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Diritti umani: è tempo di onorare gli impegni

L’intervento del presidente della sezione italiana di Amnesty international in occasione del sessantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani delle Nazioni Unite.

La Dichiarazione universale dei diritti umani rappresentò, il 10 dicembre 1948, il segnale della volontà della comunità internazionale di lasciarsi alle spalle gli orrori della guerra e cercare un futuro migliore per le generazioni a venire. I redattori della Dichiarazione oggi rimarrebbero profondamente delusi dal suo livello di applicazione.

Sessanta anni dopo, la lotta per la giustizia e l’uguaglianza è ancora tutta da portare avanti e, soprattutto, tutta da vincere. Sessant’anni contraddistinti da indubbi successi e significativi passi avanti, ma anche dall’inazione di governi e istituzioni internazionali chiamati a rendere i suoi trenta articoli una realtà concreta per tutti. In questo primo scorcio di XXI secolo, molti governi hanno invertito il senso della rotta, minando o indebolendo tante conquiste realizzate in questi sei decenni.
Il 1948 è stato anche l’anno dell’indipendenza della Birmania (oggi Myanmar). Alla fine dell’estate 2007, in questo paese, proteste pacifiche sono state violentemente represse; l’immagine di quei giorni è forse più di altre paradigmatica della situazione dei diritti umani oggi: un governo repressivo schiaccia le proteste di chi chiede il rispetto dei suoi diritti fondamentali, mentre la comunità internazionale non ha l’autorevolezza e la volontà necessarie per intervenire. Triste rilevare che il risultato forse più eclatante ottenuto dall’Onu con i militari birmani in questi mesi sia stato l’accettazione degli aiuti umanitari dopo settimane nel corso delle quali centinaia di migliaia di persone, duramente colpite dal ciclone Nargys, sono state escluse deliberatamente dai loro governanti dalla possibilità di essere soccorse.

Ma il 1948 è stato anche l’anno in cui esplose il conflitto israelo-palestinese, ancora irrisolto. A distanza di sei decenni gli abitanti di Sderot o Askelon vivono con l’incubo dei razzi khassam lanciati da gruppi armati palestinesi e la popolazione palestinese di Gaza è esposta ad attacchi indiscriminati e strangolata da un blocco che procura sofferenze inaccettabili.

Allo stesso modo conflitti vecchi e nuovi in Colombia, nello Sri Lanka, in Iraq, in Afghanistan, in Darfur, nella Repubblica democratica del Congo colpiscono duramente i civili. In Somalia, la mancanza di legge e di controllo ha causato una spirale di violenza e impunità che dura da 18 anni.

A sessant’anni dal 10 dicembre 1948, la povertà e la fame sono sempre più spesso il risultato di violazioni dei diritti umani, in un mondo dove la crisi alimentare rischia di mettere milioni di persone in condizioni di non sopravvivere.

Vivere nella parte sbagliata del mondo, o essere semplicemente dalla parte sbagliata per etnia, sesso, religione, orientamento politico o sessuale significa vedere i propri diritti violati: l’articolo 1 della Dichiarazione – «tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti» – resta disapplicato per le tante forme di discriminazione e violenza che molti esseri umani subiscono.

La perdita di autorevolezza della comunità internazionale – talvolta il coinvolgimento diretto dei suoi vari attori – è una componente fondamentale in questo trascinarsi di negazioni dei diritti. Soggetti che dovrebbero essere i garanti del rispetto e della promozione dei diritti umani nel mondo, come il Consiglio Onu dei diritti umani o la Corte penale internazionale, sono l’esempio di quanto le promesse e le migliori intenzioni di fatto rimangano sulla carta senza un reale impegno per farli funzionare.

Sono chiamati in causa, in primo luogo, i paesi più potenti che, pur affermando di stare dalla parte dei diritti umani, li ignorano. Gli Usa e l’Unione europea (Ue), negli ultimi anni, hanno perso la capacità di influenzare positivamente l’operato di altri governi; soprattutto, non stanno vincendo la «guerra contro il terrore», perché combattere il terrorismo con il terrore non aiuta a sconfiggere il fenomeno né a raggiungere l’obiettivo di un’autentica sicurezza globale, la cui condizione essenziale è, invece, il rispetto dei diritti umani.

Possono l’Ue o i suoi stati membri chiedere di rispettare i diritti umani a Cina, Sudan o Iran quando loro stessi si rendono complici di atti di tortura? Può l’Ue chiedere ad altri paesi, assai più poveri, di tenere aperte le frontiere quando i suoi stati membri limitano i diritti dei rifugiati e dei richiedenti asilo? Può l’Ue predicare la tolleranza all’estero quando non affronta efficacemente, o addirittura alimenta, la discriminazione nei confronti di rom, musulmani e altre minoranze che vivono nei suoi confini?

In definitiva, la visione lungimirante e l’espressione di una leadership illuminata presenti nella Dichiarazione hanno ceduto il passo a politiche di corto respiro che spesso l’hanno utilizzata come uno strumento, o un’arma, contro i nemici di turno e ne hanno indebolito l’applicazione.
Tutto ciò a dispetto di un’opinione pubblica che chiede un cambiamento e che coglie molto più dei propri rappresentanti politici i pericoli insiti in un mondo che non riesce a globalizzare i diritti. Li colgono i milioni di difensori dei diritti umani che chiedono giustizia, spesso a rischio della propria vita e sicurezza, la popolazione tibetana e la società civile di paesi come Myanmar, Pakistan, Zimbabwe, Iran che si sono alzate in piedi per chiedere libertà e responsabilità ai propri governi. Ma i leader mondiali stanno ignorando questo movimento globale di cittadine e cittadini.

Noi riteniamo che in occasione di questo anniversario i governi debbano scusarsi per non aver, in questi sessanta anni, rispettato la Dichiarazione e le aspirazioni da cui scaturì. È tempo di un nuovo impegno per onorare gli impegni assunti nel 1948; è tempo che i governi dicano se vogliono costruire il rispetto dei diritti umani, l’uguaglianza, la giustizia, la dignità oppure continuare a demolire tutto questo; è tempo che si affermi l’universalità dei diritti perché se i diritti non sono uguali per tutti allora diventano privilegi, e un mondo che pretendesse di basarsi sui privilegi rischia di non andare da nessuna parte.

Paolo Pobbiati

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