Da Assisi a Ratisbona
Il discorso pronunciato dal papa a Ratisbona – che ha scatenato tali reazioni da parte del mondo musulmano da indurre il Vaticano a una marcia indietro – è stato davvero solo un errore di comunicazione? In ogni caso, appare evidente che Benedetto XVI vuole reimpostare i rapporti con l’islam e il dialogo interreligioso in una direzione ben diversa da quella indicata dal suo predecessore.
Nella sua amata Germania ed in quell’aula magna dell’Università di Ratisbona (Regensburg) che gli era così familiare, papa Ratzinger ha compiuto il primo, clamoroso passo falso del suo pontificato. Le sue parole sull’islam, il profeta Muhammad e il Corano hanno avuto un effetto dirompente sull’intero mondo musulmano e provocato un sentimento anticattolico e anticristiano che ha generato violenze e intimidazioni contro chiese e parroci. Tempestivo l’intervento della Sala stampa vaticana, del segretario di Stato e poi del papa stesso teso a precisare, puntualizzare, relativizzare. Non è arrivata una ritrattazione, ma sono giunte parole che assomigliano a delle scuse formali.
In pochi, anche tra coloro che lo hanno criticato e disprezzato, avranno letto le parole del papa di Roma ma questo conta poco: il dato di fatto è che quelle parole sono state recepite da centinaia di milioni di credenti come un attacco alla loro fede e alla loro tradizione religiosa, reso ancora più intollerabile da citazioni e argomenti che sono apparsi sbagliati e impropri, quindi pretestuosi.
Riferendosi a un dialogo – forse avvenuto nel 1391 ma poi «verbalizzato» anni dopo, durante l’assedio di Costantinopoli – tra l’imperatore bizantino Manuele II Paleologo e un dotto musulmano persiano, il papa è sembrato fare propria l’idea che il Profeta dell’islam non abbia portato nulla di nuovo all’umanità ma soltanto «delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava». Testuale. Un giudizio così perentorio sul profeta dell’islam, proprio di uno stile controversistico, prelude alla celebrazione della morale cristiana secondo cui – così ha continuato papa Ratzinger, sempre citando l’imperatore bizantino – «la violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell’anima. Dio non si compiace del sangue; non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell’anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere un’anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte…».
Da qui un’accusa esplicita all’islam: quella di essere fede di assoluta trascendenza al punto da ritenere che la volontà di Dio «non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza».
Nella società della comunicazione di massa, tutti – e massimamente chi svolge un servizio per sua stessa definizione «universale» – sanno che un discorso vale per come viene recepito e non per le intenzioni di chi lo ha pronunciato. Papa Ratzinger ha poi precisato che la citazione medievale non esprime in nessun modo il suo pensiero. Bene, ma allora qual era il senso di quelle parole? Perché non citare il fatto che anche la cristianità si è macchiata di atteggiamenti irrazionali, di violenza e sopraffazione, perché non dire nulla sulle crociate o sull’inquisizione? Se lo avesse fatto, papa Benedetto avrebbe «bilanciato» la ruvida citazione medievale e lanciato un appello alla mutua comprensione, invitando tutti – cristiani e musulmani – a lasciarci alle spalle le controversie e gli scontri del passato. Ma, in assenza di questo bilanciamento, le parole di papa Ratzinger, anche sotto la copertura della dotta citazione di 700 anni fa, sono state interpretate come un’accusa diretta alla fede islamica: violenta ed irrazionale. Un trauma, un’onda impetuosa per quel mondo islamico che, almeno dal 1986 in poi, aveva trovato nel Vescovo di Roma una sponda e un interlocutore.
Un’onda che ha colpito senza differenza musulmani
«secolarizzati» – esistono anche loro –, moderati e radicali. Un’onda che a sua volta ha provocato la reazione brutale e oscena di organizzazioni come Al Qaeda che ha lanciato nuovi e inquietanti messaggi contro la cristianità e l’Occidente. Tutto questo nelle settimane del ventesimo anniversario del primo incontro interreligioso di preghiera per la pace voluto da Giovanni Paolo II: un anniversario imbarazzante, perché costringe i cattolici ed i musulmani in primo luogo a misurare la distanza tra Assisi e Ratisbona.
