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Curve e rette del 2006

Come sarà quest’anno? Ci saranno le «svolte» che tanti di noi attendono, in politica interna come nella politica internazionale? Chi vincerà le elezioni in Italia? E in Israele? Come si evolverà la situazione irachena? E negli Usa il consenso di Bush continuerà a diminuire? Sono solo alcune delle incognite di questo 2006 appena iniziato.

Vi sono almeno due concezioni del tempo: una circolare, per cui ciclicamente viviamo sempre le stesse esperienze che si ripetono uguali a se stesse. Un’altra concezione è, invece, quella lineare secondo la quale il tempo progredisce, avanza lungo una direttrice ben precisa e definita. Tempo «chiuso» e tempo «aperto», tempo della ripetizione e tempo della progressione o della svolta. Una questione affascinante e complessa, carica di implicazioni filosofiche, etiche, teologiche, che torna in mente in particolari momenti, tipicamente all’inizio del nuovo anno. «Tanto tutto continuerà come prima», ripete pessimista il teorico del «tempo circolare»; «questo sarà l’anno della svolta», replica fiducioso chi concepisce il tempo «aperto». Fisiologicamente conservatore il primo, ingenuamente innovatore il secondo.

La saggezza popolare ci dice che la realtà è più complessa e sorprendente delle sue definizioni, tuttavia in questi primi giorni di gennaio è difficile sottrarsi al ragionamento e agli interrogativi sull’anno che sarà. Tra paure e speranze, delusioni e fiducia. Sarà un anno intenso, politicamente molto denso. Si voterà, ad esempio, in Italia, in Israele e negli Stati Uniti. Per ragioni diverse, saranno elezioni di grande importanza. Nel nostro paese verificheremo se la crisi d’immagine e di ruolo politico del premier Berlusconi ha radici profonde o se, con una campagna elettorale sofisticata e raffinata, riuscirà a invertire i pronostici della vigilia.

D’altra parte capiremo se il variegato fronte di centro sinistra saprà affrancarsi dalla sindrome di Tafazzi (ricordate? quell’omino che amava farsi del male nelle parti più private), quella che spesso gli ha impedito di godere di frutti lungamente coltivati. Una concezione circolare del tempo ci fa prevedere che, alla fine, tensioni interne e rissosità all’interno del gruppo dirigente dell’Unione disperderanno quel grande patrimonio di fiducia nei confronti di Prodi e del suo progetto che si è espressa nelle primarie. Al contrario, chi crede nel tempo lineare immagina una progressione positiva per cui, alla fine, la svolta ci sarà e sarà di grande rilievo.

Il problema è che, se davvero vincerà le elezioni, il centro sinistra dovrà governare e cioè dare risposta ai grandi problemi che si sono accumulati in questi anni: problemi antichi come scuola, sanità, deficit pubblico, politica estera; ma anche nuovi ed urgenti come il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq o una chiara risoluzione sul futuro della Tav. Chi voterà per il centro sinistra lo farà anche per queste ragioni, spera in una svolta lineare. La cosa peggiore sarebbe consegnargli una politica tortuosamente circolare per cui, tra compromessi, mediazioni e giravolte, alla fine si tornasse a ripercorrere i sentieri conosciuti in questi anni. Da anni su queste pagine abbiamo ripetuto che la vera sconfitta dell’Ulivo, prima che politica, era stata «culturale», legata cioè all’incapacità di offrire delle indicazioni e degli spunti ideali capaci di motivare ed attrarre quote di elettorato. Ci riuscì invece, benissimo, il centro destra di Berlusconi, complici le sue televisioni, i suoi giornali, il Milan, le barzellette e le bandane. Una svolta politica deve implicare una svolta culturale e viceversa: altri modelli, un’altra sensibilità sui temi dell’ambiente, un’altra immagine del paese, un altro modo di concepire l’offerta del potente mezzo televisivo, un altro modo di guardare alla società italiana, ai giovani, agli anziani, a chi vive con mille euro al mese. E questa svolta culturale, ad oggi, non la distinguiamo con chiarezza.

Decisive anche le elezioni politiche in Israele. Quante volte, pensando al Medio Oriente, su Confronti, abbiamo titolato «È l’anno della pace». Sbagliavamo. Speravamo nella svolta lineare ed è arrivato il «ricorso storico circolare», quello che alla fine ci ha riportato al punto di partenza e cioè alla violenza ed allo scontro tra israeliani e palestinesi. Oggi vi sono alcuni elementi che potrebbero determinare una svolta: benché fragile, esiste, una leadership palestinese; vi è il precedente del ritiro israeliano da Gaza, vi è la «nuova» politica di Sharon che ha creato un asse con l’antico rivale Peres proprio per proseguire più speditamente sulla strada della pace. Sarà la pace di Sharon, con le sue regole e le sue unilaterali decisioni, o sarà la pace vera, quella mediata con la leadership palestinese e sostenuta dalla comunità internazionale? Lo decideranno le prossime elezioni e gli equilibri politici che determineranno. Sul loro esito non siamo in grado di fare previsioni; al contrario è facile prevedere che, se prevale lo schema circolare della paralisi politica, aumenterà a dismisura la violenza da una parte e dall’altra. La violenza mediorientale ha un andamento ciclico e, sistematicamente, si acutizza in assenza di un credibile processo di pace.

Infine gli Stati Uniti. Bush è al minimo storico della sua popolarità. E lo è soprattutto per la cattiva gestione militare, politica e morale della guerra in Iraq: Morale, insistiamo su questo aggettivo che per gli americani ha un valore maggiore di quanto noi europei siamo disposti a riconoscere: e pensiamo soprattutto ai metodi sporchi con i quali questa guerra è stata combattuta e motivata; pensiamo, come scrivevamo sullo scorso numero di Confronti, alle menzogne e ai trucchi di alcuni funzionari della Casa Bianca con i quali si volevano tacitare le critiche di chi denunciava che la guerra era stata dichiarata sulla base di prove false e inconsistenti. A novembre ci saranno le elezioni di medio termine ed il presidente potrebbe incassare una sonora sconfitta. Potrebbe essere la fine di un ciclo, segnato a livello internazionale dalla politica della «guerra preventiva» e, all’interno, da una rumorosa riscossa dei gruppi fondamentalisti estremisti: quelli che inneggiano all’America cristiana, che vorrebbero espungere il valore del pluralismo dai tratti propri della società americana, quelli che si sono appassionati alla guerra in Iraq perché sembrava confermare loro alcune profezie apocalittiche contenute nella Bibbia. Tutto questo, molto forte un anno fa, oggi sembra in crisi: troppo pericoloso, troppo estremista, troppo lontano dalla tradizione americana nella quale si riconosce la maggioranza dei cittadini degli Usa. Dopo le intemperanze e le aggressività dei neocons (e dei teocons), sembra essere giunto il tempo di una svolta moderata.

E poi, aperte sul 2006, ci sono tante altre grandi incognite: l’Iraq, ad esempio, saprà e potrà davvero incamminarsi sulla strada della democrazia? E la radicalizzazione fondamentalista, anti-israeliana e antisemita del presidente iraniano Ahmadinejad che cosa produrrà? Solo deliri verbali o qualcosa di più tragico e violento? E l’Africa. Potrà essere un anno di svolta o continueremo ad assistere ai soliti happening privi di efficacia politica? Vedremo. Troppe volte la palla di vetro delle nostre ed altrui previsioni politiche è stata smentita. Il tempo, a volte, ci ha sorpreso prendendo una tangente imprevista. Ma, all’inizio dell’anno, sperare è sempre possibile. Persino necessario.

Paolo Naso

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