Dialoghi che iniziano dialoghi che rallentano
L’11 marzo 2006 abbiamo assistito a un momento storico: la prima visita del rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni alla grande moschea di Roma e il suo incontro con il segretario generale del Centro culturale islamico d’Italia, Abdellah Redouane. Un incontro in nome della fraternità in Abramo, che deve andare oltre ogni divisione politica sulle tragedie che insanguinano il Medio Oriente.
Oggi il rabbino in moschea e, domani, l’imam in sinagoga. La visita di Riccardo Di Segni nel più grande centro islamico dell’Europa occidentale segna una svolta coraggiosa ed importante nei rapporti tra due rami della famiglia di Abramo. Musulmani ed ebrei si erano già incontrati, ovviamente, anche in Italia: ma sempre alla presenza di personalità del mondo cristiano. Un dialogo a tre, indiretto ed a volte sfuggente. Questa volta, invece, è stato un faccia a faccia, reciprocamente impegnativo: rav Di Segni, capo spirituale della più antica comunità religiosa romana ed italiana diversa dalla cattolica, ha riconosciuto la presenza dell’islam nella città e nel paese. Un islam non passeggero, una presenza non occasionale ma destinata a costituire uno dei tasselli di maggiore rilievo della nostra società e di quella europea. Al tempo stesso ha riconosciuto che l’islam è un interlocutore affidabile e responsabile, con il quale ragionare e collaborare. Nonostante i radicalismi ed i fondamentalismi che pure lo attraversano, nonostante i deliri negazionisti della Shoah o l’antisemitismo di musulmani come il presidente iraniano Ahmadinejad che pure pretendono di difendere la pura tradizione della religione islamica.
I rappresentanti della moschea di Monte Antenne, in primo luogo Abdellah Redouane e Mario Scialoja, hanno accolto il capo della comunità ebraica ben consapevoli che con questo gesto hanno teso una mano a tutta la comunità ebraica. Al tempo stesso hanno implicitamente riconosciuto il particolare rapporto che la lega allo stato d’Israele in un momento decisamente critico per il processo di pace in Medio Oriente. La Grande moschea di Roma è frequentata da pachistani, da indonesiani, da italiani, ma soprattutto da arabi: e non vi è ombra di dubbio che tra di essi vi siano preoccupazione e sconcerto gravissimi per il destino dei loro fratelli che vivono sotto occupazione militare nei territori palestinesi o in un territorio chiuso come quello di Gaza. Basta aggirarsi per il mercatino del venerdì che sorge spontaneo all’esterno della moschea per imbattersi in libretti e simboli assolutamente inequivoci: la questione palestinese è una ferita aperta, che alimenta dolore e disperazione. E lo sanno bene i dirigenti della moschea di Roma che però hanno voluto dire con grande coraggio, in primo luogo ai musulmani che frequentano il grande centro islamico, che la violenza del conflitto è altra cosa rispetto al rapporto con l’ebraismo; che la politica di un governo di Israele è cosa diversa dall’ebraismo; che la fraternità in Abramo può essere altra cosa rispetto alla violenza politica.
Per quanto in questi anni abbiamo potuto conoscere la comunità ebraica e quella islamica siamo assolutamente certi che la decisione dell’incontro non sia stata né semplice né unanime: eppure chi l’aveva a cuore è andato avanti. Nonostante il clima politico, nonostante le magliette ministeriali con le vignette che insultano il profeta Mohammad, nonostante Hamas abbia vinto le elezioni in Palestina, nonostante prosegua la costruzione del muro che, lungo un tracciato unilaterale ed arbitrario, divide Israele ed i Territori. Le ragioni storiche, culturali e spirituali dell’incontro hanno prevalso sulla logica degli schieramenti geopolitici: un fatto di eccezionale importanza perché può segnare una svolta importante nelle relazioni tra ebrei e musulmani: oggi uniti in moschea, domani – speriamo – insieme in piazza contro ogni forma di razzismo e discriminazione sociale.
Ma negli stessi giorni di questo incontro ispirato dalle ragioni del dialogo, giungeva anche un’altra notizia di segno opposto: la soppressione del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso le cui funzioni saranno, d’ora in poi, assunte dal dicastero vaticano per la Cultura. Quanto al presidente del Consiglio dissolto, mons. Michel Fitzgerald, è stato destinato in qualità di nunzio al Cairo. Una rimozione che non è neanche una promozione: è una rimozione e basta che, evidentemente, si inserisce in un disegno più generale. D’ora in poi, infatti, il rapporto con l’induismo o con lo stesso islam viene derubricato dal campo religioso a quello culturale. Dalla teologia alla sociologia. Lo spirito di Assisi, quello che nel 1986 e nel 2002 – ricordiamolo, a pochi mesi dall’11 settembre – aveva riunito esponenti di tutte le grandi religioni nel nome del comune valore della pace e della convivenza, sembra essersi dissolto. Alcuni movimenti cattolici tradizionalisti, primi tra tutti i lefebvriani, lo avevano avversato con tutte le loro forze considerandolo uno dei segni più evidenti del tradimento della verità, operato dal concilio e dalle sue aperture al dialogo ecumenico e interreligioso.
È ben noto, inoltre, che il cardinale Ratzinger non avesse mai condiviso le accelerazioni di papa Giovanni Paolo II su questo tema e mai aveva preso parte a iniziative nello «spirito di Assisi». In un certo senso, quindi, la sua decisione è un gesto di coerenza. Tuttavia è un gesto di grande peso che, più che rilanciare il dialogo tra le religioni, sembra contenerlo e limitarlo. In questo senso è un passo indietro. Tanto più grave mentre risulta sempre più evidente che il dialogo tra le comunità di fede ha un valore strategico anche per la convivenza civile. In tante occasioni è stato un vero e proprio laboratorio di pace che ha incoraggiato gesti importanti e coraggiosi. D’altra parte – e crediamo sia speranza condivisa – il dialogo vero, quello che lascia il segno, non parte dall’alto ma nasce dal basso. Non è un dialogo tra dicasteri ma tra uomini e donne in carne ed ossa. È quello che Giovanni Paolo II chiamava «il dialogo della vita». Questo – siamone certi – continuerà.
Paolo Naso
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