A un certo punto del pontificato, Giovanni Paolo II intuì che le religioni potevano giocare un ruolo positivo nella costruzione dell’ordine mondiale e che una prassi di incontro e di dialogo avrebbe potuto arginare le correnti radicali, fondamentaliste e violente che già iniziavano ad esprimersi in tutte le comunità di fede. E poi seguirono i «mea culpa» sulla crociate, la giornata di digiuno in occasione dell’ultimo venerdì di Ramadan (settembre 2001) come segno di amicizia e vicinanza spirituale nei confronti dei musulmani, la riconvocazione – sempre ad Assisi, il 24 gennaio del 2002 – di un secondo incontro interreligioso a pochi mesi dalla tragedia dell’11 settembre.
Gli osservatori più attenti ricordano che l’allora prefetto Ratzinger si tenne ben distante da tutti questi avvenimenti e anzi, con la dovuta cautela e misura, li criticò; d’altra parte la forte impronta della sua mano si riconobbe nella Dichiarazione Dominus Iesus del 2000 che sembrava avere accenti «teologici» assai diversi dalla prassi «pastorale» cara a papa Wojtyla.
Per calmare le acque alla vigilia del mese di Ramadan e del viaggio apostolico in Turchia di fine novembre, il Vaticano ha accreditato la tesi dell’errore di comunicazione. E forse c’è stato davvero. È comunque grave che viaggi pianificati al dettaglio e discorsi analizzati in ogni singola virgola come quelli papali finiscano per «non essere capiti».
Tuttavia, se vizio di comunicazione c’è stato, è nostra convinzione che si sia sommato a una strategia che intenzionalmente intende porre il tema del rapporto con l’islam in una prospettiva assai diversa da quella perseguita da Giovanni Paolo II. Tappa importante di questa nuova strategia è stata la chiusura del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, autorevolmente presieduto da mons. Michel Fitzgerald, poi inviato come nunzio al Cairo, e l’attribuzione delle sue competenze al dicastero vaticano
«per la Cultura». Come non è mai casuale la riorganizzazione dei ministeri in un governo – accorpamenti, spacchettamenti… – è evidente che logiche analoghe si impongano anche nei sacri palazzi. Il tema del dialogo interreligioso per papa Ratzinger non ha una valenza né teologica né pastorale né spirituale: più laicamente si iscrive nel doveroso confronto con le culture e le idee del nostro tempo. L’islam come il pensiero laico, Maometto come Kant, i musulmani come i filosofi o gli storici.
In questa linea di pensiero, le controverse parole di Ratisbona non sono un incidente di percorso: al contrario, indicano una sensibilità e una linea del pontificato che, a questo punto, possiamo definire strategica. Se Wojtyla era angosciato dall’idea dello scontro di civiltà, la maggiore inquietudine di Ratzinger è la secolarizzazione dell’Europa; se il papa polacco pensava che le comunità di fede potessero lavorare insieme per la pace e la convivenza, quello tedesco intende soprattutto rivitalizzare le radici cristiane dell’Europa.
Cade in questo quadro – il 20 ottobre, ultimo venerdì di Ramadan – la quinta Giornata ecumenica del dialogo cristiano-islamico promossa anche da Confronti. Come ogni anno è l’occasione per incontrarsi, conoscere e discutere. Il nostro auspicio è che l’invito al dialogo con il quale lo stesso Ratzinger ha precisato le sue affermazioni tedesche, trovi concreta applicazione. Sin qui in Italia pochissime diocesi hanno partecipato alle centinaia di iniziative che negli anni passati hanno avuto un carattere prevalentemente spontaneo e di base. Dopo l’incidente di Ratisbona, crediamo che la «giornata del dialogo» possa avere un nuovo slancio e – speriamo – raccogliere il convinto sostegno anche dei vertici della Chiesa cattolica italiana. Sarebbe il modo giusto di ricordare i vent’anni dall’incontro di Assisi.
Paolo Naso
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