Anatomia di un fallimento
In Congo è in corso un conflitto tra interessi cinesi e statunitensi, ai quale bisogna aggiungere gli interessi di quelle multinazionali europee – soprattutto francesi – che negli ultimi anni hanno perso posizioni, ma non sono state definitivamente sconfitte.
Giornalista e autore, Masto lavora nella redazione esteri di Radio popolare dal 1989 e collabora con diverse testate italiane ed estere.
La guerra nelle regioni orientali del Congo e la catastrofica crisi umanitaria che questa ha prodotto sono, incredibilmente, il frutto di un pugno di guerriglieri – dai quattro ai cinquemila – comandati da Laurent Nkunda, un arrogante e sprezzante ex generale congolese di etnia tutsi che da mesi tiene in ostaggio un paese come il Congo, un vero e proprio gigante per dimensioni, per importanza, per popolazione e per risorse, dato che dal punto di vista minerario il suo territorio è un vero e proprio «tesoro geologico».
Tutto questo è avvenuto nonostante la comunità internazionale, nella sua espressione più alta – le Nazioni Unite – mantengano nelle regioni orientali di questo paese la più grande missione militare della propria storia: la Monuc, forte di ben 17mila caschi blu dispiegati nelle regioni del Kivu, nord e sud, e nell’Ituri. Oltre ad essere la più grande e costosa missione internazionale, la Monuc ha un altro triste primato: è risultata completamente fallimentare. Eppure il mandato assegnatole è semplice e, apparentemente, inequivocabile: sorvegliare sugli accordi di pace e proteggere la popolazione civile. Gli accordi di pace sono saltati e coerenza vorrebbe, se si vuole veramente fermare la guerra, che l’Onu specificasse la seconda parte del mandato alla luce della mutata situazione. La domanda alla quale le Nazioni Unite devono dare una risposta chiara è, tutto sommato, semplice: la protezione della popolazione prevede l’uso della forza contro chi si macchia di crimini contro i civili? A questa domanda però nessuno risponde. Non lo fa il segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon. Non lo fanno i paesi che hanno diritto di veto in Consiglio di sicurezza. Non lo fa nessuno.
Paradossalmente una spiegazione di questo comportamento viene proprio dal capo guerrigliero Laurent Nkunda, che in una sua intervista ha detto che il motivo della guerra è il fatto che il presidente congolese Joseph Kabila ha venduto il Congo e le sue ricchezze minerarie alla Cina. È vero, Kinshasa ha contratti miliardari con Pechino per la costruzione di infrastrutture, strade e dighe. Ma Laurent Nkunda non dice che la sua guerra, in realtà, è una guerra per procura, un conflitto telecomandato dal vicino Ruanda, che è il tramite attraverso il quale l’oro, il coltan, i diamanti, il cobalto, l’uranio del Congo prendono invece la strada delle multinazionali nordamericane e statunitensi.
Dunque si tratta di un conflitto tra interessi cinesi e statunitensi, ai quali bisogna aggiungere gli interessi di quelle multinazionali europee – soprattutto francesi – che negli ultimi anni in Congo hanno perso posizioni, ma non sono state definitivamente sconfitte. Come si può facilmente capire, si tratta di enormi interessi economici contrastanti di Cina, Stati Uniti, Francia: paesi che in Consiglio di Sicurezza hanno diritto di veto e che sono i mandanti veri della missione dell’Onu. Ecco perché il mandato della Monuc non può essere specificato. I 17mila caschi blu devono stare schierati sul posto impotenti e inutili fino a quando non ci sarà un accordo tra queste potenze sulla spartizione delle risorse minerarie congolesi.
Chiusi nelle loro caserme, mentre fuori si compiono massacri, stupri, crimini di ogni tipo, i caschi blu sono il vero scandalo che mette a nudo l’ipocrisia della diplomazia, che non ha nemmeno il coraggio di parlare chiaro. Le uniche prese di posizione sono stati i soliti demagogici, rituali e inutili appelli alle parti in conflitto, principalmente a Laurent Nkunda, che è solo un fantoccio al quale si assegna un potere che non ha.
Giunti a questo punto, si potrebbe scrivere anche il seguito di questa brutta storia. Quando finalmente ci sarà un accordo tra le grandi lobby economiche e politiche, i guerriglieri come Nkunda torneranno ad essere piccoli personaggi che potranno essere consegnati (con il beneplacito di tutti, anche degli antichi protettori) alle sentenze del tribunale dell’Aja. E soprattutto si sarà accettato, ancora una volta, che civili e profughi, donne e bambini, rappresentino una variabile politica e militare per la soluzione dei conflitti.
Raffaele Masto
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