso caratterizza simili incontri. Il testo vaticano afferma infatti: le Chiese ortodosse risentono di una «carenza» giacché non riconoscono il primato papale; e quelle legate alla Riforma protestante «non sono Chiese in senso proprio». Respingendo radicalmente la tesi romana, a Sibiu i rappresentanti dell’Ortodossia hanno scelto di ignorarla; invece, esponenti evangelici l’hanno attaccata frontalmente. Chi avesse dimenticato che, oggi come oggi, le Chiese sono divise non dalla cristologia, ma, in radice, dall’ecclesiologia e, in fondo, dal problema del papato, ora dovrebbe averlo appreso.
Ma a Sibiu è balenata, sotto traccia, anche un’altra questione. Divise dal ministero del vescovo di Roma (problema spinoso sul quale a metà ottobre, a Ravenna, rifletterà la Commissione mista cattolico-ortodossa), settori cattolici ed ortodossi hanno provato ad isolare la Riforma, giudicata «lassista», stringendosi in una «Santa Alleanza» per difendere, in Europa almeno, un’applicazione – data come assoluta – dei princìpi etici che, a loro parere, derivano direttamente da un’interpretazione fedele dell’Evangelo. Il riferimento, implicito, è al giudizio etico sulle leggi civili sulla bioingegneria, sull’aborto, sull’eutanasia, sulle unioni omosessuali. Su tali temi le tesi ufficiali cattoliche ed ortodosse collimano in un granitico «no», mentre assai diverso, in merito, è l’orientamento – in generale – delle Chiese della Riforma. In tale contesto si è situato a Sibiu il maldestro tentativo (del comitato per la redazione del messaggio finale, ove co-moderatore per parte cattolica era un esponente della comunità di Sant’Egidio) di inserire all’ultimo momento una frase – la difesa della vita «dal concepimento alla morte naturale» – che ha sollevato poi dissenso da parte evangelica, portando ad una impasse.
In tale panorama, l’ecumenismo ha un futuro? La risposta è ardua. In prima approssimazione, ci sembra, potremmo dire così: a livello ufficiale è quasi (quasi) impossibile che le gerarchie trovino un accordo sul problema del potere nella Chiesa di Cristo; ma il «popolo ecumenico» può, forse, fare quel miracolo che i vertici, gravati dal peso della storia, non riescono a compiere. Lavorando insieme per lenire le piaghe del mondo (senza presunzioni, e uniti alle donne e agli uomini di buona volontà di altre fedi e non fedi, religioni e non religioni), e poi ritrovandosi per celebrare insieme – malgrado i no ufficiali – la Cena del Signore, discepole e discepoli di Gesù di Nazareth comprenderanno, forse, che le loro differenti interpretazioni teologiche non sono barriere, ma tocchi di colore diversi per descrivere la stessa, ineffabile, luce di Cristo. A Sibiu il cuore di questo «popolo ecumenico» ha un poco pulsato, anche se – essendo stata l’AEE3 organizzata in modo verticistico, e perché la gente non potesse davvero contare – non ha potuto esprimersi compiutamente. Lo saprà fare, ora, in Europa? Questa la speranza, questa la sfida.
la Redazione
← La sfida di un benessere «più etico» | Costruire speranza e convivialità →